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Piano gigabit al 2030, restano i problemi di sempre



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La rimodulazione del Piano Italia a 1 Giga sposta l’orizzonte al 2030 per evitare la perdita di risorse PNRR. Invitalia entra come implementing partner e gestisce il Fondo nazionale per la connettività. Restano criticità su regole, lotti, penali, mappature e civici remoti

Pubblicato il 19 feb 2026

Dario Denni

Europio Consulting



gigabit 2030

Invitalia si è mossa con la consultazione per il bando Fondo Nazionale Connettività, 733 milioni per dare 1 gigabit a 1,8 milioni di civici entro il 2030.

Piano fondo nazionale connettività, numeri e perimetro dei civici ammissibili

I civici totali ammissibili al finanziamento stavolta sono 1.814.121 e non sono un blocco unico né omogeneo, ma derivano da analisi delle mappature Infratel del 2025. Il nucleo centrale è dato dai 437.951 civici dei 707.092 dichiarati non collegabili da Open Fiber entro il 2026. Sono stati quindi verificati i piani degli operatori alternativi, per individuare i civici che restano ancora scoperti o limitati a velocità inferiori di quelle eligibili entro il 2030. Sono civici sparsi in tutte le Regioni con diversi campanelli di allarme rosso in Toscana ed in Emilia Romagna.

A questi si aggiungono 1.376.170 civici “extra” dalla mappatura generale. Ora, escludendo i civici entro 50 metri da reti esistenti (BUL FTTH/FWA, piani privati), arriviamo ad un mix esplosivo, macroscopico di civici remoti (montagne, isole), urbani periferici e industriali, con coordinate walk-in verificate sul campo dagli operatori, e forse qualche civico “fantasma” perché nessuno ha riscontrato la certezza dei dati forniti dagli operatori come veri, in controverifica di esattezza. Dunque oggi lo Stato si affida ancora a dichiarazioni private dei privati, ed è questo un punto dove prima o poi occorrerà fare luce.

Risorse PNRR e slittamento al 2030: il quadro del piano Italia a 1 Giga

Le risorse adesso promanano dal Fondo Nazionale Connettività e ammontano a 733 milioni di euro, derivanti dalla rimodulazione del PNRR concordata con la Commissione UE a settembre 2025. Non sono fondi nuovi, provengono da economie generate dallo stralcio parziale del contributo a Open Fiber e da risorse non impegnate in altri sub-investimenti del Piano Italia a 1 Giga originario. Il governo, per evitare la perdita di questi 700 milioni a causa del mancato milestone 2026, ha negoziato lo slittamento al 2030, allineandosi al Digital Decade UE. Siamo cioè passati da una scadenza rigida 2026 ad una flessibile 2030, con un Fondo che “salva” le risorse che comunque abbiamo preso a debito.

Consultazione e modello: cosa si rischia con il nuovo piano gigabit

Ma ora è aperta una consultazione pubblica dove le domande sembrano angolate, perché sono esattamente i problemi che non si possono risolvere continuando come è stato fatto finora, perché toccano proprio i nodi irrisolti dei piani passati, non solo Italia 1 Giga, anche BUL aree bianche. Facciamo qualche esempio. Nei piani precedenti, i lotti grandi hanno favorito la concentrazione riducendo contendibilità e rallentando i lavori per mancanza di manodopera simultanea. Cosa si evince da questo? Che implicitamente il modello fatto di pochi grandi lotti non ha funzionato. Poi si chiede come punire ritardi (penali progressive, risoluzione contratto) e premiare anticipi (bonus % contributo). Stavolta serve uno sforzo ancora maggiore. Sembra quasi di essere di fronte ad un riconoscimento esplicito che i milestone non rispettati derivano, tra le altre cose, anche da penali deboli e dall’assenza di incentivi reali. I piani passati in effetti hanno accumulato anni di ritardo nonostante penali teoriche, alcune applicate, altre contestate. Ma nei fatti, se i bandi non attirano abbastanza operatori o se i costi esplodono, le economie residue potrebbero non bastare neanche stavolta.

Dunque la consultazione indetta da Invitalia contiene invero molte risposte e per quanto possa essere doloroso, occorre dover ammettere che sia fallito il modello centralizzato. Ma l’errore più grande sarebbe replicare gli stessi ritardi, la concentrazione su pochi player, il gap di manodopera, con i costi lievitati e richieste esose di risarcimenti degli extracosti. Insomma altri civici remoti lasciati indietro. In altre parole, occorre ripensare da capo l’intero modello di intervento fin qui proposto.

