Fino a pochi anni fa, la principale rivoluzione portata dal digitale era la possibilità di reperire rapidamente enormi quantità di contenuti. Oggi, come ormai sappiamo, l’intelligenza artificiale generativa compie un passo ulteriore: non si limita più a cercare informazioni, ma le sintetizza, le rielabora e restituisce risposte apparentemente complete, coerenti e ben argomentate. Questo salto sta ridisegnando il rapporto tra studenti, docenti e sapere, e lo fa a una velocità sorprendente.
Secondo il Report sul futuro dell’istruzione 2025 di GoStudent, il 76% degli studenti italiani dichiara ormai di usare regolarmente strumenti di IA generativa per lo studio, percentuale che sale a quasi 9 su 10 tra gli universitari. Un’indagine dell’Osservatorio Scientifico sull’Educazione Digitale, condotta su circa 20.000 studenti tra gli 11 e i 18 anni nell’anno scolastico 2024/2025, mostra quanto rapida sia questa diffusione: in un solo anno la quota di chi usa l’AI per informarsi è quasi raddoppiata, dal 24,8% al 43%.
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Intelligenza artificiale generativa nello studio: accesso e conoscenza
Da qui nasce una distinzione decisiva: avere accesso a un’informazione non equivale a possedere una conoscenza. La conoscenza è il risultato di un processo attivo – comprendere, confrontare, verificare, rielaborare criticamente – che nessuna tecnologia può sostituire integralmente. Il rischio è che la velocità con cui l’AI fornisce risposte induca ad accettarle senza analisi, comprimendo lo spazio riservato al ragionamento autonomo. Ed è un rischio già visibile nei numeri: nella stessa indagine, solo il 4,4% degli studenti si dichiara realmente competente nell’uso di questi strumenti, un divario netto tra quanto l’AI viene usata e quanto viene davvero compresa.
È forse questa la sfida più profonda che l’intelligenza artificiale pone al sistema educativo: non tanto sostituire l’apprendimento, quanto costringerlo a ripensarsi. Servono competenze nuove, saper formulare domande efficaci, valutare l’affidabilità delle fonti, riconoscere i limiti degli strumenti digitali, e proprio per questo il ruolo di scuola e università diventa più centrale, non meno. Il sistema, però, arriva impreparato a questo appuntamento: oltre il 66% degli insegnanti italiani non ha ricevuto alcuna formazione specifica sull’intelligenza artificiale, pur riconoscendone l’importanza, e non sorprende che il 62% degli studenti vorrebbe che i propri docenti ne avessero una conoscenza più approfondita. Non si tratta solo di trasmettere sapere, ma di formare persone capaci di interpretarlo e usarlo criticamente in un mondo in cui l’AI sarà presenza costante, dentro e fuori dall’aula.
Il rischio della delega cognitiva
Con l’AI generativa lo studente non cerca più una fonte da consultare, ma riceve direttamente una risposta strutturata, corredata di spiegazioni ed esempi. Questo passaggio, dall’informazione al contenuto già confezionato, rende ancora più urgente distinguere tra avere una risposta e comprendere un problema.
Il pericolo maggiore, però, non sta negli errori dell’algoritmo: sono eventualità note, e nella maggior parte dei casi individuabili con un minimo di verifica. Sta piuttosto nella tendenza ad attribuire credibilità automatica a un testo fluido e autorevole nella forma. È la qualità linguistica dell’output, più che la sua esattezza, a generare un’illusione di affidabilità e a scoraggiare la domanda più importante: questa informazione è davvero corretta, da dove viene, cosa tralascia? Il vero pericolo, insomma, non è l’errore della macchina, ma la rinuncia al processo cognitivo che porta a verificare e interpretare.
