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La fine del PNRR e il futuro incompiuto della digitalizzazione italiana



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Il PNRR si chiuderà formalmente nel 2026, ma la transizione digitale italiana resta incompiuta. Tra risultati concreti, limiti degli incentivi, crisi di Transizione 5.0 e nuove misure, il nodo è capire come passare dai bandi intermittenti a capacità stabili per imprese e PA

Pubblicato il 29 mag 2026

Imma Orilio

Delegato Regionale Sicilia – pres. comitato editoriale – Cio Club Italia



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Il 31 agosto 2026 finirà il PNRR. È la data entro cui l’Italia dovrà aver completato e rendicontato all’Europa le ultime tappe del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dopodiché si chiuderà uno dei più grandi flussi di risorse pubbliche per la modernizzazione del Paese degli ultimi decenni. Ma il PNRR in quanto tale è solo l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga: la cosiddetta “transizione digitale” italiana che, contandone l’origine al Piano Industria 4.0 del 2017, dura ormai da nove anni.

Una “transizione” che dura nove anni è ancora una transizione, o è diventata uno stato permanente? Quante altre transizioni ci servono prima di poter dire che siamo digitalizzati? Da questa domanda — che il dibattito pubblico tende a evitare — dipende il vero senso del post-PNRR.

Questo articolo argomenta quattro tesi, che il lettore può tenere in mente come bussola lungo le pagine che seguono.

Primo, che il PNRR ha prodotto risultati documentati e significativi sul fronte della digitalizzazione di base — copertura della fibra, uso del cloud nelle PMI, sanità digitale — risultati che vanno riconosciuti senza riserve.

Secondo, che però la sequenza Industria 4.0 → Transizione 4.0 → Transizione 5.0 → Iperammortamento 2026 non ha prodotto, in nove anni, un’accelerazione strutturale rispetto alla media europea sui parametri che davvero contano per la produttività: integrazione dei sistemi, intelligenza artificiale, competenze diffuse.

Terzo, che la crisi della Transizione 5.0 nel novembre 2025 — risorse esaurite, esodati, tagli e ripristini in cinque mesi — non è un incidente di percorso ma la prova che il modello del bando intermittente produce instabilità anche quando si vorrebbe stabilità. Quarto, e forse più importante, che per completare la transizione digitale italiana — non per gestirla in eterno — servono cose diverse dal prossimo bando: stabilità decennale degli strumenti, investimento massiccio nelle competenze, integrazione di ciò che esiste già, e il coraggio di dichiarare conclusa una fase per aprirne un’altra.

Cosa finisce davvero il 31 agosto 2026

Conviene partire dai fatti, perché sul PNRR circolano molte versioni diverse della stessa storia. Il Piano è stato approvato dalla Commissione Europea nel 2021 con una dotazione complessiva di 194,4 miliardi di euro per l’Italia (cifra confermata dopo la riprogrammazione dell’8 dicembre 2023), di cui 122,6 miliardi a prestito da restituire e 71,8 miliardi a fondo perduto. È il pezzo italiano del programma europeo Next Generation EU.

Sotto il termine “fine del PNRR” si nascondono in realtà tre date distinte, che vengono spesso confuse e su cui vale la pena fare chiarezza. La prima è il 30 giugno 2026, scadenza fisica dei progetti: i soggetti attuatori — comuni, regioni, ministeri, soggetti pubblici e privati — devono completare gli interventi e disporre del certificato di ultimazione lavori, e per molte misure questo significa la fine fisica del cantiere o della fornitura. La seconda è il 31 agosto 2026, scadenza della rendicontazione finale: le amministrazioni titolari devono aver chiuso la raccolta e la validazione della documentazione che dimostra il raggiungimento dei target europei, e qualsiasi spesa effettuata dopo questa data non vale ai fini PNRR. La terza è il 31 dicembre 2026, ultimi pagamenti UE: Bruxelles deve aver erogato l’ultima rata, e la Commissione Europea, in una comunicazione di giugno 2025, ha escluso esplicitamente qualunque proroga.

Tre fatti decisivi per capire dove siamo davvero

A queste tre date si aggiungono tre fatti meno noti ma decisivi per capire dove siamo davvero.

Le sette rimodulazioni del Piano

Il primo è che il PNRR è stato modificato sette volte: la sesta rimodulazione è stata approvata dal Consiglio UE il 27 novembre 2025, una settima è in fase di approvazione ad aprile 2026, e queste modifiche hanno redistribuito risorse, ridefinito target e — in molti casi — spostato in avanti scadenze originariamente fissate per il 2023-2024.

