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Minori sui social, la Ue prepara la stretta: cosa cambia



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La Commissione europea prepara una proposta sui minori nei social dopo il rapporto del panel Fegert-Melchior: accesso limitato sotto i 13 anni, obblighi di sicurezza by design e spazio per soglie nazionali più alte

Pubblicato il 13 lug 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu



social minori UE
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La Commissione europea si prepara a trasformare la tutela dei minori sui social da questione affidata alle regole interne delle piattaforme e alle iniziative nazionali in un dossier legislativo europeo.

Con limiti e tutele precise.

Il 13 luglio 2026 i co-presidenti dello Special Panel on Child Safety Online, lo psichiatra dell’infanzia Jörg M. Fegert e l’epidemiologa Maria Melchior, hanno presentato alla presidente Ursula von der Leyen il rapporto finale con le raccomandazioni per rafforzare la protezione dei minori online. Von der Leyen ha indicato la necessità di una proposta legislativa dopo la pausa estiva, con accesso graduato per fasce d’età e responsabilità più stringenti per i servizi digitali.

Minori sui social, cosa propone il rapporto Ue

  • Sotto i 13 anni l’accesso ai social media e ad altri servizi digitali rischiosi dovrebbe essere limitato e consentito solo in condizioni circoscritte, con autorizzazione e supervisione dei genitori o in contesti educativi.
  • Per gli adolescenti tra 13 e 18 anni, il criterio diventerebbe la disponibilità di ambienti sicuri by default, privi delle funzioni considerate più problematiche per uso compulsivo (come lo scroll infinito), esposizione a contenuti dannosi e contatti indesiderati.

Il contesto è globale: a marzo 2026 il servizio di ricerca del Parlamento europeo ha contato quasi 40 Paesi nel mondo che stanno discutendo, proponendo, adottando o implementando restrizioni basate sull’età.

Il rapporto Child Safety Online: Protecting and Empowering Minors in a Digital World, firmato dai co-presidenti Jörg M. Fegert, direttore del Dipartimento di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Università di Ulm, e Maria Melchior, direttrice di ricerca all’Inserm francese, non si limita ai social in senso stretto. Usa la categoria di social media+, che comprende piattaforme social, video sharing, videogiochi online, app store e anche sistemi di AI o AI companion digitali quando presentano funzioni non adeguate all’età, contenuti rischiosi o meccanismi di ingaggio persistente.

La logica è per fasce di sviluppo. Per i bambini sotto i 3 anni il rapporto raccomanda di evitare schermi e social media+. Tra 3 e 12 anni prevede uso supervisionato, contenuti adeguati all’età, tempi limitati e ruolo attivo di genitori e scuola. Dai 13 ai 18 anni l’uso può diventare progressivamente più autonomo, ma solo se i servizi dimostrano di avere impostazioni sicure per impostazione predefinita.

La scansione proposta dal panel può essere sintetizzata così:

Fascia d’etàIndicazione del panel UeImplicazione regolatoria
Sotto i 3 anniEvitare schermi e social media+Priorità a interazioni offline e cura genitoriale
3-12 anniUso supervisionato e limitatoAccesso sotto i 13 anni solo con autorizzazione, supervisione o finalità educative
13-15 anniAutonomia progressivaAccesso solo a servizi adeguati all’età e sicuri by default
16-18 anniMaggiore autonomia digitalePersistono tutele su contenuti, contatti, raccomandazioni e reclami
Oltre 18 anniPiena autonomiaAccesso a contenuti adulti con verifica dell’età quando richiesta

La raccomandazione più rilevante è il cambio di prospettiva sull’onere della prova. Non dovrebbero essere famiglie, minori o regolatori a inseguire i danni a posteriori. Dovrebbero essere i fornitori di servizi digitali a dimostrare che i loro ambienti sono sicuri e appropriati per l’età prima di poter raggiungere i minori. Il rapporto lo formula esplicitamente: finché le piattaforme non dimostreranno che i loro servizi sono sicuri by design, l’accesso dei minori sotto i 13 anni ai social media e ad altri servizi digitali nell’Ue dovrebbe essere ristretto.

Von der Leyen ha tradotto questo principio in un’analogia industriale: in Europa, chi sviluppa un prodotto è responsabile della sua sicurezza; i produttori di automobili devono rendere sicuri i loro veicoli; non ci aspettiamo che i bambini progettino le proprie cinture di sicurezza, né che i genitori installino gli airbag a casa; lo stesso deve valere per il big tech. L’analogia sposta il frame dalla protezione educativa alla responsabilità di prodotto, ed è il fondamento politico della proposta attesa per settembre.

