Il data colonialism descrive un potere che passa dalla terra ai dati: informazioni personali e sociali estratte, controllate e monetizzate da attori esterni. Nel digitale, questa dinamica si intreccia con IA, sorveglianza e modelli predittivi, mentre chi genera i dati resta spesso senza controllo e senza benefici proporzionati.
Indice degli argomenti
Che cos’è il data colonialism e perché oggi conta di più
Negli ultimi anni, il concetto di “data colonialism“, o «colonialismo dei dati», è diventato centrale per comprendere le dinamiche di potere nell’era digitale. Il data colonialism si verifica quando i dati personali e sociali diventano una risorsa estratta, controllata e monetizzata da entità esterne allo stato nel quale vivono le persone che li riguardano, creando asimmetrie di potere simili a quelle del colonialismo storico. I dati digitali oggi alimentano infrastrutture tecnologiche, algoritmi di intelligenza artificiale, sistemi di sorveglianza e strumenti predittivi.
Tuttavia, chi li produce spesso non ha alcun controllo sul loro utilizzo né riceve benefici proporzionati, rendendo il fenomeno del data colonialism una vera e propria nuova forma di dominio globale. Il tema è reso amplificato dal fatto che i dati sono il carburante per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, così acuendo il divario tra i vari paesi con evoluzioni difficili da potersi predire.
L’accordo sanitario Kenya-USA da due miliardi
Recentemente, in Kenya è esplosa una forte controversia politica e legale relativa a un accordo di cooperazione sanitaria firmato con gli Stati Uniti, che prevede anche la condivisione di dati sanitari dei keniani con gli Stati Uniti.
L’intesa, siglata all’inizio di dicembre 2025, rientra in un quadro di collaborazione quinquennale del valore di oltre due miliardi di euro e mira – nelle intenzioni dichiarate – a rafforzare il sistema sanitario nazionale, migliorare la sorveglianza epidemiologica e la risposta a future emergenze sanitarie. L’accordo esprime la nuova strategia dell’amministrazione Trump di avere accordi finanziari diretti con i singoli stati, invece di sostenere le organizzazioni internazionali che operano in tale settore, nella linea di una nuova declinazione del principio “aid for trade“. L’accordo con il Kenya è il primo posto in essere dalla nuova amministrazione, ne sono poi seguiti altri con Ruanda, Lesotho, Liberia e Uganda.
Investimenti sanitari e promesse di digitalizzazione
Il governo keniano e i rappresentanti statunitensi hanno presentato l’accordo come un passo importante, sottolineando che consentirebbe investimenti in infrastrutture sanitarie, assunzioni di personale, digitalizzazione dei sistemi clinici e una migliore preparazione contro epidemie come HIV, malaria e potenziali nuove pandemie. Secondo le autorità, la cooperazione dovrebbe basarsi principalmente sulla condivisione di dati aggregati e statistici, nel rispetto delle leggi keniane sulla protezione dei dati.
Le preoccupazioni sulla privacy e la normativa violata
Tuttavia, l’accordo ha sollevato forti preoccupazioni tra organizzazioni della società civile, attivisti per i diritti digitali e alcuni esponenti politici. I critici temono che il testo, non completamente reso pubblico, possa consentire il trasferimento all’estero di dati sanitari sensibili dei cittadini (quali il contagio da HIV, la tubercolosi e le vaccinazioni eseguite), violando la Costituzione e il Data Protection Act (emanato nel 2019), che ha molti aspetti comuni con il nostro regolamento europeo in tema di protezione dei dati personali. Non solo, in Kenya, la tutela dei dati personali sanitari è stata rafforzata anche dal Digital Health Act del 2023, che definisce i dati sanitari quali dati strategici nazionali.
I rischi del sistema sanitario privato americano
La criticità è enfatizzata dal fatto che il sistema sanitario statunitense è basato fondamentalmente sul settore privato, con gli evidenti rischi sia di “accountability“, sia di utilizzo per finalità ulteriori rispetto a quelle del bene comune. A ciò si aggiunge anche il limitato potere di controllo sull’effettivo uso dei dati che le autorità keniane possono avere una volta che i dati siano stati condivisi. Un altro punto contestato è la mancanza di consultazione pubblica e di un adeguato dibattito parlamentare prima della firma dell’intesa.
