Gli organ-on-chip rappresentano oggi una delle frontiere più promettenti della medicina personalizzata: sistemi in miniatura che riproducono il tessuto di un organo malato, ottenuti per stampa 3D di biomateriali intelligenti integrati con le cellule del paziente. Realizzarli, però, richiede processi lunghi, complessi e ad alto rischio di errore. È per rispondere a questa sfida che è nato Artù, un robot collaborativo mobile capace di automatizzare l’intera catena produttiva.
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Un laboratorio dove la ricerca non è più solitaria
Immaginate un laboratorio di ricerca in cui gli scienziati non sono più soli ad affrontare le sfide tecnologiche. In cui esperimenti lunghi e complessi vengono affidati a un assistente intelligente, instancabile e preciso, capace di interagire con strumenti e protocolli in modo autonomo ed efficiente.
Questo scenario non appartiene più al futuro: sta già prendendo forma grazie ad Artù, un robot collaborativo mobile di nuova generazione progettato per accelerare la ricerca in ambito biomedico.
Artù e gli organ-on-chip: la frontiera della medicina personalizzata
Artù è stato sviluppato per automatizzare la realizzazione di biomateriali e organ-on-chip, una delle frontiere più avanzate della medicina personalizzata. Questi sistemi riproducono in miniatura il tessuto di un organo malato e vengono ottenuti per stampa 3D di biomateriali “intelligenti” in cui vengono integrate le cellule di uno specifico paziente.
Perché gli organ-on-chip sono così difficili da realizzare
Gli organ-on-chip consentono di testare i trattamenti terapeutici su un modello di tessuto umano patologico piuttosto che su di un modello animale, in linea con le più recenti indicazioni internazionali verso modelli di sperimentazione “animal free”.
La complessità di questi modelli, tuttavia, è elevata: si parla di “mechano-sensing” e “molecular-sensing”, poiché la morfologia e le molecole segnale variano al variare dell’organo, della patologia e anche del singolo paziente. La realizzazione artigianale, basata su tentativi successivi, è quindi troppo lunga e laboriosa.
Il robot che automatizza la ricerca biomedica
È proprio qui che entra in gioco Artù. Integrato con algoritmi di Intelligenza Artificiale, il robot sarà in grado di eseguire in autonomia sequenze sperimentali e produrre rapidamente una molteplicità di modelli tissutali, adattati a diverse condizioni patologiche.
Grazie alla capacità di interfacciarsi direttamente con le apparecchiature di laboratorio e di lavorare su più esperimenti in parallelo, Artù consentirà di ridurre drasticamente i tempi di sviluppo, limitare l’errore umano e standardizzare i protocolli. Un passo decisivo verso una ricerca più veloce, riproducibile e orientata all’applicazione clinica.
Dall’errore umano alla standardizzazione: la svolta di Artù
L’approccio artigianale che ancora caratterizza molta parte della ricerca biomedica rappresenta infatti un limite, sia per i tempi necessari a sviluppare innovazione sia per la variabilità legata all’operatore.
Artù nasce in risposta a questi problemi, introducendo un livello di automazione e standardizzazione che permette di eseguire esperimenti multipli in modo controllato e riproducibile.
Machine learning e biostampa 3D: un tandem per la ricerca
In dialogo con applicazioni di intelligenza artificiale attualmente in sviluppo, il robot potrà ricevere istruzioni per la realizzazione di organ-on-chip sempre più sofisticati. Attraverso approcci di machine learning, sarà possibile individuare i protocolli sintetici più idonei per ricreare in vitro modelli di tessuti patologici – ad esempio nel caso del glioblastoma – e affidarli poi ad Artù, che ne curerà la realizzazione attraverso sequenze integrate di reazioni, analisi e biostampa 3D con cellule del paziente.
