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Cloud europeo, tra sovranità digitale e sfida alle big tech



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Il concetto di cloud europeo nasce in risposta alla crescente esigenza di sovranità digitale, alimentata da normative stringenti e da un contesto geopolitico incerto. Ma cosa significa davvero cloud europeo, qual è il ruolo degli hyperscaler e dei provider regionali? E soprattutto: quali requisiti deve possedere un’infrastruttura per essere conform

Pubblicato il 24 nov 2025

Emanuele Villa

Giornalista Nextwork360



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L’adozione del cloud è ormai trasversale, e per questo molti Stati hanno intrapreso – o rafforzato – la strada delle sovereignty laws, normative pensate per assicurare che i dati generati e gestiti dalle organizzazioni siano soggetti a una giurisdizione ben definita e sotto controllo locale. È in questo scenario che nasce il concetto cloud sovrano europeo (o semplicemente cloud europeo) come modello di servizio che assicura la residenza dei dati e l’autonomia operativa e tecnologica all’interno della giurisdizione dell’UE.

Cloud europeo: lo stato dell’arte tra opportunità e scenari competitivi

Per i provider europei, che dispongono naturalmente di infrastrutture all’interno dell’Unione, gestite da personale europeo e basate su tecnologie non soggette a rischi geopolitici significativi, l’avanzata della sovranità digitale è un’opportunità per proporsi come interlocutori affidabili per imprese e PA in cerca di soluzioni compliant, resilienti e ad alte performance.

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Nonostante il quadro normativo sia in continua evoluzione – tra spinte verso una maggiore restrizione e approcci più flessibili – operare nativamente all’interno della giurisdizione UE rappresenta appunto un vantaggio competitivo. I provider europei possono infatti rispondere in modo nativo alle normative già in vigore come GDPR, NIS 2, Cyber Resilience Act e Data Act, oltre alle regolamentazioni dei singoli Stati membri. Questo vantaggio si estende anche alle norme in arrivo: è il caso dello schema europeo di certificazione per la sicurezza dei servizi cloud (EUCS), ancora in fase di definizione proprio per via del dibattito sui possibili requisiti di residenza e sovranità dei dati.

Recenti studi, come quello di Tdwi, confermano che il tema della sovranità digitale è sempre più centrale nelle scelte delle aziende. Alcuni suoi elementi costitutivi, come l’esigenza di data privacy, compliance, assenza di lock-in e massimo controllo sul dato occupano stabilmente le prime posizioni tra le cause di repatriation; inoltre, stando all’Osservatorio del Politecnico di Milano, proprio l’esigenza di sovranità digitale alimenta la forte crescita del Private Cloud in Italia nel 2025, pari al +23% rispetto all’anno precedente.

Parallelamente, cresce appunto l’interesse verso la cloud repatriation, ovvero il riportare in ambienti privati o ibridi alcuni workload precedentemente migrati su cloud pubblici: l’Osservatorio riporta che nel 2025 il 35% delle organizzazioni sta valutando iniziative in questa direzione, contro il 20% del 2024. Un segnale, a detta di IDC, della maturità del cloud in Europa, ossia di come le aziende stiano perfezionando il posizionamento dei workload in termini di costi e, per l’appunto, di conformità e sovranità.

Va però sottolineato come l’opportunità del cloud europeo, nonostante la crescita continua (l’Osservatorio prevede +20% entro il 2025), si inserisca in un contesto di forte squilibrio competitivo. Secondo stime Gartner, il 97,2% dei servizi cloud infrastrutturali e di piattaforma utilizzati nel mondo è erogato da hyperscaler statunitensi (83,7%) o cinesi (13,5%). I provider europei restano marginali, con una quota globale che non supera il 2,8% e, secondo altre fonti, una presenza sul mercato europeo ferma a circa il 15%.

È dunque sfida aperta alle big tech?

