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Direttore responsabile Alessandro Longo

La proposta

Un istituto per gli open data

di Giuseppe Iacono, Stati Generali dell'Innovazione

07 Mar 2013

7 marzo 2013

La giornata internazionale degli Open Data ha visto l’Italia mobilitarsi con ben 13 eventi da Sud a Nord, correlati tra loro e con una partecipazione ampia tra istituzioni, amministrazioni, imprese, professionisti, associazioni. Un risultato imprevedibile che non può che rappresentare solo un punto di partenza

Dopo l’approvazione della legge di conversione del decreto “Crescita 2.0” ( legge n° 179 del 18/10/2012) che ha sancito di fatto l’obbligatorietà della pubblicazione dei dati in possesso delle amministrazioni, il tema sul tavolo non è più “se” deve essere perseguita una politica di promozione degli open data ma “come” farlo. A partire dalla consapevolezza dell’enorme potenziale che questo passaggio ha sia per l’evoluzione democratica, sia per l’efficienza della macchina amministrativa sia per lo sviluppo del settore IT:

·         dal punto di vista dell’evoluzione democratica, perché l’apertura dei dati consente una forte accelerazione nel processo di trasparenza che è nei principi di base della partecipazione democratica, dell’Open Government, consentendo ai cittadini non solo scelte consapevoli sui servizi pubblici (si pensi al progetto della “Scuola in Chiaro”) ma anche capacità di controllo sull’operato di chi amministra e governa, fino al controllo dei bilanci e delle operazioni di spesa (come è possibile con il progetto “Open Coesione”);

·         dal punto di vista dell’efficienza amministrativa, perché la pubblicazione dei dati “by default” obbliga le amministrazioni ad esporsi verso gli utilizzatori assumendosi la responsabilità della qualità dei dati e acquisendo la capacità di gestire il feedback da chi (enti e imprese) può utilizzarli per i propri prodotti e servizi;

·         dal punto di vista dello sviluppo del settore IT, perché la disponibilità ingente di dati sul territorio consente l’incremento esponenziale di generazione di idee di sviluppo di applicazioni e di servizi per organizzazioni e cittadini.

Siamo consapevoli che questa è una grande opportunità non solo per cambiare nel profondo il rapporto tra cittadini e istituzioni, ma anche per la riorganizzazione dei processi delle amministrazioni pubbliche, e per favorire lo sviluppo e la crescita di iniziative imprenditoriali ICT.

Per sfruttare appieno l’opportunità occorrono però alcuni ingredienti fondamentali, che ancora non sono presenti e che sono stati tra i temi affrontati nella giornata del 23 febbraio dedicata agli Open Data in 13 città italiane, in un grande evento-Paese:

·         la definizione di una strategia e di un progetto di cambiamento che consenta alle pubbliche amministrazioni di essere soggetto trainante e non trainato, anche indicando le priorità sui dati da rendere fruibili;

·         una linea di indirizzo operativo che consenta alle amministrazioni di disporre di indicazioni sui vari aspetti normativi e tecnici dell’apertura dei dati, allo stesso tempo acquisendo la consapevolezza dei benefici che questa può dare, avviando la riorganizzazione dei processi di produzione dei dati in modo da renderli “nativamente apribili”;

·         una governance che favorisca la condivisione di esperienze e risultati tra le amministrazioni, indirizzato al loro riutilizzo;

·         un luogo che favorisca lo scambio tra amministrazioni, imprese, università, associazioni, in una logica di open innovation

L’importanza del metodo

La giornata dell’Open Data del 23 febbraio è stata una prima sperimentazione di quest’ultimo punto. Nei mesi di preparazione, 7 gruppi di lavoro hanno discusso in rete e in presenza sui principali temi connessi agli Open Data, hanno realizzato contenuti e prodotti nella logica ricca e per certi versi innovativa dello scambio che produce valore. In modo non preordinato, ma costruito operativamente, è stato così impostato un percorso di collaborazione implicitamente ma chiaramente orientato oltre l’evento. Secondo il metodo della condivisione e dell’integrazione delle conoscenze, l’unico che può consentire una crescita di competenze omogenea e rapida su tutto il territorio nazionale. Perché è troppo forte l’esigenza di rendere sistematico lo scambio di esperienze e di fare rete tra le imprese che operano nel campo degli Open Data, e tra queste e le pubbliche amministrazioni, e tra tutti gli attori, naturalmente cittadini inclusi.

Perché un Istituto (privato, indipendente e no-profit)

La prima sperimentazione di un luogo a supporto dello scambio e dell’open innovation è andata oltre le migliori aspettative, con una partecipazione, un entusiasmo e una volontà di collaborazione difficili da prevedere solo qualche mese fa.