I numeri: l’Eurobarometro e la base empirica dell’intervento

La proposta non nasce nel vuoto. Il Flash Eurobarometer 579, condotto tra il 30 marzo e il 16 aprile 2026 su 26.297 adolescenti tra 13 e 18 anni e 12.750 genitori in tutti i 27 Stati membri, documenta la relazione tra tempo di esposizione agli schermi, uso dei social e sintomi riportati. Gli adolescenti europei trascorrono in media 4,5 ore al giorno davanti allo schermo nei giorni di scuola e 6,1 ore nei fine settimana. Il 14% supera le 10 ore giornaliere, vale a dire più della metà delle ore di veglia. Chi ha iniziato a usare i social media prima dei 10 anni raggiunge 7,5 ore nel weekend, contro 5,7 ore di chi ha cominciato dopo i 14.

I dati sugli effetti percepiti sono coerenti con la letteratura: quasi un giovane su tre dichiara che i social lo fanno sentire stressato, triste o socialmente escluso. Il 45% degli adolescenti afferma di confrontarsi con gli altri quando usa i social. Circa un quarto ha incontrato contenuti problematici online, inclusi discorsi d’odio (25%), contenuti violenti non richiesti (19%), contenuti sessuali non richiesti (18%), cyberbullismo o molestie (17%) e pressioni a condividere immagini intime (10%). Il rapporto precisa che i dati descrivono associazioni statistiche e non devono essere letti come prova di causalità diretta, ma la relazione tra durata dell’esposizione e sintomi riportati, problemi di sonno, difficoltà di concentrazione, affaticamento, è costante.

Il dato politicamente più rilevante viene però da un altro Eurobarometro, sul Digital Decade, condotto tra febbraio e marzo 2026: il 92% degli europei considera il rafforzamento della protezione online dei minori una priorità politica di primo livello. Si tratta di un livello di consenso che spiega l’accelerazione della Commissione e riduce i margini di opposizione in Consiglio.

La tensione istituzionale: la soglia del Parlamento europeo a 16 anni

La proposta della Commissione dovrà fare i conti con una posizione del Parlamento europeo più restrittiva. Il 26 novembre 2025 l’Assemblea ha approvato con 483 voti a favore e 92 contrari una risoluzione non legislativa che propone un’età minima digitale armonizzata a livello Ue di 16 anni per l’accesso a social media, piattaforme di video sharing e AI companions, con consenso genitoriale per la fascia 13-16. La risoluzione indica 13 anni come soglia assoluta al di sotto della quale l’accesso non dovrebbe essere consentito in nessun caso.

La divaricazione è significativa. Il panel raccomanda 13 anni come soglia di accesso senza supervisione, con il presupposto che i servizi siano sicuri by default. Il Parlamento chiede 16 come regola, con accesso anticipato solo con consenso genitoriale verificato. La Commissione dovrà trovare un punto di sintesi nella proposta di settembre, e il risultato non è scontato. La risoluzione parlamentare suggerisce inoltre che i dirigenti senior delle piattaforme possano essere ritenuti personalmente responsabili in caso di non conformità grave e persistente nella protezione dei minori e nella verifica dell’età, una misura che rafforzerebbe significativamente la deterrenza.

Dsa, design additivo e responsabilità delle piattaforme

La proposta si innesta su un quadro europeo già più avanzato rispetto al passato. Il Digital Services Act impone alle piattaforme accessibili ai minori misure proporzionate per garantire un alto livello di privacy, sicurezza e protezione. Vietando inoltre la pubblicità basata su profilazione quando il destinatario è un minore, il regolamento ha già spostato una parte del tema dalla responsabilità educativa delle famiglie alla progettazione dei servizi.

La Commissione ha mostrato di voler usare il Dsa anche sul terreno del design. Il 10 luglio 2026 ha comunicato di aver riscontrato in via preliminare una violazione da parte di Meta per il design additivo di Instagram e Facebook. L’indagine, avviata a maggio 2024, riguarda funzioni come scroll infinito, autoplay, notifiche push e sistemi di raccomandazione altamente personalizzati, che secondo Bruxelles spingono gli utenti in quella che la Commissione definisce “modalità autopilota”, favorendo abitudini poco sane e uso compulsivo. L’indagine copre anche le misure di age assurance per i minori sotto i 13 anni, per le quali conclusioni preliminari separate sono state adottate il 29 aprile 2026. Separatamente, prosegue l’indagine sull’effetto rabbit hole dei sistemi di raccomandazione, che potrebbe sfruttare la vulnerabilità e l’inesperienza dei minori. Se la violazione sarà confermata, la sanzione può arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo, circa 12 miliardi di dollari sulla base dei ricavi 2025 di Meta.

