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L’Antitrust Ue alla prova dell’AI: che dicono le ultime mosse



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La Commissione Ue avvia due procedimenti contro Google sul DMA: interoperabilità di Android e accesso ai dati di Google Search, con implicazioni per Gemini e per i chatbot di terzi. Nel quadro di due anni di enforcement ci sono anche decisioni su Apple e Meta, l’azione coordinata su Meta AI in WhatsApp. In ballo anche…

Pubblicato il 28 gen 2026

Sergio Boccadutri

Consulente antiriciclaggio e pagamenti elettronici



antitrust ue intelligenza artificiale

Con un comunicato stampa la Commissione europea ha annunciato l’avvio di due procedimenti nei confronti di Google per verificare gli obblighi di interoperabilità del sistema operativo Android e di condivisione dei dati di ricerca.

Si tratta di un significativo punto di svolta nell’applicazione del Digital Markets Act, che va letto come un segnale chiaro della direzione che la Commissione vuole dare all’enforcement nel settore dell’intelligenza artificiale.

Un ambito che, paradossalmente, non era stato contemplato esplicitamente dal legislatore europeo al momento della redazione del DMA.

Digital Markets Act e intelligenza artificiale: il nodo Android e Gemini

La questione centrale posta dalla Commissione riguarda l’accesso dei fornitori terzi di servizi di intelligenza artificiale alle medesime funzionalità hardware e software di cui dispone Gemini, l’assistente AI di Google, integrato profondamente nell’ecosistema Android.

La Vicepresidente esecutiva della Commissione Teresa Ribera ha inquadrato l’intervento in termini di tutela delle opportunità competitive nel panorama in rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale sui dispositivi mobili, sottolineando come l’obiettivo sia garantire un level playing field che non risulti strutturalmente inclinato a favore dei pochi operatori dominanti.

Android

Il primo procedimento punta a chiarire se e come l’integrazione dell’AI nell’ecosistema Android possa tradursi in un vantaggio competitivo non replicabile. Al centro c’è la disponibilità, per i fornitori terzi di servizi di intelligenza artificiale, delle stesse funzionalità hardware e software accessibili a Gemini. In altre parole, la domanda regolatoria diventa se l’AI “di sistema” possa trasformarsi in un canale privilegiato capace di orientare scelte, default e accesso alle risorse del dispositivo.

Dati di ricerca e chatbot: cosa implica l’articolo 6, paragrafo 11

Il secondo filone di intervento riguarda l’obbligo previsto dall’articolo 6, paragrafo 11, del DMA di concedere ai fornitori terzi di motori di ricerca l’accesso a dati anonimizzati di ranking, query, click e visualizzazioni detenuti da Google Search, secondo termini equi, ragionevoli e non discriminatori. La novità rilevante è che la Commissione ha esplicitamente menzionato la possibilità che i fornitori di chatbot AI dovrebbero avere di accedere a tali dati, aprendo così una breccia interpretativa che estende di fatto l’ambito applicativo della norma ben oltre i motori di ricerca tradizionali.

Se i dati di ricerca diventano una risorsa contendibile anche per applicazioni di intelligenza artificiale, la questione non è solo tecnica: riguarda la disponibilità di input informativi che possono incidere su qualità, aggiornamento e competitività dei servizi.

Due anni di enforcement: dove sta andando la Commissione

Per comprendere la portata dei nuovi procedimenti è utile collocarli nel quadro dell’enforcement del DMA dall’entrata in vigore degli obblighi nel marzo 2024. Il bilancio di quasi due anni di applicazione presenta luci e ombre. Le prime decisioni di non conformità, emesse nell’aprile 2025 contro Apple e Meta, hanno segnato un precedente storico, ma le sanzioni — 500 e 200 milioni di euro — sono apparse a molti osservatori non proporzionate rispetto ai fatturati globali e al quadro sanzionatorio che consente di arrivare fino al dieci per cento del fatturato mondiale annuo.

