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l'analisi

Fibra ottica nelle case, a che punto siamo in Italia: i progressi e i ritardi

Dal punto di vista infrastrutturale, l’Italia è nel gruppo dei principali paesi europei e i nostri piani di sviluppo sia nelle aree rurali attraverso i bandi Infratel che nelle aree nere/grigie sono alquanto solidi. La partita su cui dobbiamo concentrarci è piuttosto quella della domanda e della formazione al digitale

23 Ott 2019

Roberto Opilio

Telecommunications Senior Business Advisor, Regional Senior Advisor del Cebf per Italia e Sud Europa


La situazione dello sviluppo della fibra ottica in Italia, guardando in particolare alla tecnologia FTTH (Fiber-To The-Home) in rapporto ai quattro principali competitor europei, non è così nera come si potrebbe pensare da una lettura superficiale dei dati in circolazione.

Si dovrebbe lavorare, piuttosto, sulla domanda – troppo debole – di servizi ultrabroadband e sulla alfabetizzazione dei cittadini al digitale. E’ su questi fronti, non su quello infrastrutturale che il ritardo è più preoccupante.

Tema su cui del resto il Mise si è di recente espresso con l’impegno di avviare finalmente i voucher banda ultralarga e la fase due del piano (fibra ottica nelle aree grigie, dove però riconosce un deficit delle risorse) passando dal procedimento di notifica europeo.

Ultrabroadband, i numeri del DESI

Se vogliamo attenerci ai numeri relativi allo sviluppo dell’infrastruttura, uno dei documenti più adatti per comprendere lo stato dell’arte dell’ultrabroadband a livello europeo è certamente il DESI (Digital Economy and Society Index), un documento di ricerca dettagliato e completo prodotto periodicamente dalla Commissione europea.

Nell’ambito di tale ricerca, che tocca diversi aspetti dello sviluppo del digitale in Europa, l’ambito di riferimento per l’ultrabroadband a cui fare riferimento è il sottoinsieme che monitora lo sviluppo del “Fiber-To-The-Premises” o FTTP, equivalente del nostro FTTH.

Credo inoltre che per fare valutazioni consistenti occorra limitarsi nelle analisi ai cinque paesi principali d’Europa con cui il confronto è più serio dal punto di vista dello sviluppo e della competitività, vale a dire Italia, Germania, Regno Unito (indipendentemente dall’esito del processo di “Brexit”), Francia e Spagna.

Come si vede chiaramente dal grafico riportato in Fig. 1, l’Italia si trova esattamente al terzo posto dei cinque paesi con praticamente nessuno sviluppo effettuato nella parte rurale del paese.

Il contesto di riferimento

A questo punto occorre aggiungere alcune considerazioni che aiutano a comprendere meglio il contesto di riferimento ed in particolare:

  • se si prende il DESI del 2016 la situazione in termini di posizioni è esattamente la stessa e in termini di copertura FTTH si è passati del 24% al 30% in 2 anni (pari circa a un +3% anno in totale in Europa). Avendo in Italia circa 36 milioni di unità immobiliari, l’implicazione di questo dato è che per stare al passo con gli altri la crescita necessaria è di poco più di un milione di unità immobiliari all’anno.
  • il DESI 2019 prende in considerazione i dati fino a giugno 2018 e ciò esclude dalla attuale rilevazione tutto lo sforzo messo in campo da Open Fiber sia nelle aree nere che soprattutto nelle aree bianche o rurali dove i dati del DESI ci dicono che siamo ancora praticamente a zero. Ricordo a questo proposito che in Italia almeno il tema è stato indirizzato a livello di progetto da tempo attraverso i bandi Infratel che prevedono la copertura attraverso FTTH di circa 8 milioni di unità immobiliari nelle aree rurali. E otto milioni equivalgono a 22/23 punti percentuali che ci permetterebbero da sole un grande balzo nella classifica, cosa che avverrà a breve.
  • la Spagna ha una situazione particolare in quanto la sua architettura di rete è più “rigida” della nostra, non prevedendo gli armadi (CAB) tra le centrali telefoniche e il cliente. Questa situazione ha impedito lo sviluppo del Fiber-to-The-CAB (FTTC) come passo intermedio di sviluppo della fibra ottica (utilizzato invece dagli altri paesi, incluso l’Italia)
  • la velocità di sviluppo del 3% all’anno indica chiaramente che per avere una Europa cablata quasi completamente in fibra occorre traguardare il 2030 e non solo per problemi di finanziamento ma anche per la reale capacità di esecuzione da parte delle imprese che costruiscono fisicamente la rete nei singoli paesi.
  • se invece di limitarci alla sola tecnologia FTTH considerassimo tutte le altre tecnologie ultrabroadband (es. FTTC e docsis3,0) l’Italia balzerebbe al secondo posto in termini di copertura (90% del paese), seconda solo al Regno Unito.

