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Employability e reskilling, perché la contrattazione collettiva è strategica



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Il lavoro in Italia sconta una carenza strutturale di competenze mentre la forza lavoro invecchia e il ricambio rallenta. In questo scenario il reskilling diventa una leva decisiva, anche perché unisce produttività, tutela dell’occupabilità e nuovi diritti legati alla formazione

Pubblicato il 1 apr 2026

Davide Conforti

Managing director Edflex Italia



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Il mercato del lavoro italiano sta affrontando una crisi strutturale di competenze che va ben oltre le fluttuazioni congiunturali. Secondo l’indagine sul lavoro del 2025, su dati 2024, realizzata da Confindustria, circa il 67,8% delle imprese con ricerche di personale in corso dichiara difficoltà nel reperire figure qualificate, con picchi per competenze tecniche (57,1%) e mansioni manuali (46,3%). Questo talent shortage è aggravato da un inverno demografico implacabile.

L’età media dei lavoratori dipendenti nel settore privato ha superato i 42 anni, mentre la quota di over 50 nella forza lavoro attiva si attesta intorno al 43% dei circa 24 milioni di occupati (dati Istat). Parallelamente, i giovani under 35 sono in calo costante, con un raddoppio degli over 50 attivi negli ultimi vent’anni e una percezione diffusa tra i senior di essere “troppo vecchi” per competere, mentre i talenti più giovani guardano sempre più all’estero.

Il reskilling davanti all’obsolescenza delle competenze

A questo si aggiunge l’accelerata obsolescenza delle competenze, soprattutto digitali e tecnologiche. Il World Economic Forum, nel Future of Jobs Report 2025, stima che entro il 2030 circa il 39% degli skill set esistenti dei lavoratori sarà trasformato o diventerà obsoleto (in calo dal 44% del 2023 grazie a maggiori investimenti in formazione), con una domanda esplosiva per AI, big data, cybersecurity e technological literacy. In Italia, dove solo il 66% della popolazione è potenzialmente impiegabile e una persona su tre è inattiva (dati Inapp e Istat), il ricambio generazionale tradizionale non basta più. Servono strategie interne di riqualificazione per preservare know-how e occupabilità.

Employability, senior e valore dell’esperienza

In questo contesto, il reskilling emerge come leva strategica per l’employability, intesa non solo come capacità di trovare un lavoro, ma come mantenimento della propria “impiegabilità” nel tempo. Reskilling significa permettere alle persone – soprattutto senior – di reinventare il proprio ruolo professionale, valorizzando esperienza e conoscenza del business accumulate. Spesso percepite come “a fine corsa” dopo i 45-50 anni, queste risorse, se riqualificate, generano valore duraturo, riducendo il rischio di perdita di know-how e migliorando la retention.

Quanto conviene il reskilling alle imprese

Dal punto di vista economico, il reskilling è una scelta di efficienza. Costa significativamente meno (fino al 70-80% in meno, secondo stime dell’Osservatorio per la Formazione Continua) riqualificare un dipendente interno rispetto a recruiting, onboarding e inserimento di una nuova risorsa esterna. Aziende che investono in upskilling e reskilling vedono un ROI elevato (dalle 4 alle 6 volte, con payback spesso inferiore ai 12 mesi), con maggiore produttività, innovazione continua e riduzione del turnover. Il WEF sottolinea come l’85% dei datori di lavoro preveda investimenti in riqualificazione entro il 2030, con il 50% dei lavoratori già coinvolti in percorsi formativi (in aumento dal 41% del 2023).

Contrattazione e fondi per rendere la formazione un diritto

La contrattazione collettiva gioca un ruolo cruciale nel trasformare queste necessità in diritti concreti. Negli ultimi anni, diversi CCNL hanno riconosciuto la formazione come diritto soggettivo. Emblematico è il rinnovo del CCNL Metalmeccanici Industria (sottoscritto nel novembre 2025 da Federmeccanica-Assistal, Fim, Fiom e Uilm, valido fino al 2028), che rafforza il diritto alla formazione continua, introduce lo strumento “MetApprendo” con contributo aziendale strutturale (1,50 euro annui per lavoratore dal 2026) e prevede ulteriori ore formative per chi rientra da assenze prolungate. Queste norme cambiano paradigma: la formazione non è più opzionale o discrezionale, ma parte integrante del rapporto di lavoro.

I fondi interprofessionali rappresentano un pilastro per finanziare queste iniziative, ma mostrano ancora limiti strutturali. Spesso supportano piani statici definiti ex ante, mentre le competenze evolvono rapidamente. Le nuove Linee Guida del Ministero del Lavoro (decreto direttoriale n. 8 del gennaio 2026) ridefiniscono attivazione, funzionamento e vigilanza, puntando a maggiore omogeneità e integrazione con politiche attive, ma serve maggiore flessibilità per percorsi personalizzati e adattivi.

Il reskilling passa anche dalle piattaforme digitali

Qui entrano in gioco le piattaforme digitali di learning, uniche capaci di coprire grandi popolazioni, personalizzare percorsi su skill gap individuali, misurare l’impatto reale e aggiornare contenuti dinamicamente. Senza strumenti digitali scalabili, il diritto alla formazione rischia di rimanere teorico.

Una strategia per competitività e coesione sociale

Integrare reskilling, contrattazione collettiva e tecnologie digitali significa creare una leva potente per competitività aziendale, employability individuale e coesione sociale. In un’Italia che invecchia e innova lentamente, valorizzare le persone interne – attraverso diritti formativi negoziati e percorsi misurabili – non è più un’opzione, ma una questione strategica per la sopravvivenza del sistema Paese. Le imprese che lo capiranno per prime trasformeranno la crisi demografica e delle competenze in opportunità di crescita sostenibile.

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