analisi della normativa

Whistleblowing è legge in Europa: ecco gli effetti (anche in Italia) e i punti oscuri

La direttiva approvata fissa standard minimi di protezione per i whistleblower uguali in Europa. Obbliga le aziende a cambiare la propria cultura in materia. E l’Italia a cambiare le norme per fornire una protezione legale a un ampio ventaglio di soggetti. Ecco che succede ora

Pubblicato il 17 Apr 2019

Federico Anghelé

Direttore The Good Lobby

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Whistleblowing, canale di segnalazione illeciti e tutele per chi segnala

L’Europa può riservare anche belle sorprese. Lo ha dimostrato l’ultima seduta plenaria del Parlamento riunita questa settimana a Strasburgo che ha approvato la direttiva per la protezione dei whistleblower. Un provvedimento importante soprattutto per la prevenzione e il contrasto della corruzione in tutti i Paesi membri dell’Unione europea. Ma anche una straordinaria vittoria collettiva, come l’ha definita Virginie Rozière, relatrice socialdemocratica francese che ha seguito il dossier per il Parlamento.

Come si è arrivati alla direttiva whistleblowing: un successo

Il risultato è stato inequivocabile: l’approvazione è avvenuta a larghissima maggioranza (591 favorevoli, 29 contrari e 33 astenuti) e gran parte dei gruppi parlamentari (dalla sinistra della Gue fino al centrodestra dei Popolari) si sono espressi per dare protezione a chi segnala illeciti, frodi, corruzioni e ogni violazione del diritto dell’Unione in tutti gli Stati membri. Un esito tutt’altro che scontato: quando 5 anni fa Riparte il futuro assieme ad altre organizzazioni della società civile lanciò una campagna sul whistleblowing, la risposta della Commissione era stata che il tema non era materia di competenza dell’Unione europea.

E invece la tenacia ha premiato le oltre 90 organizzazioni coalizzate – sindacati, giornalisti, ONG – che, insieme al Parlamento hanno spinto per questa legge, convincendo dapprima la Commissione e poi forzando le resistenze degli Stati membri, in particolare Germania e Francia che hanno mostrato non poche ostilità verso la bozza di testo. Un ruolo importante lo ha giocato anche la pressione dal basso: oltre 180.000 cittadini italiani e non hanno firmato la petizione lanciata da Riparte il futuro.

Perché è una direttiva soddisfacente per la protezione dei whistleblower

La direttiva è soddisfacente per diverse ragioni.

  1. Prima di tutto, perché fissa standard minimi di protezione e consente di superare le diversità di trattamento esistenti fra i vari Paesi europei che nella maggior parte dei casi non hanno una legislazione dedicata o che, ne hanno una parziale, com’è il caso dell’Italia.
  2. In seconda battuta, contribuisce a cambiare la cultura di impresa sul tema del whistleblowing: estende infatti l’obbligo di offrire canali di ricezione delle segnalazioni sicuri anche dal punto di vista informatico a tutte le aziende con più di 50 dipendenti (sia pubbliche che private) e conferma l’obbligo di svolgere indagini interne, portando dunque le aziende ad assumere un comportamento più proattivo nella prevenzione e gestione degli illeciti commessi all’interno dell’azienda.

Gli impatti della direttiva whistleblowing sulle regole in Italia

Il provvedimento votato dal Parlamento copre quasi tutti i settori in cui l’Unione europea è competente (dalla sicurezza alimentare ai servizi finanziari, dalla tutela della privacy agli appalti, dalla salute e protezione dei consumatori alla sicurezza dei prodotti e dei trasporti).

In più, fornisce una protezione legale a un ampio ventaglio di soggetti, fra cui i consulenti, fornitori, stagisti e volontari: una novità per l’Italia, che dovrà dunque modificare la propria normativa sul whistleblowing. Nel nostro Paese infatti al momento sono solo i dipendenti a godere della protezione della legge. Alla luce della direttiva, l’Italia dovrà rivedere anche un altro aspetto importante della propria legge nazionale, obbligando le aziende con più di 50 dipendenti di introdurre canali di segnalazione sicuri.

Uno dei punti su cui si è più dibattuto nei mesi scorsi, con un’opposizione abbastanza netta da parte di Francia e Germania, è stato quello della possibilità per il whistleblower di scegliere se segnalare internamente o esternamente al proprio ente (agli inquirenti o ai media) a seconda delle circostanze concrete. Alla fine, anche su questo punto dirimente, la coalizione della società civile ha avuto la meglio. Non avrebbe avuto senso introdurre una gerarchia tra i canali di segnalazione che avrebbe costretto il whistleblower, di fatto, a chiedere al proprio datore di lavoro il permesso di denunciarlo.

Che succede adesso e i punti oscuri

Ora che il più è stato fatto, sarà fondamentale vigilare affinché la trascrizione nei singoli Stati membri avvenga in modo coerente ed efficace. Ci sono due anni per recepire la direttiva e l’augurio espresso da Nick Aiossa di Transparency International è che la legge europea si armonizzi con quelle già in essere nei Paesi che formano l’Unione.

Sperando che si possa mettere mano, da parte dei Parlamenti nazionali, ad alcuni gap a cui la direttiva non ha dato risposta.

In particolare, sul prendere o meno in considerazione le segnalazioni anonime su cui il testo europeo è stato reticente non vincolando gli Stati in questo senso. Inoltre, la direttiva non fa scattare la protezione nel caso in cui il whistleblower abbia ottenuto l’informazione che vuole segnalare in modo ‘illegale’.

Ma questa previsione non tiene conto del fatto che spesso il whistleblower, per procedere a una segnalazione fondata e supportata da prove, deve necessariamente acquisire documenti che non sono già in suo possesso o a cui non potrebbe accedere. Com’è il caso di Antoine Deltour, a cui si deve il caso LuxLeaks, che ha scoperchiato il vaso di Pandora dei rapporti opachi tra corporation a caccia di paradisi fiscali e il governo lussemburghese. Anche su questo, gli Stati membri avranno la possibilità di riscattarsi.

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