Fin dalla nascita della crittografia a chiave pubblica e di sistemi come Rivest-Shamir-Adleman (RSA), le aziende hanno fatto affidamento su identità e credenziali per determinare chi può accedere ad ambienti IT, dati e applicazioni. Nel corso dei decenni, questa infrastruttura ha attraversato diverse innovazioni quali autenticazione multi-fattore, single sign-on, identity provider e architetture Zero Trust. Successivamente, sono emersi vari standard e strumenti avanzati, tra cui PKI, LDAP, SAML, OAuth e FIDO2.
Eppure, nonostante i progressi e gli investimenti ingenti, l’identità rimane costosa, esposta e compromessa. Ed è uno degli aspetti maggiormente vulnerabili della sicurezza. Basti considerare come il Verizon Data Breach Investigations Report 2025 abbia rilevato che circa il 22% delle violazioni inizi con credenziali rubate, una percentuale maggiore rispetto a qualsiasi altro vettore di attacco. Secondo una ricerca di IBM, le violazioni da credenziali compromesse richiedono circa 292 giorni per essere rilevate.
Tuttavia, questo non dovrebbe sorprendere. I sistemi di identità si basano su un insieme complesso di componenti interconnesse: autenticazione, API, endpoint e piattaforme cloud, cui si aggiunge, naturalmente, anche l’imprevedibilità delle interazioni umane. Ogni livello introduce nuove vulnerabilità e ogni integrazione estende la superficie di attacco. Ecco perché l’attenzione non dovrebbe concentrarsi sul rendere l’identità di per sé resistente: la vera priorità è costruire sistemi di identità resilienti.
Indice degli argomenti
L’ondata dell’agentic AI
Le sfide per l’identità stanno peggiorando progressivamente, con l’adozione rapida degli agenti AI come principale fattore trainante. Gartner prevede che entro la fine di quest’anno circa il 40% delle applicazioni enterprise includerà questi sistemi, rispetto a meno del 5% nel 2025. C’è una corsa al deployment di agenti AI a causa della promessa di maggiore produttività, costi operativi inferiori e flussi di lavoro più veloci e ciò questo significa anche una proliferazione di nuove identità.
Pensando agli agenti AI come dipendenti virtuali o contractor, possono processare dati, chiamare API, eseguire task e interagire attraverso una miriade di sistemi. Tutti hanno bisogno di credenziali, autorizzazioni e percorsi di accesso. Attualmente, molte imprese gestiscono già decine di identità macchina per ogni utente umano, con un numero destinato a esplodere a causa dell’automazione degli agenti AI, raggiungendo una media superiore a 100 per ogni umano, aumentando significativamente la superficie di attacco.
Inoltre, le identità macchina possono essere più facili da compromettere, a causa, tra le altre, della loro velocità e scala, insieme alle complessità della governance. Queste identità spesso vivono al di fuori dei processi tradizionali di identity governance, progettati principalmente per gli utenti umani e, per questo motivo, sono spesso dotate di privilegi eccessivi, poco inventariate e raramente monitorate con gli stessi standard degli account della forza lavoro. Un certificato scaduto, una chiave SSH dimenticata o una credenziale API condivisa possono diventare un punto di ingresso silenzioso ai sistemi critici.
Ma gli agenti AI utilizzano le API per gestire i task, mentre le chiavi statiche sono un metodo di autenticazione debole, in quanto vengono ruotate raramente, spesso sono hard-coded e difficili da proteggere su larga scala. Questo significa che agli attaccanti è sufficiente ottenere una singola credenziale per impersonare un sistema.
Da scudo a rete: ripensare la resilienza dell’identità
Tradizionalmente, i team di sicurezza hanno trattato l’identità come uno scudo per bloccare gli attaccanti. Ma questo approccio si sfalda sotto le complessità di API, identità macchina, token e sistemi federati.
È molto più efficace trattare l’identità come una rete malleabile, ovvero qualcosa che può essere corretto, riparato e ripristinato rapidamente, nonostante sia molto più difficile di quanto sembri. Un backup acquisito durante un incidente potrebbe essere esso stesso compromesso e gli strumenti utilizzati per indagare sulla violazione potrebbero anche essere in esecuzione su sistemi che l’attaccante ha già raggiunto.
Ecco perché “l’ultimo miglio” del ripristino è la parte più complessa e costosa del processo. Una crisi legata all’identità non è mai solo un’interruzione di Active Directory, ma è il guasto a cascata di ogni dominio collegato, ogni sottosistema di autenticazione che ne dipende e una rete di interdipendenze che potrebbero non essere completamente mappate fino a quando qualcosa non si guasta.
Ciò che serve è abbattere i silos operativi, con i team di sicurezza, infrastruttura, dati e applicazioni che devono collaborare con quelli di backup dedicati attraverso una disciplina unificata come le Resilience Operations (ResOps), che prepara le imprese a ripristinare rapidamente e in sicurezza l’infrastruttura critica dopo un danno.
L’approccio ResOps deve anche essere testato regolarmente, con esercitazioni di recovery trimestrali o mensili che aiutano a sviluppare gli automatismi operativi necessari durante gli incidenti reali. Queste prove chiariscono quali sistemi debbano essere ripristinati per primi, per quanto tempo i servizi possano rimanere offline e come la “minimum viable company” appare durante una crisi.
In effetti, l’agentic AI può aiutare a risolvere parte del problema. Riportare online un sistema di identità compromesso comporta centinaia di passaggi interdipendenti che sopraffanno ogni possibile coordinamento umano e gli agenti AI sono particolarmente adatti a sequenziare questi passaggi, mappare le dipendenze, generare punch list in tempo reale e segnalare dove è probabile che emergano punti deboli.
Concentrarsi su un perimetro di identità indistruttibile è una battaglia persa. L’obiettivo deve spostarsi verso la resilienza: questo richiede lo smantellamento dei silos operativi che rallentano la risposta, l’adozione di ResOps come disciplina fondamentale con esercitazioni di recovery testate regolarmente e l’arruolamento dell’agentic AI stessa per supportare il ripristino. I sistemi di identità presentano vulnerabilità strutturali, ma con un’architettura orientata alla resilienza e un cambio di paradigma è possibile trasformare questa debolezza in una capacità di risposta rapida ed efficace, limitando l’impatto degli attacchi.





























Partecipa alla community