La forbice fra “riforme approvate” e “interventi realmente realizzati”

Il secondo è che a fine 2025 le riforme normative erano avanzate al 65%, ma la spesa effettivamente compiuta per opere e investimenti era al 12% del programmato: la forbice fra “riforme approvate” e “interventi realmente realizzati” è enorme.

I miliardi spostati su “strumenti finanziari”

Il terzo è che 24 miliardi sono stati spostati su “strumenti finanziari”, il che significa che una misura PNRR può essere considerata “completata” se le risorse sono trasferite a un gestore finanziario, anche se l’erogazione effettiva avverrà negli anni successivi: riguarda housing studentesco, infrastrutture idriche, transizione verde delle imprese agricole, connettività digitale.

In altre parole, il 31 agosto 2026 finisce il PNRR formale, non il PNRR reale. Una parte significativa della spesa effettiva arriverà nei due-tre anni successivi attraverso strumenti finanziari, e una parte verrà semplicemente persa. Le rate ricevute finora dall’Italia sono otto su dieci, per un totale di circa 99 miliardi.

Il costo finanziario del PNRR

Un aspetto raramente discusso nel dibattito pubblico riguarda il costo finanziario del PNRR. Dei 194,4 miliardi, 122,6 sono prestiti da restituire all’Unione Europea tra il 2028 e il 2058, con condizioni di rimborso che prevedono dieci anni di solo pagamento di interessi (preammortamento) e poi vent’anni di rimborso del capitale con interessi che continuano a maturare sul residuo. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, in dichiarazioni di novembre 2025, ha confermato che il tasso medio dei prestiti PNRR ricevuti dall’Italia è attualmente “poco sopra il 3 per cento”, e nel bilancio dello Stato per il triennio 2026-2028 sono già previsti 2,85 miliardi di interessi nel 2026, 3,4 miliardi nel 2027 e 3,4 miliardi nel 2028. Il totale degli interessi che l’Italia pagherà fino al 2058, in base alle simulazioni più diffuse, ammonta a circa 64 miliardi di euro.

Questa cifra non rende il PNRR “uno spreco” né “un regalo”, come si legge nelle versioni più estremizzate del dibattito. Ma cambia il calcolo del valore generato: il PNRR sarà fiscalmente conveniente se l’aumento di produttività e crescita che produce sarà superiore al costo del servizio del debito contratto. È un esercizio non banale, su cui la sezione finale di questo articolo torna brevemente.

La parabola di Transizione 5.0

Per capire cosa è successo davvero alla digitalizzazione italiana negli ultimi due anni, conviene ricostruire la vicenda di Transizione 5.0. È istruttiva perché in scala ridotta riassume i meccanismi di tutto il sistema, e racconta una storia che vale la pena seguire dall’inizio.

Tutto comincia nel marzo 2024, quando il Decreto-Legge 19 dà vita a Transizione 5.0 con una dotazione di 6,3 miliardi di euro tratti dal capitolo REPowerEU del PNRR. Lo strumento aggiunge alla logica di Transizione 4.0 il vincolo del risparmio energetico certificato: si premia chi compra macchinari interconnessi solo se questi producono almeno il 3% di risparmio energetico. I decreti attuativi MIMIT-MEF arrivano a luglio e agosto, con cinque mesi di ritardo rispetto al varo, e solo a quel punto le imprese possono materialmente avviare le pratiche. La Legge di Bilancio 2025 (L. 207/2024, commi 427-429), nel dicembre dello stesso anno, semplifica le procedure, amplia le aliquote e introduce la cumulabilità con altri incentivi. Tra gennaio e ottobre 2025, l’adesione comincia a crescere: le imprese si accorgono delle nuove regole, le pratiche cominciano ad accumularsi.

In estate 2025 arriva però la prima frenata: la sesta rimodulazione del PNRR riduce la dotazione di Transizione 5.0 da 6,3 a 2,5 miliardi. Il 6 novembre 2025, il decreto direttoriale MIMIT certifica l’esaurimento delle risorse: le adesioni arrivate hanno superato i 4,8 miliardi richiesti, contro i 2,5 disponibili. Tra il 7 e il 27 novembre, 7.417 imprese che presentano domanda dopo l’esaurimento ricevono una “ricevuta di indisponibilità delle risorse”; pur sapendo della lista d’attesa, molte hanno già investimenti in corso e proseguono sperando in un rifinanziamento. La Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025), a dicembre, prova a sanare la situazione: dal 1° gennaio Transizione 5.0 e 4.0 sono sostituite dal nuovo iperammortamento, e vengono stanziati 1,3 miliardi specifici per le 7.417 imprese in lista d’attesa.

