tasse e dazi

Digital tax: perché la minaccia di Trump riguarda anche l’Italia



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La minaccia di Trump di imporre dazi del 100% ai Paesi che applicano una digital services tax alle Big Tech americane nasce da un vuoto lasciato dal Congresso dopo il ritiro della Section 899. Ecco cosa c’è dietro lo scontro con l’Europa. L’Italia è inclusa

Pubblicato il 29 giu 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



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Il 26 giugno il presidente Usa Trump ha pubblicato su Truth Social un messaggio che alza il livello dello scontro transatlantico sulla tassazione digitale. “Qualunque Paese che imponga una Digital Services Tax sulle aziende americane sarà immediatamente colpito da un dazio del 100% su tutte le merci esportate negli Stati Uniti, ha scritto, aggiungendo che la tariffa “prevarrà su qualunque accordo commerciale, già implementato, firmato o in corso di negoziazione”.

Non è la prima volta. Due settimane prima, alla vigilia del G7 di Évian, Trump aveva già minacciato la Francia direttamente: dazi del 100% su vini e champagne se Macron non avesse eliminato la digital services tax al 3%. Macron aveva risposto che non è così che funziona e che la legge francese non la decide Washington.

Il post del 26 giugno è l’escalation: dalla minaccia bilaterale alla minaccia generalizzata contro tutti i Paesi europei. Che sta succedendo?


Cos’è la digital services tax e perché irrita Trump

Il problema di fondo è semplice. Le grandi piattaforme americane, Google, Meta, Amazon, Apple, fatturano miliardi in Europa ma pagano pochissime imposte nei singoli Paesi dove operano, perché non hanno sedi fisiche. Le regole fiscali internazionali sono state pensate per un’economia di fabbriche e uffici, non di piattaforme.

La digital services tax è il tentativo di tappare quel buco: una tassa, in genere tra il 2% e il 3%, applicata ai ricavi generati grazie agli utenti locali. Secondo la Tax Foundation , circa la metà dei Paesi europei OCSE ha annunciato, proposto o implementato una DST. L’hanno già introdotta Austria, Danimarca, Francia, Ungheria, Italia, Polonia, Portogallo, Spagna, Turchia e Regno Unito. La stanno considerando Belgio, Repubblica Ceca, Germania, Lettonia, Norvegia, Slovacchia e Slovenia.

Per Washington il problema è che queste tasse, con soglie di fatturato molto alte, finiscono per colpire quasi esclusivamente le big tech americane. Trump le ha definite strumenti progettati per danneggiare o discriminare la tecnologia americana.


Dazi come vendetta alla digital tax, Trump può farlo davvero? Il nodo giuridico

Qui la minaccia mostra la sua fragilità.

La Corte Suprema ha annullato i dazi reciproci globali di Trump stabilendo che l’IEEPA non autorizzava tariffe unilaterali di quella portata. Dopo la sconfitta, Trump ha firmato un ordine esecutivo con un dazio globale del 10% sotto la Section 122 del Trade Act del 1974, ma i dazi imposti con quello strumento possono durare al massimo 150 giorni e richiedono il via libera del Congresso per essere estesi.

L’alternativa è la Section 301. La Casa Bianca ha fatto sapere che la ritorsione verrebbe eseguita proprio sotto questa norma, che consente all’esecutivo di rispondere a pratiche commerciali ritenute discriminatorie. Ma un’indagine Section 301 richiede tempo, consultazioni pubbliche e non si attiva immediatamente come promette il post. In sintesi, la minaccia è politicamente potente, giuridicamente incerta.


Il pezzo del puzzle che manca: la Section 899 e il compromesso del G7

Per capire il post del 26 giugno bisogna fare un passo indietro di un anno, perché la sequenza è rivelatrice. A maggio 2025 la Camera USA aveva approvato una maxi-legge fiscale, il One Big Beautiful Bill Act, che conteneva una norma pensata appositamente per punire i Paesi con digital services tax in vigore. Si chiamava Section 899 e funzionava così: se il tuo Paese tassa le big tech americane, gli Stati Uniti aumentano progressivamente le aliquote fiscali su tutti i redditi che le tue aziende e i tuoi investitori generano in territorio americano. Una ritorsione fiscale permanente, battezzata dai commentatori revenge tax.

Un mese dopo, il segretario al Tesoro Bessent annunciava un accordo con il G7 sulla tassa minima globale sulle multinazionali (il cosiddetto Pillar Two) e ha chiesto al Congresso di togliere la Section 899 dal testo di legge. Il Congresso ha accettato.

L’accordo con il G7 risolveva solo la questione Pillar Two, le multinazionali USA saranno esentate dalle regole europee sulla tassazione minima. Ma le digital services tax, che la Section 899 avrebbe colpito insieme al Pillar Two, restavano fuori dall’intesa. Problema aperto, senza più uno strumento legislativo per affrontarlo. Esattamente un anno dopo, Trump riempie quel vuoto con la minaccia tariffaria. Il Congresso ha rinunciato al bastone fiscale; il presidente ne ha impugnato uno commerciale.


L’Italia e la digital tax: dichiarazioni di allineamento, fatti in direzione opposta

L’Italia è nella lista dei Paesi target. A febbraio 2025 Trump aveva firmato un memorandum presidenziale che prendeva di mira espressamente sei Paesi con DST: Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Spagna e Turchia.

Ad aprile 2025, dopo la visita di Meloni a Washington, Italia e Stati Uniti hanno emesso una dichiarazione congiunta contro le tasse digitali discriminatorie, un segnale di avvicinamento alla posizione americana, anche se senza impegno esplicito ad abrogare la DST italiana.

Ma nei fatti l’Italia ha fatto il contrario di quello che Washington chiedeva. La Legge di Bilancio 2025 ha eliminato la soglia di 5,5 milioni di euro di ricavi digitali locali per l’applicazione dell’imposta, ampliando la platea dei soggetti tassabili.


La risposta di Bruxelles a Trump su digital tax

Il portavoce della Commissione Olof Gill ha risposto su due livelli: la tassazione sulle aziende tecnologiche è non discriminatoria e si applica a tutte le grandi imprese indipendentemente dalla nazionalità; misure unilaterali contro politiche legittime sono ingiustificate. L’UE risponderà rapidamente e con decisione.

Il timing è politico: la minaccia arriva a pochi giorni dalla scadenza del 4 luglio per l’entrata in vigore dell’accordo commerciale UE-USA che fissa i dazi al 15% sulle esportazioni europee. Le digital tax erano state escluse da quell’accordo. Quindi Trump sta dicendo, se usate lo spazio che vi siete tenuti aperto, io faccio saltare tutto.


Chi ha ceduto, chi resiste

Il precedente canadese ha funzionato: Ottawa ha abrogato la sua DST sotto pressione. La Francia no: la DST francese al 3% ha generato circa 700 milioni di dollari solo l’anno scorso, e Macron non intende rinunciarvi.

L’Italia sta in mezzo, il fronte europeo è frammentato, questa è la vera vulnerabilità. Trump non ha bisogno di vincere contro tutti, gli basta che qualcuno ceda, per rendere la posizione comune insostenibile.

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