Esiste la possibilità di un futuro senza industria? Per gli imprenditori di Assolombarda la risposta è netta: è inimmaginabile. Il presidente Alvise Biffi in questi giorni invita quindi a superare l’abitudine europea alle lamentele e a concentrarsi sulle opportunità: «Spingere di più per portare l’IA dentro l’economia reale».
La questione emerge ora nella cornice della manovra finanziaria. I nuvoloni all’orizzonte annunciato dal Ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, di certo non inducono a essere ottimisti, ma la legge di bilancio che si starebbe definendo in queste ore deve avere al suo interno misure per l’innovazione.
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AI nell’industria italiana, che fare
Le ipotesi allo studio sono molte. Dall’iperammortamento triennale, con l’inserimento dei servizi software in cloud, alla tassazione agevolata per gli under 35, fino alla creazione di vere e proprie Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS).
La sfida è far incontrare il digitale con il mondo fisico. È la Physical AI, un’intelligenza artificiale che entra nella manifattura, nella meccanica di precisione, nella logistica e nei processi produttivi. Non si tratta soltanto di utilizzare nuovi software, ma di costruire una vera “fabbrica dell’intelligenza artificiale”.
La crescita della robotica dà una misura della trasformazione della produzione: secondo la International Federation of Robotics, le installazioni mondiali di robot industriali sono passate da circa 542 mila unità nel 2024 a 603 mila nel 2025. È un indicatore dell’automazione industriale, non un conteggio dei soli robot che impiegano intelligenza artificiale avanzata. Installazioni mondiali di robot industriali, 2024-2025.
Installazioni mondiali di robot industriali, 2024-2025
Un’industria europea più resistente di quanto sembri
Il contesto è favorevole per una spinta.
Gli alti prezzi dell’energia, la concorrenza cinese e la riduzione della liquidità stanno mettendo in difficoltà molte imprese. Tuttavia, la crisi non colpisce tutti i Paesi e i settori nello stesso modo.
Secondo Eric Heymann di Deutsche Bank, la quota della manifattura sul valore aggiunto lordo europeo è rimasta negli ultimi anni intorno al 16%. Dall’inizio del 2023 l’occupazione nel settore è diminuita di circa il 2%, fermandosi a 28 milioni di addetti, ma comparti come farmaceutica, aerospazio ed elettronica continuano a crescere.
Il boom dell’intelligenza artificiale sta inoltre favorendo imprese come Schneider Electric, Siemens e Prysmian, che producono le apparecchiature necessarie ad alimentare i data center. L’industria europea non sta quindi scomparendo: sta cambiando forma.
L’Europa non è Nvidia, ma l’AI è indispensabile
Se si osserva la corsa all’intelligenza artificiale soltanto dalla prospettiva dei chip, la partita sembra già decisa: gli Stati Uniti progettano, Taiwan produce e l’Europa insegue. Ma un chip non nasce soltanto da chi lo disegna.
Basta allargare un po’ lo sguardo per scoprire una realtà diversa. Nei Paesi Bassi, ASML è l’unica impresa al mondo a produrre le macchine per la litografia EUV necessarie alla fabbricazione dei semiconduttori più avanzati. In Germania, Zeiss realizza le ottiche che permettono a queste macchine di funzionare. In Italia, Technoprobe è tra i protagonisti mondiali dei sistemi che testano i chip quando sono ancora sul wafer.
Accanto a questi campioni si stanno facendo spazio aziende più giovani: Axelera AI, guidata dall’italiano Fabrizio Del Maffeo, sviluppa acceleratori per l’intelligenza artificiale; la francese SiPearl progetta processori ad alte prestazioni destinati anche ai supercomputer europei.
Nessuna di queste aziende, da sola, è la “Nvidia europea”. Insieme, però, occupano passaggi decisivi della nuova catena industriale. Il vero problema è unirle. In un continente che fatica a trovare una voce politica comune, la tecnologia potrebbe costringerci a collaborare.
La difficoltà europea è anche finanziaria. Il confronto elaborato dallo Stanford AI Index evidenzia la concentrazione degli investimenti privati in intelligenza artificiale negli Stati Uniti. Queste cifre non includono tutta la spesa pubblica e non misurano gli investimenti nella sola manifattura. Investimenti privati in intelligenza artificiale, 2025 (miliardi di dollari).
Investimenti privati in intelligenza artificiale, 2025 (miliardi di dollari)
Comprare l’IA non basta
Resta un interrogativo: l’intelligenza artificiale aumenta davvero la produttività? La risposta è sì, ma non automaticamente.
