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L’AI cerca spazio sott’acqua: così cambiano i data center


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A Shanghai è operativo un data center sottomarino alimentato per oltre il 95% da energia rinnovabile. Dopo gli esperimenti di Microsoft, la Cina punta sulla scalabilità, mentre nuovi progetti emergono in Corea del Sud, Stati Uniti e Singapore tra vantaggi energetici, manutenzione e impatto ambientale

Pubblicato il 7 ott 2026

Antonio Deruda

analista e consulente



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I data center sottomarini tornano al centro dell’attenzione con il progetto entrato in piena operatività nell’area di Lingang, a Shanghai. La crescita dell’AI e della domanda di energia e raffreddamento riapre così una strada sperimentata da Microsoft e oggi rilanciata soprattutto dalla Cina.

Il primo data center subacqueo al mondo alimentato dal vento

A sei miglia dalla costa orientale di Shanghai, nell’area speciale di Lingang, è entrato in piena operatività il primo data center subacqueo al mondo alimentato dal vento, con circa 2.000 server e una capacità totale di 24 megawatt. Realizzato da HiCloud Technology e China Communications Construction, con un investimento di oltre 220 milioni di dollari, l’infrastruttura si trova a 35 metri sotto la superficie dell’acqua ed è alimentata per oltre il 95% da energia rinnovabile, in particolare da un parco eolico offshore situato nelle vicinanze. Una soluzione che permetterebbe una riduzione del consumo energetico di oltre un quinto rispetto ai campus terrestri.

Non è il primo data center sottomarino al mondo, ma gli analisti osservano con attenzione la sua evoluzione perché può rappresentare il segnale del passaggio da una tecnologia dimostrativa a un’infrastruttura al servizio della nuova era dell’intelligenza artificiale.

Data center sottomarini e impatto ambientale dell’AI

La sua operatività ha riportato i data center sottomarini al centro dell’attenzione, in un periodo in cui l’AI sta facendo crescere con una velocità esponenziale la domanda di spazi, elettricità e soluzioni di raffreddamento, generando al contempo nuove preoccupazioni ambientali. Un rapporto pubblicato nel giugno scorso dalla United Nations University stima che nel 2030 i consumi elettrici dei data center potrebbero comportare un’impronta idrica complessiva di circa 9,3 trilioni di litri, considerando non soltanto l’acqua utilizzata per il raffreddamento, ma anche quella necessaria alla produzione dell’elettricità. Anche l’impatto sul territorio sarebbe rilevante: la superficie di suolo associata alle infrastrutture energetiche necessarie ad alimentarli potrebbe superare i 14.500 chilometri quadrati. Sono stime che mostrano quanto la geografia fisica dell’AI sia destinata a incoraggiare la ricerca di soluzioni alternative a minore impatto, compresa la realizzazione di data center sottomarini, che sembravano essere finiti in un limbo.

Project Natick, l’esperimento sottomarino di Microsoft

La storia di queste infrastrutture comincia nel 2013 negli Stati Uniti, con le prime bozze del “Project Natick” di Microsoft, basato su un ragionamento suggerito da un sommozzatore dei corpi speciali americani: visto che la maggior parte della popolazione mondiale vive vicino alle coste, proviamo ad avvicinare il cloud agli utenti e, nello stesso tempo, sfruttiamo il mare per il raffreddamento dei server.

Nel 2018 l’azienda di Redmond ha immerso a circa 36 metri di profondità un cilindro pressurizzato con 12 rack e 864 server, collocato al largo delle isole Orcadi, in Scozia. È rimasto nei fondali per oltre due anni, alimentato dalla rete elettrica locale, ed è stato riportato in superficie nel 2020, con un risultato sorprendente sulla sua affidabilità: il tasso di guasti dei server era stato un ottavo di quello del gruppo di controllo a terra. Microsoft attribuì il dato soprattutto all’atmosfera di azoto, meno corrosiva dell’ossigeno, e all’assenza di interventi umani sui rack.

I limiti di manutenzione e aggiornamento dell’hardware

Natick ha offerto un responso netto: un data center, sigillato e senza personale, può funzionare sott’acqua per anni. Ma ha lasciato aperte questioni operative sull’aggiornamento e la manutenzione dell’hardware. Elementi oggi dirimenti, visto che nell’era dell’AI il valore di un’infrastruttura dipende anche dalla rapidità con cui si possono installare nuove generazioni di acceleratori, aumentare la densità dei rack e riconfigurare la rete. Se per intervenire sull’hardware occorre recuperare un modulo dai fondali, il vantaggio del raffreddamento e del risparmio energetico va confrontato con costi e tempistiche più impegnativi rispetto a quelli di un’infrastruttura terrestre.

