ricerca e startup

European Innovation Act, la sfida è portare l’innovazione sul mercato



Indirizzo copiato

Lo European Innovation Act punta a ridurre frammentazione, rafforzare trasferimento tecnologico, capitali e appalti pubblici innovativi. La sfida è trasformare ricerca e startup europee in crescita industriale, competitività globale e capacità di scala, evitando un nuovo intervento solo simbolico

Pubblicato il 25 giu 2026

Giorgio Ciron

Direttore InnovUp



terabit ricerca e innovazione; manifattura elettronica innovazione tecnologica
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti


Negli ultimi anni l’Unione Europea ha moltiplicato iniziative, programmi e dichiarazioni d’intenti per sostenere ricerca, tecnologia e imprese innovative. Eppure, la distanza tra il potenziale scientifico-industriale europeo e la capacità di trasformarlo in crescita economica rimane evidente: continuiamo a generare ottima ricerca, ma fatichiamo a convertirla in prodotti scalabili, campioni industriali e leadership globale in settori strategici.

In questo quadro, lo European Innovation Act (EIA) si preannuncia come uno dei tasselli più significativi della nuova agenda europea per la competitività. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: costruire un contesto favorevole all’innovazione lungo l’intero ciclo di sviluppo, dalla ricerca al mercato, fino alla crescita di startup e scaleup. Non un intervento settoriale o un programma di finanziamento in più, ma un tentativo di agire sulle condizioni di sistema che oggi frenano l’emersione e la scalabilità dell’innovazione europea.

Il fatto che la proposta sia stata rinviata, anche per la necessità di coordinarla con altri dossier, tra cui la revisione delle regole sugli appalti pubblici, è un segnale importante: l’innovazione non si governa “per silos”. Ogni intervento che voglia avere impatto reale deve toccare leve diverse e spesso interdipendenti: regole di mercato, procurement, finanza, trasferimento tecnologico, mobilità dei talenti, armonizzazione normativa. È anche qui che si gioca la partita: l’EIA può diventare un acceleratore, oppure l’ennesimo contenitore di principi condivisibili ma poco trasformativi.

European Innovation Act e mercato unico dell’innovazione

Uno dei problemi strutturali europei è la frammentazione. Il mercato unico esiste per molti aspetti, ma quando si passa dall’idea al prodotto e dal prodotto alla scala emergono barriere che hanno effetti molto concreti: norme diverse tra Paesi, interpretazioni divergenti, requisiti di compliance duplicati, accesso non omogeneo a incentivi e strumenti pubblici.

Per una startup che vuole operare in più Stati membri, la “scalabilità europea” è spesso più teorica che reale: ciò che dovrebbe essere un moltiplicatore di opportunità può trasformarsi in un moltiplicatore di complessità. Il risultato è un paradosso: l’Europa chiede alle imprese innovative di crescere rapidamente per competere globalmente, ma in molti casi non offre un terreno regolatorio e operativo davvero integrato per farlo.

Se l’EIA, in coordinamento con il cd. 28esimo regime, riuscirà a intervenire su questo punto, riducendo frizioni e rendendo più prevedibile l’espansione cross-border, potrà incidere sul cuore della competitività europea. Ma la riduzione della frammentazione non è solo un tema tecnico: è una scelta politica. Significa decidere quanta armonizzazione si è disposti a realizzare, quanta discrezionalità nazionale si vuole mantenere e quale grado di standardizzazione è necessario per far funzionare l’innovazione come un vero “asset” europeo.

Trasferimento tecnologico: molto potenziale, pochi incentivi giusti

Il trasferimento tecnologico è da anni al centro del dibattito: università e centri di ricerca producono conoscenza, ma la trasformazione in impresa e in industria non è automatica. In Europa, e in Italia in particolare, il problema non è solo il numero di brevetti o di pubblicazioni, ma la capacità di costruire ponti strutturati tra ricerca, mercato e capitale.

Per essere efficace, una politica sull’innovazione deve agire su più piani in modo coerente. Servono, da un lato, incentivi e modelli di governance che rendano la valorizzazione della ricerca un obiettivo misurabile e non un’attività residuale. Dall’altro, sono necessarie competenze e strutture di intermediazione capaci di tradurre linguaggi diversi, scientifico, industriale e finanziario, e di negoziare con orientamento al mercato. Infine, nelle fasi iniziali, soprattutto nel deeptech, occorrono strumenti di de-risking che riducano l’incertezza tecnologica e di mercato, altrimenti molti progetti non arrivano mai a una fase realmente investibile.

L’EIA potrebbe rafforzare questo passaggio se saprà mettere a terra misure che incidano sulle “strozzature” operative, non solo sulla narrativa. Il rischio, altrimenti, è continuare a finanziare ricerca eccellente senza costruire filiere di crescita.

Capitali per scalare, non solo per partire

Un altro nodo strutturale europeo è l’accesso ai capitali nelle fasi di crescita. Gli strumenti early-stage sono aumentati: acceleratori, fondi seed, grant e programmi pubblici. Ma quando un’azienda deve passare da una validazione di mercato a una crescita rapida, assumere, internazionalizzare, investire in supply chain, compliance, go-to-market, il gap di capitale rispetto ad altri ecosistemi diventa evidente.