Nel caso Apple, la Commissione ha contestato pratiche di steering che impedivano agli sviluppatori di app di comunicare liberamente con i consumatori e di indirizzarli verso opzioni di acquisto alternative all’esterno dell’ecosistema App Store. Meta è stata sanzionata per il modello pay or consent, che spingeva gli utenti a cedere dati personali per accedere ai servizi senza sottoscrivere un abbonamento. Le società hanno impugnato le decisioni davanti al Tribunale dell’Unione europea, mentre Meta ha successivamente raggiunto un accordo per introdurre un nuovo schema pubblicitario con la scelta tra condividere tutti i dati per una pubblicità completamente personalizzata oppure meno dati per un’esperienza più limitata.

Pressioni politiche e deterrenza: il fattore Stati Uniti

L’impressione diffusa è che le sanzioni siano state deliberate contenute per evitare un’escalation con l’amministrazione Trump, che avrebbe minacciato ritorsioni tariffarie in caso di prosecuzione delle azioni antitrust contro le Big Tech statunitensi. Ricostruzioni respinte dalla Commissione, ma che continuano a pesare nel dibattito pubblico. In parallelo, la Commissione mantiene margini di manovra: può incrementare le sanzioni in caso di perdurante inadempienza e imporre penalità periodiche fino al cinque per cento del fatturato giornaliero mondiale medio.

Lacune del DMA e svolta AI: perché il testo non era “pronto”

L’accelerazione dell’intelligenza artificiale generativa ha colto il legislatore europeo in una posizione di relativa impreparazione. Il DMA è stato concepito e approvato prima dell’esplosione dei modelli linguistici di grandi dimensioni: proposta della Commissione nel dicembre 2020, accordo politico nel marzo 2022, quando ChatGPT non era ancora stato rilasciato al pubblico e il mercato consumer della GenAI non esisteva. Il regolamento non contempla l’AI come servizio di piattaforma di base, una lacuna che la Commissione prova a colmare con interpretazioni estensive, in attesa della revisione prevista entro maggio 2026.

La consultazione pubblica del 2025 sulla prima revisione del DMA ha raccolto oltre 450 contributi da PMI, gatekeeper, società civile, accademici e cittadini. Molti hanno chiesto di ampliare l’ambito ai servizi di intelligenza artificiale e cloud, ma senza un consenso sui criteri per qualificare un gatekeeper nel settore AI e per definire i servizi rilevanti, anche perché l’AI tende a essere incorporata in servizi più ampi anziché offerta come prodotto autonomo.

Digital Markets Act e intelligenza artificiale: l’interpretazione “integrata”

L’attuale posizione della Commissione è che l’intelligenza artificiale possa rientrare nel perimetro del DMA quando integrata in un servizio di piattaforma di base di un gatekeeper, come un motore di ricerca o un assistente virtuale che utilizza funzionalità AI. È un’interpretazione che consente di intervenire su comportamenti potenzialmente anticoncorrenziali legati all’integrazione dell’AI, senza attendere una modifica legislativa. In questa cornice, i procedimenti avviati il 27 gennaio 2026 contro Google rappresentano una prima applicazione concreta dell’approccio al settore dei servizi AI su dispositivi mobili.

Meta AI su WhatsApp: un caso chiave per l’enforcement coordinato

Parallelamente all’azione su Google, un fronte di intervento riguarda Meta e l’integrazione dell’assistente Meta AI in WhatsApp, con un enforcement coordinato tra Autorità italiane e Commissione. Su questa testata la questione è stata affrontata diffusamente: l’AGCM ha avviato nel luglio 2025 un’istruttoria per presunto abuso di posizione dominante, contestando l’integrazione prominente di Meta AI. Il procedimento è stato ampliato il 25 novembre con misure cautelari sulle condizioni dei WhatsApp Business Solution Terms che escludono chatbot AI concorrenti. Il 22 dicembre 2025 l’Autorità ha disposto la sospensione immediata di tali clausole, rilevando una strategia di tying e rifiuto di accesso a infrastruttura essenziale.

