La psicoterapia contemporanea si confronta costantemente con nuovi linguaggi e ambienti simbolici che modellano la costruzione del Sé e le dinamiche relazionali.
Indice degli argomenti
Il videogioco come dispositivo clinico nella terapia moderna
Tra questi, il videogioco occupa una posizione di primo piano: non più relegato a semplice passatempo, esso si rivela uno strumento clinico di notevole efficacia, capace di favorire l’espressione emotiva, la regolazione affettiva e la costruzione dell’identità. La Video Game Therapy® (VGT®) sistematizza l’uso del medium videoludico all’interno del setting terapeutico, trasformandolo in un potente dispositivo per l’esplorazione del mondo interno del paziente.
L’obiettivo di questo approccio non è intrattenere, ma utilizzare il videogioco come un laboratorio esperienziale in cui il terapeuta osserva e accompagna il paziente nel delicato passaggio dall’azione impulsiva alla riflessione mentalizzata.
Questa prospettiva si fonda su una solida convergenza tra psicologia clinica, teoria del gioco e, soprattutto, approcci basati sulla mentalizzazione. Il videogioco, con la sua natura immersiva e la sua complessità narrativa, permette di affrontare tematiche complesse, esplorare dilemmi morali e dinamiche interpersonali in uno spazio protetto e mediato, facilitando l’accesso a contenuti emotivi e simbolici che difficilmente emergerebbero attraverso il solo colloquio verbale. In questo senso, la VGT® si configura come un ponte tra l’universo digitale e lo sviluppo della riflessività, offrendo un terreno fertile per osservare, modulare e potenziare la capacità di mentalizzazione in pazienti di ogni età.
Che cos’è la mentalizzazione e perché è fondamentale
La mentalizzazione è un costrutto psicologico di fondamentale importanza, reso celebre dagli studi di Peter Fonagy e dei suoi collaboratori. Può essere definita come la capacità di vedere sé stessi dall’esterno e gli altri dall’interno. In termini più tecnici, è l’abilità di comprendere e interpretare il comportamento umano – proprio e altrui – in termini di stati mentali intenzionali come pensieri, sentimenti, desideri, credenze e intenzioni.
Non si tratta di una capacità statica, ma di un’attività mentale dinamica e fluida, che risente profondamente del contesto emotivo e relazionale in cui ci si trova. Una buona capacità di mentalizzazione è un pilastro della salute mentale, in quanto consente una regolazione affettiva efficace, la costruzione di relazioni interpersonali stabili e sicure, e un senso di Sé coeso e continuo.
Come nasce la capacità di mentalizzare: il ruolo dell’attaccamento
La capacità di mentalizzare non è innata, ma si sviluppa all’interno delle prime relazioni di attaccamento. Il bambino impara a pensare e a sentirsi un essere pensante attraverso l’interazione con un caregiver “mentalizzante”, ovvero un adulto capace di sintonizzarsi con i suoi stati interni, di rispecchiarli in modo accurato e di attribuirgli un significato.
Quando un genitore vede il pianto del suo bambino non come un mero fastidio, ma come l’espressione di un bisogno (fame, sonno, paura), e risponde in modo contingente e marcato, sta offrendo al bambino un “rispecchiamento affettivo” che è alla base dello sviluppo del Sé.
Il bambino, vedendosi riflesso nella mente del caregiver come un essere dotato di intenzioni e sentimenti, interiorizza questa immagine e costruisce progressivamente la propria capacità di pensare i propri pensieri e sentire le proprie emozioni.
Un attaccamento sicuro, caratterizzato da un caregiver sensibile e responsivo, fornisce il contesto ideale per lo sviluppo di una robusta funzione riflessiva. Al contrario, esperienze di attaccamento insicuro o traumatico possono compromettere seriamente questa capacità, portando a difficoltà nella regolazione emotiva e nelle relazioni interpersonali.