Non basta acquistare un modello e installarlo. Occorre riorganizzare l’impresa, riscrivere i processi, formare le persone e integrare la tecnologia nei sistemi aziendali. I costi arrivano subito, mentre i benefici si manifestano nel tempo.
Il potenziale aumenta con gli agenti di intelligenza artificiale, capaci non soltanto di elaborare informazioni, ma anche di eseguire sequenze di operazioni: leggere un ordine, controllare il magazzino, contattare i fornitori, predisporre un pagamento e aggiornare la contabilità.
Questa evoluzione è particolarmente importante per l’Italia. Proprio una piccola impresa può oggi procurarsi, grazie all’IA, capacità che un tempo richiedevano dimensioni assai maggiori. Un’impresa di dimensioni ridotte difficilmente può permettersi un reparto legale, un ufficio studi, programmatori, esperti di marketing internazionale e sistemi gestionali sofisticati. L’intelligenza artificiale può metterle a disposizione almeno una parte di queste capacità.
Il divario di adozione tra piccole e grandi imprese è già evidente: nel 2025 ha utilizzato almeno una tecnologia di intelligenza artificiale il 17% delle piccole aziende dell’UE con 10-49 addetti, contro il 55% delle imprese con almeno 250 addetti. Eurostat rileva l’uso dell’IA in generale, non soltanto di quella generativa, ed esclude le microimprese.
Imprese dell’Unione europea che utilizzano tecnologie IA, per dimensione (2025)
Le scelte che non possono più aspettare: che fare con la Manovra 2027 per l’AI in Italia
La diffusione dell’IA in Italia resta però limitata: poco più di un quarto dei lavoratori utilizzerebbe strumenti di intelligenza artificiale generativa, contro quasi un terzo in Germania. Per ridurre il divario servono competenze, accesso al capitale e regole più semplici, prima ancora di nuovi sussidi.
Anche le politiche industriali devono cambiare passo: incentivi agli investimenti in tecnologie e servizi cloud, strumenti per le imprese innovative, aree dedicate alla sperimentazione e un mercato europeo dei capitali realmente accessibile. In questa direzione potrebbe muoversi anche il cosiddetto “28° regime”, o EU Inc., pensato per facilitare la crescita delle imprese tecnologiche oltre i confini nazionali.
Per l’Italia, il banco di prova più immediato è la legge di Bilancio 2027. All’assemblea di Assolombarda del 12 ottobre, Alvise Biffi ha chiesto che gli incentivi agli investimenti tecnologici siano semplici da utilizzare e rispecchino il modo in cui le imprese si digitalizzano. La sua proposta più concreta è ammettere nell’iperammortamento anche i software usati con contratti in abbonamento, i cosiddetti Software as a Service (SaaS). Oggi, ha osservato, il sistema può favorire chi acquista un bene da iscrivere a bilancio rispetto a chi paga un servizio cloud. È una differenza che pesa quando l’IA entra nei processi produttivi attraverso piattaforme e applicazioni esterne, anziché con programmi sviluppati in casa.
Dal Governo è arrivata un’apertura, non ancora una norma. Intervenendo alla stessa assemblea, Giorgia Meloni ha annunciato di essere al lavoro con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti su un’agevolazione fiscale per i software utilizzati tramite contratti cloud. Giorgetti ha inoltre indicato l’intenzione di prorogare e rafforzare l’iperammortamento, mentre Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ne ha chiesto la continuità. Restano da definire regole, spese ammesse e procedure. Proprio da questi dettagli dipenderà se i nuovi incentivi aiuteranno anche le piccole imprese a usare l’intelligenza artificiale o se finiranno per essere sfruttati soprattutto da chi dispone già di strutture e risorse per investire.
L’Europa possiede ricerca, risparmio, competenze industriali ed energia imprenditoriale. L’Italia ha inoltre un patrimonio manifatturiero che può trasformare l’intelligenza artificiale da tecnologia astratta a leva concreta di produttività.
Ora tocca alla politica scegliere. Posto che l’innovazione non ha data di scadenza emerge con ancora più evidenza la necessità di un dialogo più serrato e concretotra industria e decisori politici. Non servono promesse generiche sull’innovazione, ma una strategia verificabile, tempi certi e un dialogo stabile con imprese, università e ricerca.
Nell’epoca dell’intelligenza artificiale stanno cambiando le domande: chi si candida a governare il Paese deve dimostrare di avere finalmente risposte nuove.































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