I dati sulla velocità di download

Se il DESI è certamente lo strumento più adatto per verificare lo sviluppo sul campo delle infrastrutture in fibra credo invece che il report prodotto da Netflix sulla velocità di download per operatore e per singolo paese fornisca in modo esauriente la situazione reale in campo, dal punto di vista dell’esperienza del cliente finale. Consultando i dati riportati in Fig.2, ci si rende conto che non ci sono significative differenze tra paesi e che i dati sono sostanzialmente allineati.

Constatato quindi che dal punto di vista infrastrutturale siamo nel gruppo dei principali paesi europei e che i nostri piani di sviluppo sia nelle aree rurali attraverso i bandi Infratel che nelle aree nere/grigie sono alquanto solidi (circa 1,3 milioni di unità immobiliari nel triennio 2019-2021 secondo l’ultima consultazione Infratel), a questo punto credo che sia utile domandarsi quale sia il modello di sviluppo della infrastruttura in fibra  FTTH adottato prevalentemente nei cinque grandi paesi d’Europa. 

Un mix di modelli infrastrutturali

Volendo semplificare si possono trarre i seguenti insegnamenti:

  • lo sviluppo prevalente è fatto da operatori verticalmente integrati con unica eccezione di Open Fiber in Italia che adotta un modello “wholesale-only”;
  • non esiste alcuna rete unica in nessun paese, ma ovunque esiste una parziale competizione infrastrutturale;
  • sono largamente diffusi modelli di cooperazione tra operatori per la condivisione di investimenti e di sviluppo della rete in fibra ottica. In tali modelli è incluso anche l’incumbent (in Italia tale modello è addirittura societario con Flash Fiber , società tra Tim e Fastweb)
  • ovunque sono presenti piccoli operatori locali a carattere regionale sia verticalmente integrati sia con modello prevalente del “wholesale-only” che costruiscono infrastrutture in fibra sia nelle aree industriali sia nel mondo residenziale (in Italia oltre una quindicina ma è situazione comune in Europa).

Questo panorama a livello europeo di grande mix di modelli infrastrutturali ci fa rendere conto di quanto sia difficile trovare una strada univoca, condivisa e universalmente vincente nello sviluppo della fibra e ci fa solo intravedere alcune problematiche operative che ci troveremo a gestire con il modello di sviluppo FTTH in corso (ben distante dalla rete unica e quindi con diversi proprietari di pezzi di infrastruttura diversa che collegano anche un singolo cliente ).

Mi voglio riferire con ciò a tematiche quali ad esempio gli interventi su un malfunzionamento (ad esempio: quale proprietario di infrastruttura deve intervenire? Quali sono i suoi livelli di servizio?) oppure al cambio di operatore quando si passa da una infrastruttura ad un’altra che saranno senza dubbio piu’ complessi di prima.

Concludo infine portando l’attenzione su quella che, a mio avviso, è la partita su cui dobbiamo concentrarci in quanto la distanza con i nostri partner Europei è maggiore.

Questa partita è l’utilizzo dell’ultrabroadband (vedi fig.3) e la formazione sul digitale dove certamente abbiamo molto più ritardo da recuperare.

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