Un riscontro concreto a questa dinamica arriva dallo studio dal titolo “Your brain on ChatGPT: Accumulation of cognitive debt when using an AI assistant for essay writing task” (Kosmyna et al., giugno 2025), pubblicato dal celebre MIT Media Lab, sotto la guida della neuroscienziata Nataliya Kosmyna. I ricercatori hanno diviso 54 partecipanti in tre gruppi – uno con accesso a ChatGPT, uno a un motore di ricerca, uno senza alcuno strumento – e hanno chiesto a ciascuno di scrivere dei saggi mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata tramite elettroencefalogramma. Il gruppo che si affidava a ChatGPT ha mostrato i livelli più bassi di attivazione neurale nelle aree associate a memoria, attenzione e creatività, e i partecipanti faticavano poi a ricordare o a riscrivere autonomamente i testi prodotti con l’aiuto dell’AI, un effetto che i ricercatori hanno chiamato debito cognitivo. Lo stesso studio, però, contiene un dato incoraggiante: quando l’ordine viene invertito, e chi ha prima lavorato in piena autonomia utilizza l’AI solo in un secondo momento, l’attivazione neurale resta alta, segno che l’intelligenza artificiale può integrarsi con il pensiero autonomo invece di sostituirlo, a patto che il pensiero autonomo venga esercitato per primo.
Pensiero critico e alfabetizzazione all’intelligenza artificiale
Lo studio Critical questioning with generative AI: Developing AI literacy in secondary education, pubblicato su Thinking Skills and Creativity, individua nell’analisi critica una competenza chiave: la capacità di interrogare gli output dell’AI, approfondire, confrontare punti di vista diversi, valutare la qualità di ciò che si riceve. Gli autori sottolineano che l’AI literacy (alfabetizzazione sull’AI) non si esaurisce nel saper usare questi strumenti, ma richiede di comprenderne il funzionamento e i limiti, per poterli impiegare con discernimento.
Le revisioni sistematiche disponibili convergono su un punto: l’effetto dell’AI sull’apprendimento dipende dal come viene integrata. Usata come supporto al ragionamento, per ottenere spiegazioni alternative, simulare un confronto argomentativo, ricevere un feedback, può stimolare processi metacognitivi. Usata invece come sostituto integrale del pensiero, alimenta il cognitive offloading: la tendenza a delegare alla macchina attività cognitive che spetterebbero alla persona, indebolendo nel tempo l’autonomia intellettuale, esattamente il fenomeno osservato nello studio del MIT.
Questa ambivalenza si riflette anche nella percezione degli studenti stessi: circa il 65% degli studenti italiani utilizza l’AI per svolgere compiti e scrivere saggi, ma il 54% considera questo tipo di utilizzo, nei corsi universitari, una forma di imbroglio o plagio. Allo stesso tempo, l’80% vorrebbe che l’intelligenza artificiale diventasse materia di studio nelle scuole superiori, e il 41% la vorrebbe addirittura obbligatoria: un segnale chiaro di come la domanda di regole chiare e di un’alfabetizzazione strutturata superi, nei fatti, la capacità del sistema scolastico di offrirla.
Il ruolo di scuola e università: educare alla verifica
Qui il pensiero critico assume un ruolo centrale, non come scetticismo generico, ma come insieme di competenze concrete: analizzare un’informazione, verificarne le fonti, riconoscere i bias, confrontare prospettive, formulare giudizi motivati.
Scuola e università sono chiamate a costruire una nuova alfabetizzazione digitale, in cui l’apprendimento non si limita all’acquisizione di contenuti disciplinari ma include la capacità di interagire consapevolmente con l’AI: non solo formulare buoni prompt, ma soprattutto valutare le risposte ottenute, verificarle su fonti autorevoli, integrarle in un percorso personale di comprensione. L’obiettivo non è limitare l’uso dell’intelligenza artificiale nei contesti educativi, ma ridefinirne il ruolo, e i dati suggeriscono che siano gli stessi studenti, per primi, a chiederlo.
