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Startup europee, la fuga verso il Medio Oriente preoccupa la BEI



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Un rapporto della Banca europea degli investimenti analizza il fenomeno della delocalizzazione delle startup UE verso Medio Oriente ed Emirati. Tra le cause principali: eccesso di burocrazia, accesso difficile ai capitali e un quadro regolatorio percepito come ostile all’innovazione

Pubblicato il 9 mar 2026

Paolo Anselmo

Presidente Associazione IBAN



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ia negli emirati arabi




La delocalizzazione delle startup europee verso nuovi mercati extraeuropei è un fenomeno sempre più documentato. Un recente rapporto della Banca europea degli investimenti (BEI) – realizzato con il contributo di EY – ne analizza le cause e le implicazioni per l’intero ecosistema continentale dell’innovazione.

Il rapporto BEI: perché le startup europee guardano al Medio Oriente

La BEI, (in collaborazione con la Direzione Generale per la Ricerca e l’Innovazione della Commissione Europea e il Centro Comune di Ricerca) ha commissionato a EY uno studio mirato e qualitativo che analizzasse perché e come le startup e le scaleup fondate nell’UE scelgono di delocalizzare.
Il report spiega e delinea con grande chiarezza una tendenza che nel prossimo periodo potrebbe diventare sempre più strutturale nel contesto europeo delle startup.

Il Medio Oriente e l’area degli Emirati infatti stanno diventando sempre più attrattivi per le startup dell’intero continente europeo. Una situazione che potrebbe riservare sia delle potenzialità da sfruttare, ma anche una serie di rischi connessi all’impoverimento del panorama europeo e italiano a livello di startup, con alcuni progetti imprenditoriali interessanti e con potenziale convinti a spostarsi in un contesto extra europeo che dal loro punto di vista presenta condizioni più favorevoli.

Il report della Bei rappresenta quindi un documento interessante e da non sottovalutare, sia per conoscere che cosa stia accadendo, sia per stimolare una riflessione che possa portare a un miglioramento complessivo del settore europeo delle startup e delle sue regole.

Internazionalizzazione o delocalizzazione: un confine sempre più sottile

Già a partire dalla sua introduzione il rapporto della Bei evidenzia quello che probabilmente è uno degli elementi più importanti e decisivi che determineranno molto del futuro delle startup europee nei contesti nazionali e internazionali.

Si legge infatti che per crescere rapidamente all’interno dell’Unione Europea è essenziale colmare il divario di innovazione con i concorrenti globali e costruire un’economia resiliente e orientata al futuro. Il divario evidentemente già c’è e bisogna lavorare per cercare di accorciarlo il più possibile nonostante le evidenti difficoltà che il contesto internazionale continua a presentare.

Perché è giusto non precludersi all’internazionalizzazione che però non deve diventare delocalizzazione, come ricorda la Bei: “Mentre l’internazionalizzazione è parte integrante e spesso positiva della crescita globale, la delocalizzazione può segnalare limitazioni sistemiche più profonde all’interno dell’Unione Europea.

Quando le startup si trasferiscono, la creazione di valore, la proprietà intellettuale, i processi decisionali strategici e i flussi di investimento si accumulano sempre più al di fuori dell’Europa, indebolendo la capacità del continente di trattenere e far crescere l’innovazione di livello mondiale”.

Emirati e Arabia Saudita: ambienti più aperti e meno burocrazia

Andando nello specifico, l’attenzione viene posta sull’area del Medio Oriente e degli Emirati. Zone che negli ultimi decenni hanno vissuto uno sviluppo economico formidabile, con la generazione di una ricchezza e di una capacità di investimento che hanno dimostrato la loro forza economica in numerosi settori.

Per le startup, almeno secondo la Bei, non è solo l’elemento economico che attira founder e progetti imprenditoriali a quelle latitudini. L’analisi evidenzia infatti come l’area sia percepita dai founder come un ambiente più aperto all’innovazione rispetto alla rigidità dell’UE.

In particolare si parla di Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita che offrono condizioni regolatorie più favorevoli, con licenze flessibili e “sandbox” regolatorie che permettono di testare nuove soluzioni senza eccessiva burocrazia, con i governi della regione che sono visti come partner diretti che lavorano con gli imprenditori per implementare tecnologie rapidamente, evitando i “colli di bottiglia” tipici della conformità europea.

Le raccomandazioni all’UE: dalla “EU Delaware” alle riforme fiscali

Non c’è però solamente voglia di scappare dall’Europa. I founder del continente infatti lasciano all’Unione una serie di indicazioni e di raccomandazioni per arrivare ad un miglioramento dell’intero ecosistema nel suo complesso.

Se questi obiettivi venissero raggiunti e queste indicazioni venissero recepite chissà che quel processo di delocalizzazione non possa ridimensionarsi, rientrato in una maggiore logica di interscambio di competenze e idee che possa portare agevolazioni ad entrambe le parti coinvolti e non ad una sola.

Nello specifico le richieste riguardano “una regolamentazione più flessibile e favorevole alle startup e all’innovazione, un accesso più facile al capitale di crescita, la capacità di attrarre e trattenere talenti internazionali e reti di supporto locale più solide che corrispondano all’ambizione di aziende con una mentalità globale. Inoltre, l’introduzione di un’entità giuridica paneuropea (come la “EU Delaware”), l’utilizzo di strumenti legali digitali, l’offerta di stock option ai dipendenti e l’attuazione di riforme fiscali possono aumentare significativamente l’attrattiva dell’Europa per le imprese innovative.

È importante sottolineare che gli intervistati sostengono che l’Europa non dovrebbe cercare di replicare la Silicon Valley, ma piuttosto concentrarsi sulla creazione di un ambiente di innovazione tipicamente europeo, che sfrutti i suoi punti di forza e colmi al contempo le lacune sistemiche”.

Il rischio per l’Italia e l’Europa: agire con urgenza e visione

Il lavoro da fare è molto e anche il contesto italiano non deve ritenersi escluso da queste indicazioni e da questi stimoli.

La percezione che si ricava alla luce del report della Bei è che l’Europa possa trattenere e far crescere la prossima generazione di campioni tecnologici globali, ma solo se agisce con urgenza e visione.

Le barriere che spingono le aziende a delocalizzare non sono insormontabili, ma richiedono risposte coese e informate dai fondatori in ambito finanziario, normativo e di supporto all’ecosistema. Se queste barriere persistono, i fondatori continueranno a cercare opportunità altrove, non perché vogliono andarsene, ma perché sentono di doversi trasferire per avere successo.

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