Di fronte all’ascesa del cloud sovrano, gli hyperscaler non sono rimasti a guardare. Al contrario, hanno potenziato la propria offerta con soluzioni che puntano a garantire residenza dei dati, controllo operativo e conformità normativa. Ne sono un esempio il progetto EU Data Boundary di Microsoft e lo European Sovereign Cloud di AWS, che beneficia di un investimento di 7,8 miliardi di euro entro il 2040.

Tuttavia, parlare di una vera e propria sfida tra provider regionali e big tech rischia di semplificare eccessivamente la realtà. Secondo molti analisti, è improbabile che le organizzazioni possano fare a meno, quanto meno nel breve periodo, dei servizi degli hyperscaler, non tanto per potenza di calcolo o capacità di scaling, ma per la profondità d’offerta in termini di piattaforme, tecnologie, strumenti e servizi.

Inoltre, non si tratta di uno scontro diretto. Il modello cloud più affermato è ibrido e multicloud, dove infrastrutture pubbliche e private coesistono in modo integrato e complementare. In questo contesto, è l’operatore europeo – se dotato di determinate caratteristiche – ad essere responsabile della gestione dei dati sensibili, dei workload regolati e dei processi critici per l’impresa; il cloud pubblico, con la sua scalabilità, assume un ruolo centrale nell’assorbire carichi flessibili e sperimentare nuove soluzioni all’interno di un’architettura progettata secondo criteri di controllo, segregazione e conformità.

Cloud europeo: i requisiti e cosa cercare in un provider

A prescindere dall’assetto competitivo e dall’evoluzione normativa, non c’è dubbio che la sovranità digitale sia un elemento chiave per i decisori aziendali e istituzionali che decidono di adottare soluzioni cloud o di rivedere la propria strategia.

Una cosa è certa: non basta essere nati in Europa per potersi definire cloud sovrano o cloud europeo. “La data residency intra-UE è un punto di partenza fondamentale – ci spiega Davide Capozzi, Innovation & Solution Architecture Director di WIIT, cloud provider europeo specializzato nella gestione di ambienti mission-critical – ma per garantire la sovranità digitale sono fondamentali anche altri requisiti: il rispetto a 360 gradi della normativa locale e continentale, la sicurezza intrinseca dell’infrastruttura, il pieno controllo sui processi operativi e l’adozione di piattaforme aperte e interoperabili per ridurre al minimo vincoli esterni e rischi geopolitici”.

Riferendosi alla propria infrastruttura, WIIT parla espressamente di European Cloud e lo fa anche per dimostrare (nei fatti) che la narrazione secondo cui i provider regionali sarebbero strutturalmente un passo indietro rispetto agli hyperscaler non corrisponde alla realtà. L’infrastruttura WIIT, progettata per essere sicura by design e resiliente, si articola su più regioni europee, tre availability zone e garantisce SLA fino al 99,9%, assicurando continuità anche in presenza di fault o carichi molto elevati. Non a caso, l’architettura WIIT nasce proprio per supportare processi critici di aziende altamente regolate, e per questo può coniugare performance di livello enterprise con i requisiti della sovranità digitale.

“Il modello WIIT – aggiunge Capozzi – garantisce che dati, processi e competenze restino interamente all’interno dello spazio giuridico europeo, è nativamente conforme a normative come GDPR, NIS2 e DORA, e si basa su una trasparenza totale nei flussi e nella gestione dei workload. A questo, inoltre, si affianca una gamma completa di servizi per la sicurezza, la continuità operativa e la protezione dei dati, con particolare attenzione alle esigenze dei settori più regolati”.

La visione di WIIT, infine, va oltre l’infrastruttura: l’azienda ha sviluppato una piattaforma cloud-native proprietaria, la WIIT Cloud Native Platform (WCNP), pensata per supportare le imprese anche nei progetti più evoluti di sviluppo e modernizzazione applicativa. La piattaforma, basata su tecnologie aperte e standardizzate come OpenStack e Kubernetes, sfrutta il potenziale dell’open source certificato CNFC per garantire portabilità e automazione a beneficio di qualsiasi organizzazione che desideri costruire applicazioni scalabili, componibili e facilmente integrabili in architetture multicloud.

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Articolo realizzato in partnership con WIIT

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