Il caso Meta non è isolato. Il 10 ottobre 2025 la Commissione ha avviato le prime azioni investigative ai sensi delle linee guida Dsa sulla protezione dei minori, chiedendo a Snapchat, YouTube, Apple App Store e Google Play informazioni sui sistemi di verifica dell’età e sulle misure per impedire ai minori l’accesso a prodotti illegali, come droghe e vape, e materiale nocivo, come contenuti pro-disturbi alimentari. A YouTube è stato chiesto specificamente conto del suo sistema di raccomandazione. Il quadro che emerge è una strategia di enforcement multi-piattaforma sistematica, non un’azione isolata contro un singolo operatore.

Il rapporto del panel porta questo ragionamento oltre il singolo procedimento. Le funzioni da regolare non sono presentate come dettagli di interfaccia, ma come elementi centrali del modello di business dell’attenzione. Per questo il pacchetto raccomandato comprende limiti a scroll infinito, autoplay, notifiche persistenti, sistemi di raccomandazione problematici, dark pattern, contatti indesiderati e percorsi di consumo che spingono l’utente da un contenuto all’altro senza reale controllo.

Verifica dell’età: il nodo tra tutela e privacy

Una norma sull’età minima vive o muore sulla capacità di verificare l’età degli utenti. In effetti, è il punto più delicato, perché un sistema debole può essere aggirato facilmente, mentre un sistema invasivo può produrre raccolte eccessive di dati personali.

La Commissione lavora da tempo a una soluzione europea di age verification. Nell’aprile 2026 ha indicato che l’app europea per la verifica dell’età è pronta per il dispiegamento negli Stati membri e consente agli utenti di provare la propria età senza condividere dati personali non necessari, in coerenza con il futuro portafoglio europeo di identità digitale. Il modello indicato da Bruxelles punta a verificare un requisito, per esempio il superamento di una soglia anagrafica, senza trasferire alla piattaforma documenti, identità completa o informazioni eccedenti.

Il rapporto del panel chiede che i sistemi di age assurance siano proporzionati, accurati, robusti contro l’elusione, non discriminatori e rispettosi della protezione dei dati. Esclude in particolare l’uso di documenti d’identità o dati biometrici per la stima dell’età quando non necessario e richiama tecniche come le prove a conoscenza zero, utili a confermare un attributo senza rivelare altro.

In questo punto la regolazione incontra il suo limite operativo. Un divieto anagrafico assoluto può spingere i minori verso account falsi, Vpn o servizi meno controllati. Una verifica troppo invasiva può trasformare la tutela dei minori in una nuova infrastruttura di identificazione permanente. La via europea cerca quindi un equilibrio: soglie comuni, responsabilità delle piattaforme, controlli tecnici privacy-preserving e valutazione continua degli effetti.

Sì. La inserirei dopo il paragrafo sul confronto con le norme nazionali, con questa riga introduttiva:

Le principali iniziative internazionali mostrano approcci diversi: alcuni Paesi puntano su un divieto anagrafico, altri su consenso genitoriale, verifica dell’età e responsabilità di progettazione delle piattaforme.