La Commissione europea ha aperto il 4 dicembre 2025 un’indagine antitrust formale sulla medesima vicenda, con riferimento a tutto lo Spazio economico europeo ad eccezione dell’Italia, per evitare sovrapposizioni con il procedimento nazionale, ma replicando nei fatti l’approccio dell’AGCM.

Enforcement anticipatorio: cosa cambia nei mercati dell’AI

I provvedimenti del 2025 e dei primi mesi del 2026 sono spesso letti come esempi di enforcement anticipatorio in mercati ad altissima velocità evolutiva. Le autorità non si limitano a sanzionare condotte già consolidate, ma intervengono in fasi in cui le posizioni competitive sono ancora in definizione. L’urgenza è legata a effetti di rete, economie di scala, costi di switching e dinamiche winner-take-all, che possono cristallizzare rapidamente il vantaggio competitivo derivante da basi utenti e dati di interazione.

Va ricordato che il DMA nasce per superare i limiti dell’antitrust tradizionale nei mercati digitali. L’ex commissario Thierry Breton si è battuto per un impianto ex ante, capace di stabilire regole prima che i contenziosi ex post diventino lunghi e inefficaci. Tuttavia, l’esperienza dei primi anni mostra che anche l’ex ante incontra limiti quando l’innovazione accelera: molte disposizioni su interoperabilità, portabilità e accesso alle informazioni sono state pensate per servizi “classici” e si adattano con difficoltà ai modelli di grandi dimensioni.

Il modello tedesco: sezione 19a e pressione multilivello

L’enforcement del DMA si inserisce in un quadro di iniziative nazionali. Il caso più rilevante è quello tedesco: il Bundeskartellamt ha sviluppato un approccio incisivo tramite la sezione 19a, introdotta nel 2021, che consente di intervenire anche prima che si manifesti un danno concreto. Nel corso del 2024 e del 2025 la Corte federale di giustizia ha confermato le designazioni di Alphabet, Amazon, Apple, Meta e Microsoft.

Nel febbraio 2025 l’autorità tedesca ha imposto a Google impegni vincolanti su Google Automotive Services e Google Maps Platform, con richieste di versioni standalone, rimozione di clausole restrittive e condizioni di interoperabilità con terze parti. Così, nel mese di aprile 2025 Google si è impegnata a rimuovere le disposizioni che limitavano l’uso combinato dei suoi servizi cartografici con quelli di altri fornitori.

L’autorità tedesca ha inoltre avviato a febbraio 2025 un procedimento su Apple e l’App Tracking Transparency Framework, sospettato di favorire le offerte proprietarie e ostacolare i concorrenti. Apple ha proposto alcune modifiche, ma non su tutti i punti contestati. Le contestazioni sono attualmente oggetto di una analisi di mercato.

Revisione 2026: scenari per Digital Markets Act e intelligenza artificiale

L’articolo 53 del DMA impone una revisione entro il 3 maggio 2026 e poi ogni tre anni. La relazione dovrà valutare obiettivi, impatto sulle imprese (con attenzione alle PMI), opportunità di estendere obblighi di interoperabilità ai social network e la necessità di modifiche. L’intelligenza artificiale sarà inevitabilmente al centro: oggi non è un servizio di piattaforma di base e la Commissione potrebbe proporne l’aggiunta all’elenco dopo un’indagine di mercato.

Ma l’inclusione dell’AI tout-court è complessa: secondo alcuni, la struttura degli obblighi del DMA non sarebbe compatibile con il funzionamento dei modelli di training; secondo altri, l’integrazione della GenAI nel perimetro DMA potrebbe avvenire con chiarimenti o obblighi mirati. Da qui la conclusione: l’eventuale “estensione” rischia di toccare direttamente come i modelli vengono addestrati e aggiornati nel tempo.

Nel primo trimestre del 2026 la Commissione dovrebbe pubblicare un rapporto sulla strategia di enforcement rispetto all’intelligenza artificiale nel contesto del DMA. In parallelo, per molte condotte la strada maestra potrebbe restare l’antitrust classico basato sull’articolo 102 TFUE, come mostrano i casi Meta AI e Google.