Avatar terapeutici: testare i farmaci su modelli biologici personalizzati
Si apre così la possibilità di creare veri e propri “avatar terapeutici”: modelli biologici personalizzati su cui testare trattamenti e nuovi farmaci in modo mirato, tenendo conto della variabilità individuale. Un approccio che non solo aumenta le probabilità di successo clinico, ma contribuisce anche a ridurre il rischio di tossicità, avvicinando la medicina a una dimensione sempre più precisa, sicura e centrata sulla persona.
Verso la ricerca animal free: un cambio di paradigma
In questo quadro, Artù accelera anche la transizione verso modelli di ricerca “animal free”, oggi sempre più necessari non solo per ragioni etiche, ma anche per limiti scientifici dei modelli animali, spesso poco rappresentativi della complessità umana. Automatizzare la produzione di modelli tissutali umani complessi e altamente riproducibili rappresenta un cambio di paradigma che ridefinisce il concetto stesso di validazione scientifica.
Il ruolo del ricercatore nell’era dell’automazione collaborativa
L’introduzione di Artù nei laboratori porta con sé anche una riflessione sul ruolo del ricercatore. L’automazione collaborativa non sostituisce lo scienziato, ma lo libera dalle attività ripetitive e a maggiore rischio di errore. Mentre il robot si occupa della produzione, della gestione di esperimenti multipli e del testing dei biomateriali con precisione millimetrica, il ricercatore può concentrarsi sul disegno sperimentale e sulla valutazione critica dei risultati.
In un contesto dominato dai Big Data, la vera sfida non è solo produrre dati, ma interpretarli. Delegare l’esecuzione a un assistente instancabile come Artù consente ai team di ricerca di dedicare più tempo alla comprensione dei meccanismi alla base delle patologie e delle risposte ai trattamenti, elevando la qualità del lavoro scientifico.
La tecnologia come catalizzatore del pensiero critico
La tecnologia diventa così un catalizzatore di pensiero critico, capace di aprire nuove domande e nuove prospettive.
Il team scientifico dietro al progetto
Il progetto nasce dal lavoro del gruppo di ricerca del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, in collaborazione con il team coordinato da Manuel G. Catalano presso il JOiiNT LAB – laboratorio congiunto sistemico tra l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e il Consorzio Intellimech – e con il contributo di Francesca Negrello, ricercatrice del JOiiNT LAB. L’iniziativa si sviluppa all’interno delle attività di Fondazione ANTHEM.

ANTHEM: 120 milioni di euro per l’innovazione in salute
ANTHEM è una delle più significative iniziative di ricerca italiane ed europee, finanziata con 120 milioni di euro dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Piano Nazionale Complementare al PNRR. Si tratta di un progetto multidisciplinare che integra medicina, ingegneria, fisica, informatica ed economia, con l’obiettivo di sviluppare tecnologie e soluzioni innovative per la prevenzione, la diagnosi, il monitoraggio e la cura.
Attraverso 28 progetti pilota, organizzati in quattro aree di ricerca e coordinati dalle Università di Bergamo, Milano-Bicocca, Politecnico di Milano e Università di Catania, ANTHEM coinvolge oltre 350 ricercatori in una rete che unisce università, ospedali, centri di ricerca, imprese e istituzioni.
La robotica come acceleratore della ricerca: dall’idea alla clinica
In questo contesto, Artù rappresenta un esempio concreto di come l’integrazione tra robotica e Intelligenza Artificiale possa cambiare il modo in cui si fa ricerca. Automatizzando processi complessi, riducendo i tempi di sperimentazione e aumentando la riproducibilità dei risultati, il robot consente di passare più rapidamente dall’idea alla validazione scientifica.
La robotica diventa così un vero acceleratore della ricerca: permette di esplorare in tempi brevi molteplici soluzioni, di standardizzare i protocolli e di rendere più efficiente il lavoro nei laboratori. Un passaggio chiave per portare più velocemente nuove conoscenze e nuove opportunità di cura verso la pratica clinica.