Le quattro dimensioni della mentalizzazione
La mentalizzazione è un processo complesso e multidimensionale. La ricerca più recente ha identificato quattro dimensioni principali, che possono essere viste come polarità lungo un continuum:
Mentalizzazione Implicita (Automatica) vs. Esplicita (Controllata)
La mentalizzazione implicita è rapida, non conscia e si basa su processi intuitivi ed emotivi. È quella che usiamo costantemente nelle interazioni sociali quotidiane per cogliere al volo gli stati d’animo altrui. La mentalizzazione esplicita, invece, è un processo più lento, verbale e deliberato, che richiede uno sforzo cosciente per riflettere su stati mentali complessi. Una buona salute mentale richiede la capacità di muoversi fluidamente tra queste due modalità.
Mentalizzazione Cognitiva vs. Affettiva
La dimensione cognitiva riguarda la capacità di comprendere i pensieri, le credenze e le intenzioni (la “Teoria della Mente”). La dimensione affettiva, invece, si riferisce alla capacità di riconoscere e comprendere le emozioni, sia proprie che altrui (l’empatia). Un equilibrio tra queste due componenti è cruciale: una mentalizzazione iper-cognitiva può portare a un’eccessiva intellettualizzazione, mentre una iper-affettiva può condurre a un’eccessiva risonanza emotiva e a una perdita di confini.
Mentalizzazione focalizzata sul Sé vs. sull’Altro
Questa dimensione riguarda la capacità di riflettere sui propri stati interni e, parallelamente, di comprendere quelli degli altri. Un funzionamento ottimale implica la capacità di mantenere un equilibrio tra la consapevolezza di sé e la comprensione dell’altro, senza che una delle due prospettive prenda il sopravvento.
Mentalizzazione Interna vs. Esterna
La mentalizzazione interna si concentra sugli stati mentali (pensieri, sentimenti), mentre quella esterna si focalizza sugli aspetti osservabili del comportamento e sulle espressioni facciali. Entrambe sono necessarie per una comprensione completa della situazione sociale.
Il Mentalization-Based Treatment di Fonagy e Bateman
La Mentalization-Based Treatment (MBT), sviluppata da Fonagy e Bateman, è un approccio terapeutico che mira a stabilizzare e potenziare la capacità di mentalizzazione dei pazienti, in particolare quelli con disturbo borderline di personalità. L’obiettivo non è interpretare l’inconscio, ma aiutare il paziente a sviluppare una maggiore curiosità e una più solida comprensione della propria mente e di quella degli altri, attraverso una relazione terapeutica che funge da base sicura e da palestra per la funzione riflessiva.
Il videogioco come spazio transizionale di Winnicott
Per comprendere come un videogioco possa diventare uno strumento terapeutico, è utile ricorrere al concetto di spazio transizionale di Donald W. Winnicott. Secondo l’autore, il gioco si colloca in un’area intermedia dell’esperienza, uno “spazio potenziale” tra la realtà interna, soggettiva, e la realtà esterna, oggettiva. In questo spazio sicuro, il bambino (e più tardi l’adulto) può sperimentare, creare e dare un senso al mondo, utilizzando oggetti (i cosiddetti “oggetti transizionali”) per rappresentare e gestire le proprie emozioni.
Le tre funzioni terapeutiche del gaming
La Video Game Therapy® postula che il videogioco, quando inserito in un setting clinico protetto e mediato dalla relazione con il terapeuta, possa funzionare come un’estensione contemporanea di questo spazio transizionale. L’ambiente di gioco diventa un’arena simbolica dove il paziente può esplorare il Sé e l’Altro (attraverso il suo avatar o i personaggi che controlla, sperimentando identità, ruoli e comportamenti diversi da quelli abituali), simbolizzare esperienze complesse (le narrazioni, le sfide e le dinamiche relazionali presenti nel gioco offrono un materiale ricco per la simbolizzazione di conflitti interni, traumi o difficoltà emotive), e agire e riflettere (a differenza di altri media, il videogioco richiede un’interazione costante, creando un ciclo continuo di azione-feedback ideale per il lavoro sulla mentalizzazione).