Da qui la necessità di dare continuità e forza al percorso, e quindi dotarsi di un organismo che sia catalizzatore di energie e capacità e di raccordo tra i diversi attori, per favorire l’incontro tra domanda e offerta, lo scambio e la condivisione di pratiche, strumenti, tecnologie. Una necessità che deve essere soddisfatta al più presto, perché questo è il momento giusto: la nascita dell’Agenzia per l’Italia Digitale e la legge che ha sancito l’Open By Default possono costituire le premesse per un significativo salto di qualità.

Da qui nasce l’idea di avviare il cantiere di progettazione di una sorta di “Istituto per gli Open Data”. Un organismo che deve essere indipendente e no-profit, che possa essere uno strumento di formazione e stimolo di una più ampia e solida “domanda” di dati per la realizzazione di servizi innovativi, in grado di innescare un circolo virtuoso di convenienze reciproche tra chi favorisce la distribuzione di dati, ricevendone in cambio nuovi servizi e nuovo valore, e chi quei dati utilizza per ampliare la propria “offerta” imprenditoriale. Un organismo privato, che non va ad aggiungersi o a sovrapporsi agli organismi pubblici già in campo, ma che si colloca nello spazio bianco che crea rete e valore tra pubblico, ricerca, mercato.

Un organismo che quindi possa anche sostenere e supportare le iniziative degli specifici soggetti istituzionali, come l’Agenzia per l’Italia Digitale, senza rischiare sovrapposizioni, ma anzi creando un luogo di interscambio in cui possano a ritrovarsi con le loro competenze e proposte anche organizzazioni pubbliche come Formez e Istat che hanno un ruolo fondamentale nella crescita della consapevolezza di questo tema in Italia. Un organismo che si rivolge principalmente a tre categorie di interlocutori:

·         le associazioni e i centri di studio e ricerca, che sono i “naturali” compagni di viaggio di questa iniziativa;

·         le imprese, che dovranno sostenere, economicamente e con la realizzazione di progetti comuni, la vita dell’Istituto;

·         le pubbliche amministrazioni e i grandi fornitori di dati, infine, che sono la controparte attiva della attività dell’Istituto, il terminale di quella domanda che l’Istituto dovrà contribuire a formare.

Tante le iniziative che l’Istituto dovrebbe farsi carico di realizzare, prendendo ad esempio di riferimento quanto sta realizzando l’Open Data Institute nel Regno Unito, ma chiaramente adattato e sviluppato sulle specificità della realtà italiana, tra queste:

1.   la costruzione di strumenti e processi di condivisione a livello di politiche, di metodologie, di tecniche e di soluzioni tra tutte le organizzazioni e i soggetti individuali partecipanti;

2.   la disseminazione e la diffusione del tema degli Open Data, anche attraverso lo sviluppo della comunità degli Open Data in Italia in stretta connessione con il movimento Open Data internazionale, attraverso eventi, forum, social network, organizzando l’evento hub italiano dell’international open data day e realizzando progetti e materiali di divulgazione per i cittadini e per le scuole;

3.   lo sviluppo delle competenze sugli Open Data, anche attraverso  partnership con Università e Centri di ricerca per la costituzione di Master, Corsi universitari e Gruppi di Ricerca sulle tecnologie dei Dati Aperti;

4.   la promozione e il supporto tecnico per favorire la nascita e lo sviluppo di iniziative imprenditoriali basate sulla tecnologia dei Dati Aperti, anche attraverso gruppi di lavoro focalizzati ad affrontare problematiche tecnologiche, creando le condizioni per l’open innovation e per la collaborazione progettuale;

5.   il supporto allo sviluppo delle politiche pubbliche in tema di Dati Aperti, a partire da quanto è ancora deve essere definito a valle della legge 179.

Prime idee dalle quali partire. Sapendo che solo con un’azione a più livelli e ampia (pubblica, privata, diffusa, amministrativa e produttiva, formativa, ..) si può puntare ad un cambiamento che dia valore al Paese. Agendo con approcci diversi dagli attuali.

Perché l’innovazione richiede un cambio di modello.

  • cirospat

    chi lavora da decenni dentro una Pubblica Amministrazione ed è sensibile sia agli open data che alla comunicazione/trasparenza dell’azione amministrativa pubblica, ha compreso bene che il processo di produzione-gestione-pubblicazione-riuso dei set di dati aperti non può essere “migliorato” solo ed esclusivamente dall’aderire alle le Linee Guida nazionali sulla Valorizzazione del Patrimonio Informativo Pubblico (AGID).
    Quelle linee guida dicono bene come si devono organizzare internamente le PA italiane per fare open data, in quali formati devono essere pubblicati i set di dati, ecc.
    Ma lavorando dentro una PA da decenni, ho compreso che fare bene open data, farlo nei giusti formati aperti (non pdf che sono quelli più usati oggi dalla PA) e soprattutto farli in TEMPO REALE mentre sto lavorando, comporta, per la PA, dotarsi di adeguati applicativi gestionali online, e non onsite, tali da generare “automaticamente” set di open data (anche georeferenziati) come processo di output del lavoro quotidiano svolto da milioni di impiegati.