Ma la storia non è ancora finita. Il 27 marzo 2026, il decreto fiscale (DL 38/2026) taglia retroattivamente quel fondo da 1,3 miliardi a 537 milioni, riducendo il recupero massimo al 15,75% del costo. È a quel punto che arrivano le proteste di Confindustria e Confartigianato, e tra il 1° e il 2 aprile 2026 il governo fa marcia indietro: lo stanziamento viene riportato a 1,5 miliardi (1,3 più 200 milioni aggiuntivi del MIMIT), con aliquote del 90-100% per i casi più virtuosi. In due anni e in dieci scene, la disciplina è cambiata almeno cinque volte sostanziali.

Le imprese esodate e la lista d’attesa

Il dibattito pubblico sulla vicenda ha confuso due categorie di imprese che meritano di essere distinte con precisione, perché la loro posizione è giuridicamente e moralmente differente. Le imprese “esodate vere” sono quelle che avevano iniziato la propria pratica prima del 6 novembre 2025, con risorse ancora dichiarate disponibili, e si sono ritrovate i fondi esauriti mentre completavano l’investimento: per loro, l’aspettativa era legittima e il successivo cambio di regime è stato un cambio retroattivo. Le imprese che hanno presentato domanda fra il 7 e il 27 novembre 2025, invece, sapevano formalmente — perché il GSE rilasciava “ricevuta di indisponibilità delle risorse” — che il programma era esaurito: hanno comunque proseguito gli investimenti in corso, sperando in un rifinanziamento. È una scelta imprenditoriale comprensibile (abbandonare un investimento già avviato è costoso) ma non equiparabile a quella della prima categoria.

Facciamo un esempio: una PMI manifatturiera lombarda con 30 dipendenti decide a marzo 2025 di acquistare un macchinario 4.0 da 600.000 euro abbinato a un intervento di efficientamento energetico, contando sulle aliquote vigenti (fino al 45% per investimenti che producono almeno il 10% di risparmio energetico certificato). La pratica viene avviata, il macchinario ordinato a settembre 2025, consegnato a gennaio 2026. A novembre 2025, prima della consegna, le risorse del programma si esauriscono (il 6 novembre). L’impresa rientra fra gli “esodati” perché aveva avviato l’investimento confidando nelle aliquote pubblicate. Nel decreto fiscale del 27 marzo 2026 vede applicarsi un beneficio effettivo del 15,75% (35% del 45%); otto giorni dopo, il governo ripristina aliquote del 90% per i casi virtuosi. Da marzo 2025 ad aprile 2026, tredici mesi di incertezza con benefici attesi variati di un ordine di grandezza. Il macchinario funziona, ma il piano finanziario è stato rifatto tre volte.

La situazione è stata gestita oggettivamente male nei mesi centrali, ma il ripristino di aprile 2026 è stato un atto di buona fede importante. Il punto rilevante per l’argomentazione di questo articolo non è giudicare se il governo abbia trattato bene o male queste imprese: è che un sistema di politica industriale che produce queste oscillazioni in due-tre mesi non può funzionare bene per definizione, indipendentemente dalla buona volontà degli attori. La buona volontà è una condizione necessaria; non è una condizione sufficiente.

Quello che ha funzionato

Prima di sviluppare la critica al modello, conviene riconoscere con precisione quanto il PNRR ha effettivamente migliorato. È un esercizio di onestà intellettuale, ma anche di metodo: se non si capisce cosa funziona del modello attuale, si rischia di buttarne via le parti buone insieme alle parti cattive.

Sul fronte della connettività, l’Italia è passata in cinque anni da una posizione arretrata a coperture confrontabili con i principali paesi europei. La copertura della banda ultra-larga ha raggiunto la quasi totalità del territorio nazionale, la fibra ottica al cliente finale è stata estesa significativamente, la rete 5G copre ora la stragrande maggioranza della popolazione. Il PNRR ha portato connettività a circa 8,5 milioni di famiglie, 9.000 edifici scolastici e 12.000 punti di erogazione del Servizio Sanitario Nazionale: numeri verificabili nei report ufficiali Italia Domani e nei dati Infratel.