Paese/areaSoglia previstaStato della misuraMeccanismo principaleNodo aperto
Unione europeaSotto i 13 anni; tutele graduate fino ai 18Proposta attesa dopo l’estate 2026Accesso sotto i 13 anni solo con supervisione; per gli adolescenti, piattaforme sicure by defaultEquilibrio tra soglia comune Ue, norme nazionali più restrittive e verifica dell’età
Australia16 anniIn vigore dal 10 dicembre 2025Le piattaforme devono adottare misure ragionevoli per impedire account under 16Efficacia dei controlli, aggiramento e impatti sui diritti digitali
Regno Unito16 anniAnnunciata dal governo; norme attese in Parlamento prima di Natale 2026Divieto di offerta dei social agli under 16 e restrizioni su funzioni rischiose, come live streaming e contatti da sconosciutiEntrata in vigore prevista nella primavera 2027 e coordinamento con Online Safety Act
Francia15 anniLegge approvata nel 2023, applicazione legata al raccordo con il diritto UeIscrizione vietata sotto i 15 anni salvo autorizzazione genitoriale; verifica di età e consensoAttuazione tecnica e compatibilità con il Dsa
Spagna16 anniPacchetto annunciato dal governo nel febbraio 2026Divieto di accesso ai social per under 16 e obbligo di sistemi efficaci di verifica dell’etàTraduzione dell’annuncio in testo normativo e enforcement sulle piattaforme
Danimarca15 anniAccordo politico annunciato nel 2025Divieto sotto i 15 anni, con possibile autorizzazione dai 13 anni dopo valutazione specificaModalità di controllo e rapporto con una futura cornice Ue
Grecia15 anniMisura annunciata per il 1° gennaio 2027Restrizione per Facebook, Instagram, TikTok e Snapchat per i nati dopo il 2012Necessità dichiarata di un quadro europeo comune entro fine 2026
Indonesia16 anniRegolamento in attuazione dal 2026Limitazione dell’accesso a piattaforme ad alto rischio, incluse social e servizi video/gamingApplicazione graduale e obblighi di adeguamento per piattaforme globali
Florida, Usa14 anni; consenso per 14-15Legge firmata nel 2024 e divenuta applicabile dopo contenziosoUnder 14 esclusi dagli account social; 14-15 anni con consenso genitorialeContenziosi costituzionali e frammentazione tra Stati Usa
Italia14 anni per consenso privacy; ddl a 15 anni per account socialNormativa privacy vigente; ddl S.1136 in esame al SenatoConsenso digitale autonomo dai 14 anni; proposta di limite a 15 anni per social e piattaforme videoDistinzione tra consenso al trattamento dati, accesso ai social e verifica dell’età

Social e minori, confronto con le norme nazionali e internazionali

La pressione degli Stati membri è una delle ragioni dell’accelerazione europea. Il rapporto segnala che diversi Paesi stanno discutendo o preparando soglie proprie: Francia verso un limite a 15 anni, Grecia su una soglia analoga per i social network, Danimarca verso i 16 anni con possibile consenso genitoriale, Svezia con un modello legato all’anno in cui il minore compie 15 anni. Altri Paesi, tra cui Portogallo, Spagna, Germania e Polonia, stanno valutando interventi.

La Commissione ha già segnalato i rischi della frammentazione. Lunedì 13 luglio Bruxelles ha comunicato alla Francia di modificare la propria bozza legislativa perché invade le competenze della Commissione europea. Il messaggio è chiaro: la materia deve essere regolata a livello di mercato unico. Se ogni Stato adotta una soglia, una definizione di piattaforma e un metodo di verifica diversi, i minori ricevono protezioni diseguali e le imprese si trovano davanti a un mosaico di obblighi. Una soglia europea sotto i 13 anni funzionerebbe come base comune, lasciando agli Stati la possibilità di prevedere restrizioni più alte per gli adolescenti, purché coerenti con il diritto Ue e sottoposte a valutazione.

Sul piano internazionale, il modello di riferimento più discusso è quello australiano, che a dicembre 2025 ha vietato gli account social per gli under 16. Il Regno Unito ha annunciato a giugno 2026 una misura analoga, attesa per la primavera 2027, con un perimetro più ampio: oltre al divieto di social media per gli under 16 (Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook, X, con esclusione dei servizi di messaggistica come WhatsApp e Signal), il governo britannico prevede il blocco di funzionalità pericolose come il livestreaming e la comunicazione con sconosciuti per gli under 18, e impone un’età minima di 18 anni per i chatbot AI romantic companion. La base giuridica è il Children’s Wellbeing and Schools Act 2026. Il punto sui companion AI è particolarmente rilevante perché converge con la definizione di social media+ del panel europeo.

L’esperienza australiana offre però anche un avvertimento. I sistemi di verifica dell’età si sono rivelati facili da aggirare e la maggior parte degli adolescenti soggetti a restrizioni ha trovato soluzioni alternative nel giro di pochi mesi. Reddit ha avviato un procedimento per contestare l’attuazione del ban. Ofcom, il regolatore britannico, ha indicato che la verifica dell’età alla soglia dei 16 anni è tecnicamente fattibile, ma che esistono attualmente meno metodi disponibili rispetto alla soglia dei 18 anni e vi sono sfide pratiche di implementazione, inclusa l’accuratezza nelle età di confine.

Il caso italiano: consenso digitale e ddl sui minori

In Italia il quadro parte da una soglia diversa. Il Garante privacy ricorda che l’articolo 2-quinquies del Codice privacy fissa a 14 anni l’età alla quale il minore può prestare autonomamente il consenso al trattamento dei dati personali per l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione. Sotto i 14 anni serve il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale.