    Cosa succede invece oggi?
    Milioni di dipendenti utilizzano applicativi proprietari noti universalmente e installati onsite, con il risultato che poi, per pubblicare set di dati nei portali istituzionali open data, i file prodotti con tali applicativi (editor di testo, fogli elettronici con unione di celle) non sono affatto idonei e non si prestano alle finalità di riuso dei dati, proprio quei dati che la comunità degli sviluppatori vorrebbero dare in pasto ai loro software per creare applicazioni e servizi web utili alla collettività.

    Allora?
    Secondo me il problema fondamentale per generare set di dati aperti qualitativamente utili al riuso è prima di tutto di natura “software”!
    Immagino dei “requisiti minimi” che l’AGID o il neo Istituto Italiano per gli Open Data dovrebbero stabilire, fissare e IMPORRE agli enti pubblici, per adattare gli applicativi oggi in uso quotidianamente nelle migliaia di PA. Ma se oggi uso un applicativo installato sul pc e quindi salvo il file nel mio pc, il problema permane perchè sono isolato da un sistema informatico di generazione/pubblicazione automatico di open data. Quindi le milioni di stanze della PA dovrebbero utilizzare applicativi gestionali online ed ogni PA (soprattutto quelle di grandi dimensioni) dovrebbero dotarsi di applicativi gestionali tali da permettere l’interscambio totale di dati tra un settore e un altro (ambiente, cultura, tributi, statistica, attività produttive, mobilità,..) permettendo a qualsiasi impiegato di fare data entry e data visualisation con adeguate scale di gerarchizzazione, ma senza escludere alcun dipendente dalle 2 procedure.
    Si potrebbe pensare ad un unica piattaforma digitale abilitante nazionale ed open source da usare per tutte le migliaia di PA, si otterrebbe la generazione di un processo di perfetta omogeneizzazione e standardizzazione dei dati, con la conseguenza di generare Linked data in maniera eccellente.
    Fissare un set minimo di criteri nazionali ai quali tutti gli applicativi oggi usati dalle PA devono adegurasi potrebbe rappresentare un compromesso tra standardizzazione del processo di generazione del dato aperto e tutela della diversità dei sistemi informatici usati nelle migliaia di stanze degli enti pubblici.
    Il fattor comune alle 2 diverse soluzioni dovrebbe, comunque, essere, a mio modo di vedere, la possibilità di far generare agli applicativi usati, set di dati aperti in maniera AUTOMATICA. Solo in questa maniera si possono diffondere capillarmente nel territorio gli open data, e si può alimentare, come conseguenza positiva, un sano mercato di servizi innovativi che proprio dell’uso/riuso degli open data si nutrono.
    Gli applicativi gestionali della PA, pensati al nascere come servizi web: nel momento in cui concludo la mia procedura operativa quotidiana nel mio terminale, viene aggiornato un set di dati aperti fruibile online da chiunque, con il solo oscuramento automatico dei dati sensibili che afferiscono al mondo della privacy degli individui.
    L’adozione di tali criteri minimi per i vari software usati dalla PA, o di una piattaforma digitale abilitante comune, inoltre contribuirebbero ad agevolare l’attuazione concreta di uno dei pilastri dell’agenda digitale: l’identità digitale.
    Diversamente coesisteranno, come oggi avviene, innumerevoli applicativi con diverse architetture software che continueranno a comportare la produzione di open data un come lavoro ulteriore rispetto a quello che quotidianamente ogni dipendente deve svolgere per le mansioni che svolge.
    Si possono nominare responsabili open data, responsabili tematici, ecc. come previsto dalle Linee guida nazionali Open Data, ma senza adeguati applicativi gestionali non si resgistreranno consistenti ed evidenti miglioramenti nel mondo pubblico degli Open Data.
    Spero di avere espresso in maniera chiara un concetto che ritengo essenziale per lo sviluppo degli open data.
    Queste analisi le ho espresse mesi fa anche come contributo alla redazione delle Linee Guida Nazionali OPEN DATA: https://docs.google.com/document/d/1UiIyefu9XjvokDcGP8M6tG1UX4wPZ65P-5fsi00dx1k/edit

  • Che fine ha fatto questa magnifica idea? Grazie

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