Data center sottomarini in Cina, da Lingshui a Shanghai

Microsoft ha abbandonato il progetto, ma ne ha dimostrato la fattibilità. Ora la Cina sta provando la scalabilità. Il primo passaggio è avvenuto nel 2023 con la realizzazione del data center sottomarino di Lingshui, nella zona dell’Hainan, potenziato poi nel 2025 e oggi utilizzato anche dal gigante cinese dell’AI DeepSeek.

Il progetto Lingang a Shanghai aggiunge un nuovo tassello. Non si limita a usare il mare per raffreddare i server, ma collega direttamente il calcolo all’eolico offshore. Le stime indicano un PUE inferiore a 1,15, una riduzione dei consumi energetici di circa il 22,8%, l’azzeramento dell’acqua dolce per il raffreddamento e oltre il 90% di risparmio di suolo rispetto a una soluzione terrestre equivalente. Sono numeri da trattare con cautela, perché provengono dai promotori del progetto e non costituiscono ancora una valutazione indipendente sull’intero ciclo di vita, ma descrivono bene la logica economica e politica dell’iniziativa.

Dai 24 MW attuali all’obiettivo dei 500 MW

I partner del progetto hanno inoltre firmato un accordo strategico per sviluppare in prospettiva fino a 500 MW di capacità. La distanza tra i 24 MW attuali e i 500 MW pianificati dimostra un’ambizione molto elevata: la Cina non considera più il data center sottomarino soltanto una capsula sperimentale, ma un possibile sistema di infrastrutture scalabili. Uno scenario coerente con le linee guida “AI Plus” del Consiglio di Stato di Pechino che indicano tra le priorità la costruzione di reti di calcolo, reti elettriche di nuova generazione e infrastrutture di comunicazione. A questo si aggiunge un vantaggio industriale specifico: secondo il Global Wind Energy Council, alla fine del 2025 la Cina disponeva di 48,4 GW di eolico offshore installato e aveva aggiunto 6,6 GW in un solo anno, guidando il mercato mondiale per l’ottavo anno consecutivo.

I progetti di data center sottomarini fuori dalla Cina

Fuori dai confini cinesi esistono test, startup, progetti commerciali e annunci, ma non si può parlare di un vero e proprio mercato comparabile per scala a quello dei data center terrestri. In Corea del Sud, la città di Ulsan (famosa per la mega fabbrica della Hyundai) e il Korea Institute of Ocean Science and Technology hanno ottenuto nel 2026 un finanziamento governativo di circa 29 milioni di dollari per sviluppare un modello di data center sottomarino “carbon-zero”. Il calendario prevede progettazione e test fino al 2030 e l’avvio della costruzione di un complesso commerciale su larga scala dal 2031. La formula utilizzata dagli amministratori locali – costruire un nuovo “territorio digitale marittimo” – rivela come il progetto sia letto anche in termini di politica industriale e sovranità tecnologica.

Sul versante statunitense, vicino a Eastport, nello Stato del Maine, DeepGreen ha presentato all’inizio del 2026 alla Federal Energy Regulatory Commission un progetto che si è per ora infranto contro una moratoria di 180 giorni approvata a livello locale sui data center, anche quelli sommersi. Si tratta di un caso interessante da seguire perché dimostra come il vantaggio teorico di spostare un’infrastruttura dalla terra al mare non elimina le tensioni sociali, ma fa entrare in gioco nuove istanze: pesca, usi costieri, navigazione e protezione degli ecosistemi marini.

Dai fondali ai data center galleggianti

C’è infine una soluzione intermedia: le infrastrutture galleggianti o semi-offshore. A Singapore Keppel ha avviato nel 2026 la costruzione di un Floating Data Centre da 25 MW, previsto in completamento nel 2028. Il vantaggio è evidente: ci si avvale del raffreddamento marino, ma l’hardware resta più accessibile per manutenzione e aggiornamenti. Un compromesso che potrebbe risolvere proprio uno dei limiti che hanno frenato lo sviluppo di Natick.

Il futuro dell’ocean-based computing

Questa distinzione è decisiva per capire il futuro del settore. L’idea più “scenografica” è quella dei server sigillati sul fondale, ma la soluzione più scalabile potrebbe essere un ecosistema più ampio di “ocean-based computing”: piattaforme galleggianti, moduli recuperabili, collegamenti diretti con eolico offshore e cavi sottomarini. In prospettiva, il binomio mare-data center potrebbe crescere senza che la maggior parte dei server finisca nei fondali.

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