Questa soglia, però, riguarda il consenso al trattamento dei dati, non equivale automaticamente a un diritto pieno e incondizionato di accesso ai social. Proprio per colmare questa distanza sono arrivate proposte legislative specifiche. Al Senato è in corso l’esame dell’Atto S.1136, “Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale”, presentato da Lavinia Mennuni e altri, con l’obiettivo di introdurre regole dedicate su accesso dei minori ai social network, piattaforme di condivisione e verifica dell’età.

Nel confronto parlamentare sono emersi anche altri testi collegati alla tutela dei minori nelle piattaforme digitali, compresi interventi sulla verifica dell’età, sull’impiego dei minori nelle piattaforme di condivisione e sul diritto alla rimozione dei contenuti che li riguardano. Il dato politico è che l’Italia non parte da zero: ha già una soglia privacy a 14 anni e un cantiere legislativo che guarda a un limite più alto per l’accesso autonomo ai social.

La proposta europea può incidere su questo cantiere in due modi. Da un lato offre una base comune, utile a evitare una disciplina italiana isolata e difficile da far rispettare su piattaforme globali. Dall’altro può costringere il legislatore nazionale a distinguere meglio tre piani spesso confusi: età per il consenso privacy, età per l’apertura di account e requisiti di sicurezza dei servizi frequentati dagli adolescenti.

Perché il divieto da solo non basta

La stretta europea nasce da un consenso politico crescente, ma non risolve da sola il problema. Lo stesso rapporto del panel riconosce che i divieti generalizzati possono essere aggirati e che gli effetti vanno misurati nel tempo. Esperti di diritti digitali sostengono che i ban non sono la risposta giusta e che l’Ue dovrebbe rendere le piattaforme più sicure per i bambini con l’arsenale giuridico di cui già dispone, a partire dal Dsa. La Electronic Frontier Foundation ha criticato il modello britannico, argomentando che la verifica dell’età crea rischi per la privacy di tutti gli utenti e che i minori soggetti a restrizioni trovano regolarmente soluzioni alternative.

La tutela dei minori non dipende solo dall’età di accesso, ma da come sono progettati i servizi, da quali dati raccolgono, da quali contenuti raccomandano, da come gestiscono contatti indesiderati e segnalazioni, da quanto rendono comprensibili impostazioni e reclami.

Per imprese e piattaforme, il messaggio è concreto: la conformità non potrà più limitarsi a una casella in cui l’utente dichiara di avere l’età minima. Serviranno valutazioni del rischio per fascia d’età, impostazioni protettive di default, strumenti di reclamo accessibili ai minori, controlli sui sistemi di raccomandazione, limiti alle tecniche di persuasione commerciale e documentazione verificabile da autorità e ricercatori.

Per le istituzioni nazionali, compresa l’Italia, la sfida sarà evitare norme simboliche. Una soglia anagrafica ha valore se si accompagna a verifica dell’età rispettosa della privacy, poteri chiari per le autorità, coordinamento con il Dsa e investimenti in educazione digitale. Senza questi elementi, il rischio è spostare i minori verso spazi meno visibili, lasciando intatti i meccanismi che rendono l’esperienza online opaca e difficile da governare.

La nuova frontiera della tutela online

La proposta attesa da Bruxelles dopo l’estate segna un passaggio politico rilevante: l’accesso dei minori ai social non viene più trattato come un dettaglio contrattuale tra piattaforma e utente, ma come una questione di sicurezza, salute, diritti e mercato unico. Il confronto non riguarderà solo l’età sotto la quale bloccare o limitare l’accesso. Riguarderà chi deve dimostrare che un servizio è sicuro, quali funzioni devono essere disattivate per impostazione predefinita e quali strumenti tecnici possono verificare l’età senza creare nuove forme di sorveglianza.

La tensione tra la soglia a 13 del panel e quella a 16 chiesta dal Parlamento europeo segnerà il negoziato dei prossimi mesi. Il Digital Fairness Act, atteso entro fine anno, potrebbe offrire la cornice legislativa per tradurre le raccomandazioni in obblighi, insieme a un rafforzamento dell’enforcement del Dsa già in corso. Per l’Italia, il dossier europeo arriva mentre le proposte nazionali sono già sul tavolo. La direzione più solida non è sommare divieti, ma costruire una disciplina coerente tra consenso digitale, soglie di accesso, responsabilità delle piattaforme e controlli tecnici. La tutela dei minori online diventa così un test della capacità europea di regolare l’economia dell’attenzione senza rinunciare a privacy, partecipazione e diritti digitali.

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