La sospensione giudiziaria e le reazioni
A seguito di un ricorso presentato in tribunale, l’Alta Corte del Kenya ha deciso di sospendere temporaneamente le parti dell’accordo che riguardano la condivisione dei dati sanitari personali, in attesa di un’udienza nel 2026. La decisione non annulla l’intero accordo, ma blocca gli aspetti più controversi legati alla tutela della privacy. La sospensione ha provocato reazioni contrastanti. Le unioni dei lavoratori della sanità temono ritardi nei finanziamenti e nei programmi di rafforzamento del sistema sanitario, mentre gli attivisti considerano l’intervento giudiziario una tutela necessaria dei diritti fondamentali e una tutela della protezione della sovranità dei dati. Il caso keniano merita attenzione anche a livello internazionale, sollevando interrogativi più ampi sul controllo dei dati, sulla trasparenza e sull’equilibrio tra cooperazione globale e sovranità nazionale.
India, Nigeria, Messico: altri casi di colonialismo digitale
Il Kenya non è l’unico paese del Sud globale ad affrontare sfide legate al colonialismo dei dati, di seguito alcuni casi che hanno destato anche recentemente interesse:
- India: il paese si è soltanto recentemente dotato di una normativa unitaria sul trattamento dei dati sanitari (Digital Personal Data Protection Act del 2023) in luogo di una serie di regolamenti e policy spesso frammentarie. Trattandosi di un paese in cui spesso la digitalizzazione soccorre alle lacune d’infrastrutture, sono evidenti i rischi per la sovranità dei dati legati ai servizi offerti da soggetti privati spesso in mano a soggetti stranieri.
- Nigeria: la digitalizzazione dei registri governativi è spesso gestita da multinazionali straniere, con possibili implicazioni sulla gestione autonoma dei dati.
- Messico: comunità indigene e attivisti digitali hanno creato servizi autonomi di telefonia e internet per offrire servizi alle proprie comunità agevolando l’interazione tra di esse, senza dovere subire le pratiche estrattive di Big Tech (ne sono esempio Telecomunicaciones Indigenas Comunitarias e Wiki Katat).
Asimmetria, sovranità e dipendenza: i tre pilastri critici
Tre fattori rendono evidente il legame tra questi casi e il data colonialism:
- Asimmetria di potere: paesi con sistemi sanitari o digitali meno sviluppati negoziano con potenze tecnologiche più forti, rischiando di perdere il controllo sui dati e senza trarne adeguati vantaggi.
- Sovranità digitale: la gestione dei dati da parte di entità estere può ridurre l’autonomia decisionale e la protezione dei cittadini con elevati rischi di profilazione, anche discriminatoria.
- Dipendenza tecnologica e subordinazione digitale: l’uso di software e infrastrutture esterne genera non solo dipendenza ma anche subordinazione digitale, dove i dati del Sud globale alimentano sistemi e profitti del Nord.
Tra innovazione e diritti: il difficile equilibrio
Tornando al caso Kenya, i sostenitori degli accordi sottolineano i benefici potenziali in termini di modernizzazione del sistema sanitario e migliore risposta alle emergenze. Tuttavia, trasparenza, regolamentazione e protezione dei dati restano questioni critiche. La sfida globale è bilanciare l’innovazione tecnologica con i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale.
La necessità di strumenti legali contro il dominio digitale
Il data colonialism offre una chiave di lettura per comprendere come le dinamiche di potere nel mondo digitale possano replicare le logiche del colonialismo storico. Il caso Kenya-USA, insieme agli esempi in India, Nigeria Messico e altri paesi del Sud globale, dimostra che la gestione dei dati è, anche, una questione politica, etica e di sovranità nazionale. Proteggere i dati dei cittadini richiede strumenti legali chiari, l’esistenza di autorità indipendenti, trasparenza e partecipazione pubblica, tutti elementi essenziali per prevenire una nuova forma di dominio digitale.