Tensioni transatlantiche: DMA, DSA e rischio ritorsioni

L’enforcement di DMA e DSA si colloca in un contesto di crescenti tensioni transatlantiche. L’amministrazione Trump ha identificato entrambi i regolamenti come barriere commerciali ingiuste nel rapporto sulle stime del commercio nazionale dell’Ufficio del Rappresentante per il Commercio del 2025. Ad agosto, secondo quanto riportato, il Dipartimento di Stato avrebbe chiesto una definizione più ristretta di contenuto illegale, revisione del Codice di condotta sulla disinformazione, riduzione delle sanzioni ed esclusione dell’obbligo di rispondere ai segnalatori attendibili.

A dicembre l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio ha annunciato su X che, a causa delle normative digitali europee, gli Stati Uniti potrebbero imporre tariffe o restrizioni sui servizi stranieri, citando anche aziende europee come Spotify. Lo scontro più acuto si è verificato con la prima sanzione ai sensi del DSA: 120 milioni di euro contro la piattaforma X di Elon Musk il 5 dicembre 2025, per violazioni tra cui badge blu ingannevole, scarsa trasparenza pubblicitaria e mancato accesso ai dati pubblici per la ricerca.

Un equilibrio ancora instabile per Digital Markets Act e intelligenza artificiale, con Trump terzo incomodo

I procedimenti del 27 gennaio 2026 contro Google e le azioni in corso su Meta e WhatsApp segnano l’ingresso del DMA in una fase in cui un impianto pensato per l’era delle piattaforme tradizionali viene applicato ai mercati dell’intelligenza artificiale. È un’operazione complessa, che richiede interpretazioni estensive in attesa di strumenti più adeguati dalla revisione legislativa.

L’Europa entra nel 2026 con un portafoglio di indagini che combina antitrust tradizionale e DMA. La scelta tra strumenti dipende dalle condotte: l’articolo 102 TFUE per abusi non coperti dagli obblighi dei gatekeeper, il DMA quando le pratiche violano direttamente divieti e obblighi del regolamento. Ne risulta un enforcement multilivello, rafforzato da autorità nazionali come Bundeskartellamt e AGCM.

L’efficacia sarà testata nei mesi a venire: i procedimenti di specificazione su Google dovranno concludersi entro sei mesi, con risultati preliminari attesi entro tre mesi. Il coordinamento tra Commissione e AGCM sul caso Meta AI dovrà garantire misure coerenti, mentre la revisione del DMA nel 2026 chiarirà se e come l’intelligenza artificiale entrerà formalmente nel perimetro del regolamento.

Il rischio più significativo è che l’accelerazione tecnologica continui a superare la capacità di adeguamento normativo, lasciando le autorità a inseguire mercati che si cristallizzano prima che l’intervento possa modificarne le dinamiche. I mercati della GenAI si stanno consolidando attorno a pochi operatori dominanti, spesso coincidenti con i gatekeeper già designati. Se le posizioni competitive si stabilizzano troppo presto, l’obiettivo della contestabilità rischia di restare una promessa incompiuta.

La pressione politica statunitense aggiunge incertezza: finora la Commissione ha resistito alle minacce di ritorsioni, ma l’equilibrio tra fermezza regolatoria e prudenza diplomatica resta instabile. Le sanzioni del 2025 sono state lette da molti come un compromesso tra affermazione dell’autorità del DMA ed evitamento di un’escalation immediata con Washington.

In definitiva, l’efficacia della politica digitale europea sarà giudicata non dal volume delle norme prodotte, ma dalla sua capacità di rimanere rilevante in un mercato che corre più veloce della legislazione. I procedimenti del 27 gennaio 2026 tentano di colmare il divario applicando gli strumenti esistenti all’era dell’intelligenza artificiale. Il loro esito dirà se il Digital Markets Act può garantire mercati digitali aperti e contendibili o se rischia di essere superato dagli eventi.

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