Il ruolo del terapeuta nella Video Game Therapy
All’interno di questo spazio, il terapeuta assume un ruolo cruciale. Non è un semplice osservatore, ma un compagno di viaggio che aiuta il paziente a passare dall’esperienza immersiva e spesso pre-riflessiva del gioco (il playing) alla riflessione consapevole su quell’esperienza (il gaming come oggetto di analisi). Il terapeuta utilizza interventi mirati e domande-stimolo di tipo mentalizzante per aiutare il paziente a connettere ciò che accade nel gioco con il proprio vissuto emotivo e relazionale.
Domande come: “Cosa pensi che stia provando il tuo personaggio in questo momento?”, “Perché hai preso quella decisione? C’erano alternative?”, “Questa situazione ti ricorda qualcosa della tua vita?”, “Come ti sei sentito quando hai fallito quella missione?” servono a promuovere attivamente le diverse dimensioni della mentalizzazione.
In questo processo, il videogioco agisce come uno specchio emotivo, che riflette le reazioni del giocatore e le rende disponibili all’osservazione e all’elaborazione. La frustrazione per un livello difficile, la gioia per una vittoria, l’empatia per un personaggio sofferente, il dilemma morale di fronte a una scelta difficile: tutte queste esperienze, vissute all’interno dello spazio transizionale del gioco, diventano materiale prezioso per la terapia.
Il terapeuta aiuta il paziente a riconoscere, nominare, differenziare e regolare questi stati emotivi, potenziando la sua consapevolezza e la sua capacità di gestire le emozioni anche al di fuori del setting terapeutico.
Videogiochi specifici per allenare la mentalizzazione
La VGT®, come definita da Bocci (2019, 2021), considera il videogioco un contesto esperienziale per la ri-narrazione e l’esplorazione simbolica del Sé. Il clinico osserva e accompagna il paziente nel passaggio dall’azione all’elaborazione mentale, promuovendo la consapevolezza degli stati interni e la comprensione della mente altrui. Vediamo come alcuni specifici titoli videoludici possono essere utilizzati per allenare le diverse dimensioni della mentalizzazione.
Life is Strange è un gioco narrativo a episodi che mette il giocatore nei panni di una ragazza che scopre di poter riavvolgere il tempo. Ogni scelta ha conseguenze tangibili sulle relazioni e sugli eventi.
Dal punto di vista della mentalizzazione, il gioco è una palestra eccezionale per la mentalizzazione esplicita e cognitiva: il giocatore deve costantemente riflettere sulle possibili conseguenze delle sue azioni, cercando di prevedere le reazioni emotive e i pensieri degli altri personaggi.
La meccanica del riavvolgimento temporale invita a un’analisi controfattuale esplicita. Inoltre, per progredire è essenziale cercare di comprendere le prospettive, le motivazioni e i sentimenti degli altri personaggi, allenando la mentalizzazione focalizzata sull’Altro.
Detroit, Journey e altri titoli terapeutici
Detroit: Become Human è un dramma interattivo in cui il giocatore controlla tre androidi che sviluppano una coscienza. Le scelte determinano non solo il loro destino, ma quello dell’intera società. Vivere la storia da tre punti di vista radicalmente diversi costringe il giocatore a un continuo esercizio di perspective-taking e stimola potentemente la mentalizzazione affettiva, portando a provare empatia per i personaggi e a riflettere su temi come l’alterità, il pregiudizio e i diritti.
Journey è un’esperienza quasi completamente non verbale in cui si viaggia verso una montagna lontana, incontrando occasionalmente altri giocatori anonimi. La comunicazione è limitata a un semplice impulso sonoro. In assenza di linguaggio, la cooperazione si basa interamente sulla capacità di leggere il comportamento non verbale dell’altro giocatore, di inferire le sue intenzioni e di sintonizzarsi emotivamente. È un esercizio puro di mentalizzazione implicita e di coordinazione interpersonale.