Non si tratta solo di “avere più soldi”, ma di costruire le condizioni perché i round siano più consistenti e accompagnati da capacità di follow-on, perché esistano investitori specializzati nei settori ad alta intensità tecnologica, e perché mercati dei capitali e regole favoriscano crescita e liquidità. In questo quadro, anche il ruolo pubblico conta, se riesce a mobilitare capitale privato senza sostituirlo e a ridurre il rischio nelle fasi più critiche.

Se l’EIA vuole essere un atto davvero pro-competitività deve affrontare questo tema con realismo. In caso contrario, continueremo a vedere un fenomeno già noto: startup europee promettenti che, al momento della scala, cercano risorse e condizioni più favorevoli altrove, con conseguente perdita di valore economico e strategico.

Appalti pubblici: da vincolo a leva di innovazione

Il rinvio dell’EIA per coordinamento con la revisione delle regole sugli appalti pubblici non è un dettaglio procedurale: è un riconoscimento implicito che il procurement pubblico può essere uno dei più grandi motori, o freni, dell’innovazione.

In Europa la spesa pubblica pesa moltissimo; eppure, troppo spesso, le gare sono disegnate per minimizzare il rischio amministrativo, non per massimizzare l’impatto o l’innovazione. Questo produce effetti prevedibili: criteri di accesso che favoriscono incumbents, requisiti sproporzionati, scarsa apertura alla sperimentazione, tempi incompatibili con il ciclo di vita delle imprese innovative.

Un sistema di appalti più orientato a soluzioni e risultati, con spazi reali per sperimentazioni, pre-commercial procurement e partenariati per l’innovazione, può creare domanda qualificata e accelerare l’adozione di tecnologie europee. Perché funzioni, servono stazioni appaltanti con competenze adeguate, standard e modelli replicabili, e un equilibrio credibile tra accountability e apertura al rischio.

Qui emerge un punto di fondo: l’innovazione richiede una quota fisiologica di rischio. Se il quadro normativo incentiva solo l’assenza di errore, l’innovazione rimarrà marginale.

Libero mercato o politica industriale dell’innovazione?

Il dibattito più delicato attorno all’EIA riguarda il ruolo dell’Unione: deve limitarsi a garantire condizioni di concorrenza e libertà di mercato, oppure deve adottare strumenti mirati per sostenere settori strategici (startup, tecnologie emergenti, transizione digitale e green, deeptech)?

Negli ultimi anni la risposta europea si è spostata, di fatto, verso una maggiore attenzione a sovranità tecnologica, resilienza delle catene del valore, autonomia strategica. Ma questa direzione richiede coerenza: non basta dichiarare “strategico” un settore, bisogna costruire regole e incentivi che lo rendano davvero competitivo.

L’EIA, se ben disegnato, può essere il luogo in cui questa coerenza prende forma: meno frammentazione, più velocità, più capacità di scalare, più domanda pubblica intelligente, migliore accesso ai capitali. Se invece si limiterà a enunciare principi senza incidere sui meccanismi che oggi rallentano l’innovazione, rischia di diventare un’occasione mancata.

European Innovation Act, un’opportunità per l’Italia

Per l’Italia, l’EIA può rappresentare una leva importante, ma anche uno specchio impietoso. Il Paese ha eccellenze nella ricerca, distretti industriali, capacità manifatturiera e creatività imprenditoriale. Al tempo stesso soffre di debolezze note: frammentazione amministrativa, tempi lunghi, difficoltà di collaborazione stabile tra pubblico e privato, mercato dei capitali ancora limitato rispetto alle esigenze di crescita.

Se l’Europa costruirà un quadro più favorevole, l’Italia potrà beneficiarne a patto di rafforzare gli intermediari dell’innovazione, rendere più efficiente il rapporto con la PA su procurement, sperimentazioni e regolazione, e lavorare sulla dimensione e sull’ambizione delle imprese, aiutandole a pensarsi “europee” fin dall’inizio.

In questo senso, l’EIA non sostituisce le politiche nazionali: le mette alla prova. Perché anche il miglior impianto europeo, senza capacità di implementazione a livello Paese, rischia di rimanere sotto-utilizzato.

European Innovation Act, la differenza la farà l’esecuzione

Lo European Innovation Act nasce da una consapevolezza condivisa: l’Europa non può permettersi di essere un grande laboratorio senza capacità di scala. La competitività, economica, industriale e geopolitica, dipenderà sempre più dalla capacità di trasformare innovazione in mercato, imprese in campioni, tecnologia in autonomia e crescita.

Il rinvio della proposta non ne riduce il valore strategico; anzi, può essere l’occasione per costruire un testo più integrato e meno simbolico. Ma la vera domanda resta una: l’EIA sarà un cambio di passo concreto, o un nuovo strato di policy che convive con gli stessi vincoli di sempre?

Perché, nel mondo dell’innovazione, la distanza tra ambizione e impatto non la fa la qualità delle intenzioni. La fa la qualità delle scelte, e la capacità di eseguirle.

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x