Il quadro etico internazionale dell’UNESCO
La comunità internazionale ha riconosciuto per tempo la portata di queste sfide. Nel 2021 l’UNESCO ha adottato la Raccomandazione sull’etica dell’intelligenza artificiale – primo strumento normativo globale in materia, approvato all’unanimità dai 193 Stati membri – fondata su quattro valori: rispetto dei diritti umani e della dignità della persona, promozione di società giuste, pacifiche e inclusive, valorizzazione della diversità culturale, tutela dell’ambiente. Da questi discendono dieci principi guida, tra cui proporzionalità, sicurezza, equità, protezione della privacy, supervisione umana, trasparenza, responsabilità, alfabetizzazione, particolarmente rilevanti in ambito educativo, dove l’AI incide direttamente sui processi di apprendimento e sulla formazione del pensiero critico.
Nel 2023 l’UNESCO ha approfondito il tema con una guida dedicata all’uso dell’AI generativa nell’istruzione e nella ricerca, proponendo un approccio antropocentrico: le tecnologie vanno progettate per sostenere lo sviluppo cognitivo degli studenti e rafforzare, non sostituire, il ruolo di docenti e istituzioni.
Uno strumento al servizio della persona
Il principio che attraversa tutti questi documenti è semplice quanto radicale: l’intelligenza artificiale deve restare uno strumento al servizio della persona, non un sostituto della sua capacità di comprendere, decidere, assumersi responsabilità. Nella scuola e nell’università questo significa una cosa precisa: l’obiettivo dell’educazione non è rendere più veloce l’accesso alle informazioni, ma formare cittadini capaci di interpretare criticamente la realtà e trasformare le informazioni in conoscenza.
L’AI può personalizzare i percorsi di apprendimento, facilitare l’accesso ai contenuti, aprire nuove modalità di studio, ma il suo valore educativo dipende da una condizione sola, confermata anche dall’esperimento invertito dello studio MIT: che il controllo del processo cognitivo resti nelle mani di chi impara. La costruzione della conoscenza è, e resta, un’attività profondamente umana: fondata sul dubbio, sul confronto, sull’argomentazione, sulla riflessione critica. Nessun algoritmo può sostituirla, ma l’intelligenza artificiale, se usata con consapevolezza, può contribuire a rafforzarla.
Se in passato l’obiettivo dell’istruzione era soprattutto trasmettere contenuti, oggi diventa centrale insegnare a selezionare, valutare, mettere in discussione. In un mondo in cui l’AI sarà presenza sempre più pervasiva, il vero valore dell’istruzione non starà nella rapidità con cui si ottiene una risposta, ma nella competenza di comprenderla, verificarla, contestualizzarla e di usarla per leggere la realtà con occhi propri.
Fonti citate
- GoStudent, Report sul futuro dell’istruzione 2025 https://www.gostudent.org/it-it/blog/statistiche-uso-ia-da-parte-di-studenti-come-perch%C3%A9-quando
- Osservatorio Scientifico sull’Educazione Digitale, Movimento Etico Digitale — indagine anno scolastico 2024/2025 (cit. in Orizzonte Scuola) https://www.orizzontescuola.it/intelligenza-artificiale-sempre-piu-vicina-agli-studenti-solo-il-4-si-sente-competente/
- Kosmyna et al., Your Brain on ChatGPT, MIT Media Lab, 2025 https://www.formazione-cambiamento.it/trasformazioni/digital-transformation-2/effetti-sulla-mente-delluso-di-chatgpt-un-nuovo-studio-mit
- Critical questioning with generative AI: Developing AI literacy in secondary education, Thinking Skills and Creativity
- UNESCO, Raccomandazione sull’etica dell’intelligenza artificiale, 2021; Guidance for generative AI in education and research, 2023 https://www.unesco.org/en/artificial-intelligence/recommendation-ethics
- UNESCO, Linee guida per l’intelligenza artificiale generativa nell’istruzione e nella ricerca: https://www.unesco.org/en/articles/guidance-generative-ai-education-and-research
- Le Tue Lezioni, Copiare con l’IA: statistiche su IA e imbrogli a scuola, 2026 https://www.letuelezioni.it/blog/statistiche-copiare-imbrogli-scuola-aggiornato
- Critical questioning with generative AI: Developing AI literacy in secondary education https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1871187125002913













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