Regole e incentivi nel piano per il gigabit nel 2030: cosa non torna

Dunque prima di ogni nuovo e futuro bando che intervenga a copertura dei civici esclusi dal Piano Italia 1 Giga, ma ammissibili di un sussidio ulteriore da parte dello Stato, occorrerebbe fare prime valutazioni sulla certezza delle regole che si applicano prima, durante e dopo i bandi, anche perché il solo fattore che legittima sulla carta determinate scelte, non è di per sé sufficiente a sanare i ritardi e le inefficienze che ne conseguono. Detto ancora più semplicemente, non tutto quello che è lecito è necessario.

Il rischio maggiore è di perseverare in procedure che pur legittime sotto il profilo giuridico, mantengono il Paese ancora ostaggio del digital divide, e questa volta in maniera ancora più frammentata e difficile da ricomporre. Entrando nel merito, sappiamo con certezza, che ci sono pesanti ritardi accumulati nel dispiegamento del Piano e che il Governo non intende perdere le risorse. Su questo punto in particolare, storicamente da più parti è stato detto che non eravamo obbligati a prendere in prestito tutti i soldi disponibili del PNRR, in gran parte a debito, ma questa opinione è rimasta minoritaria e per quanto mi riguarda, una fatica velleitaria. Quindi non resta che prendere atto che anche questo Governo ha attivato una rimodulazione che coinvolge Open Fiber, Infratel e Invitalia, e di conseguenza il mercato nella sua interezza, e intende andare avanti speditamente.

Personalmente non sottovaluterei un ripensamento ex ante proprio della necessità di dover ancora attingere ad altri soldi pubblici nel solco di un parziale insuccesso del passato, che non può che trascinarsi ulteriormente, negli effetti e nelle stesse modalità, anche su qualunque buona azione futura, per quanto ben strutturata possa essere. Questo perché i civici residui sparsi sul territorio rimasti da coprire ed ammissibili di finanziamento pubblico, pongono delle sfide economiche e amministrative veramente importanti, ben superiori al Piano originario. Coprirli non è una passeggiata a basso costo.

Geografia e costi dei civici: la sfida oltre il racconto

La dispersione dei civici ammissibili di sussidio oggi complica sicuramente le cose, molto di più di come viene raccontato. Infatti, i civici da coprire sono sparsi in zone montane, isole minori e interni, dunque richiedono logistica complessa, con rischi di ulteriori ritardi, proprio come in tutti i piani passati. Banalmente, le stime storiche del Piano Italia 1 Giga indicavano costi medi pubblici di 800-1.200 €/civico, ma per questi numeri civici da coprire, spesso remoti o “difficili”, la spesa potrebbe arrivare triplicarsi. In altre parole, per coprire questi civici non basteranno 1000 euro a civico, perché pure in gap funding non è facile raggiungerli.

Sappiamo che da oltre un anno, Open Fiber ha ammesso l’impossibilità di completare la copertura entro il 30 giugno 2026 ma ha dichiarato circa 700mila civici “non collegabili” per motivi come costi lievitati, carenza di manodopera e autorizzazioni lente. Non sono pubblici i dettagli della negoziazione che è avvenuta tra tutte le parti ed il Governo ma non si tratta di un abbandono, né fu chiesta ufficialmente la revoca. Conosciamo però molti esiti di questa vicenda. Infratel, società in-house del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha giocato un ruolo chiave nel monitoraggio aggiornando le mappature nel 2025, poi però è intervenuta una grande novità, ovvero Invitalia, agenzia nazionale per lo sviluppo, è entrata in scena come “implementing partner” e il 5 febbraio scorso ha siglato un accordo con il Dipartimento per la Trasformazione Digitale (DTD) per gestire il Fondo Nazionale per la Connettività (FNC) con l’obiettivo di reinvestire per chiudere i buchi lasciati dai ritardi.

A fronte dell’obbligo perentorio di rispettare i termini temporali del PNRR, è emersa da subito una certa elasticità nelle procedure di rimodulazione del Piano. Elasticità che ha minato da principio l’azione dello Stato quando interviene nell’economia e che rappresenta, ad avviso di chi scrive, l’elemento principale ed altamente disincentivante per il corretto inquadramento del problema del digital divide infrastrutturale che affligge molte aree del nostro territorio.

Se non è certo che all’accadere o al non accadere di un evento, ricorrano una serie di conseguenze giuridiche immediate ed automatiche, tutto diventa negoziabile, cioè rientra in un’alea di incertezza aggiuntiva che indebolisce qualsiasi azione economica. Questo i privati lo sanno bene.

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