The Last of Us è un gioco d’azione con una forte componente narrativa, che esplora il legame tra un uomo e una ragazzina in un mondo post-apocalittico. Il nucleo del gioco è l’evoluzione di una relazione di attaccamento. Il giocatore è portato a riflettere su temi come la cura, la protezione, la perdita e il trauma, e su come questi influenzino le decisioni e i comportamenti dei protagonisti. Si stimola la mentalizzazione affettiva legata ai legami profondi.
Celeste e l’elaborazione degli stati interni
Celeste è un platform game in cui la protagonista, Madeline, decide di scalare una montagna per affrontare la sua ansia e depressione. L’intera esperienza è un’allegoria del processo di auto-comprensione e accettazione. Il giocatore, insieme a Madeline, impara a riconoscere e a dialogare con le proprie parti oscure, a gestire la frustrazione e a sviluppare resilienza. È un potente strumento per lavorare sulla mentalizzazione dei propri stati interni, cognitivi e affettivi.
In tutti questi esempi, il ruolo del terapeuta è quello di facilitatore. Attraverso un dialogo socratico e un atteggiamento di curiosità condivisa, aiuta il paziente a verbalizzare le esperienze vissute nel gioco, a creare connessioni con la propria vita e a trasformare le intuizioni implicite in consapevolezza esplicita e stabile.
Il futuro della psicoterapia digitale
La Video Game Therapy® si delinea come un approccio psicoterapeutico innovativo e solidamente fondato a livello teorico, che sposta il videogioco dal ruolo di semplice strumento motivazionale a quello di dispositivo clinico esperienziale. Il suo valore primario risiede nella capacità di promuovere, in un contesto protetto e relazionalmente mediato, la complessa funzione della mentalizzazione. Come abbiamo visto, il videogioco, inteso come spazio transizionale winnicottiano, permette al paziente di esplorare emozioni, dinamiche relazionali e dilemmi morali in una modalità simbolica, sicura e interattiva.
L’esperienza videoludica diventa una vera e propria “palestra” per la mente, dove il paziente può allenare le diverse dimensioni della funzione riflessiva: dalla comprensione implicita e automatica delle intenzioni altrui in giochi come Journey, alla riflessione esplicita e controllata sui dilemmi morali in Life is Strange o The Last of Us; dall’empatia e la comprensione affettiva dell’altro in Detroit: Become Human, all’esplorazione profonda degli stati interni del Sé in Celeste. Il terapeuta, assumendo un atteggiamento di curiosità e utilizzando interventi mirati, facilita il passaggio dall’azione agita nel gioco alla riflessione condivisa, aiutando il paziente a costruire narrazioni più coerenti e integrate del proprio mondo interno.
In questa cornice, alcuni concetti della Psicologia Individuale adleriana possono offrire un’ulteriore chiave di lettura, seppur ridimensionata rispetto a un’analisi puramente adleriana. Il modo in cui il paziente affronta le sfide del gioco, coopera o compete, gestisce il fallimento e persegue gli obiettivi può essere visto come un’espressione del suo stile di vita, ovvero l’insieme delle sue convinzioni su di sé, gli altri e il mondo. Il terapeuta, osservando queste dinamiche, può aiutare il paziente a prenderne consapevolezza. Inoltre, il ruolo del clinico nella VGT® può essere assimilato a una sorta di funzione di incoraggiamento e sostegno che ricorda la “funzione tardiva materna” descritta da Adler, in cui l’adulto di riferimento continua a sostenere lo sviluppo della consapevolezza e dell’autonomia anche in fasi successive della vita, promuovendo un senso di appartenenza e contributo sociale.
In definitiva, la VGT® si configura come un ponte tra l’esperienza soggettiva, spesso pre-verbale e agita, e la relazione terapeutica, offrendo un terreno fertile per il riconoscimento, la rielaborazione e la trasformazione dei vissuti emotivi. Pur richiedendo una formazione specifica del terapeuta e un’attenta selezione dei contesti clinici e degli strumenti videoludici, questo approccio rappresenta una risorsa preziosa e coerente con le sfide della psicoterapia contemporanea, dimostrando come il mondo digitale possa essere messo al servizio del benessere mentale e della crescita personale.


