Sul fronte della Pubblica Amministrazione digitale — storicamente uno dei punti deboli italiani — i progressi sono significativi in alcuni domini specifici. Il Fascicolo Sanitario Elettronico, da progetto frammentato e poco utilizzato negli anni 2010, è oggi al quarto posto in Europa per accesso alle cartelle cliniche elettroniche secondo i dati DESI 2024 della Commissione Europea. La piattaforma PagoPA, l’app IO e SPID sono diventate standard di fatto per i rapporti tra cittadini e PA. I servizi digitali per le imprese sono migliorati in modo misurabile: l’Italia è ora sopra la media UE per numero di servizi pubblici digitali per le imprese disponibili online. La migrazione al cloud delle PA è in corso, anche se a velocità eterogenee fra amministrazione centrale ed enti locali.

Il dato più sorprendente per molti — perché contraddice la narrativa pessimistica più diffusa — è che, sulla digitalizzazione di base delle PMI, l’Italia è oggi sopra la media europea. Secondo il DESI 2024, il 60,7% delle PMI italiane ha un’intensità digitale almeno di livello base, contro una media UE del 57,7%. Sul cloud, secondo i dati ufficiali Eurostat, l’Italia è quarta in Europa: 55% delle imprese lo utilizza, contro una media UE del 38,9%. Una parte significativa di questo risultato è cumulativa, deriva da otto anni di Transizione 4.0 e dai suoi predecessori e non solo dagli ultimi anni di PNRR; ma il contributo del Piano è documentato, soprattutto sull’estensione della digitalizzazione alle PMI dei territori più periferici.

Riconoscere questi risultati non significa dire che il PNRR abbia “funzionato” tout court. Significa riconoscere che ha alzato il pavimento — la dotazione tecnologica di base, l’infrastruttura, le piattaforme — di una quantità significativa. Il problema, come argomento nelle prossime sezioni, è che non ha alzato il soffitto: gli indicatori avanzati di digitalizzazione (intelligenza artificiale, integrazione di sistema, competenze digitali della popolazione) sono rimasti in posizioni problematiche o sono peggiorati in termini relativi rispetto agli altri paesi UE. È un risultato a metà, e va analizzato come tale.

Quello che non ha funzionato

Sul versante delle agevolazioni alle imprese per la trasformazione digitale, il PNRR ha scalato un modello operativo già esistente — quello del credito d’imposta a domanda, ereditato da Industria 4.0 (2017) — fino a renderlo l’unico modello disponibile. Questo modello ha tre limiti strutturali che diventano evidenti solo guardando gli effetti cumulati a nove anni.

Il primo limite è che il modello funziona per impulsi, non per traiettorie. Le imprese italiane non hanno investito in digitalizzazione perché esisteva una visione industriale di dove portare il sistema-paese in dieci anni: hanno investito perché c’era un bando, e perché il bando aveva una scadenza. Quando il bando finiva, finiva la corsa; partiva un nuovo bando con regole diverse, aliquote diverse, requisiti tecnici diversi. Il risultato è una digitalizzazione “pulsata”, fatta di picchi di acquisti seguiti da pause. I dati operativi lo confermano: le prenotazioni di Transizione 5.0 nei tre mesi precedenti l’esaurimento (agosto-novembre 2025) sono state superiori a quelle dei quattordici mesi precedenti messi insieme. Non perché le imprese si fossero convinte improvvisamente del valore della transizione gemella, ma perché avevano fiutato che i fondi stavano per finire. È esattamente l’opposto di come funziona la modernizzazione industriale che produce produttività durevole, che richiede continuità pluriennale per ammortizzare apprendimento, formazione, integrazione di sistema.

Il secondo limite è che il modello misura output, non outcome. Un “output” è qualcosa che si può contare: numero di macchinari acquistati, numero di imprese beneficiarie, milioni erogati. Un “outcome” è un risultato: aumento di produttività, riduzione dei consumi energetici, integrazione effettiva delle nuove tecnologie nei processi. Il PNRR — non per cattiva volontà ma per la struttura dei suoi target europei — premia gli output, e il limite è documentato.

Un macchinario “interconnesso” può restare scollegato dai gestionali aziendali. I sensori possono produrre dati che nessuno analizza. Le licenze software possono essere comprate da chi non ha personale formato per usarle. Il PNRR ha finanziato l’hardware e il software; l’organizzazione, la formazione, l’integrazione di sistema sono restate in larga parte a carico dei bilanci ordinari delle imprese, e quindi spesso non sono state fatte. Non perché le imprese siano cattive: perché il sistema di incentivi premia ciò che è facile contare, non ciò che produce risultati di sistema.

Il terzo limite è che il modello premia chi sa fare le pratiche, non chi sa fare innovazione. Quando il valore di una misura dipende dalla capacità di compilare la documentazione, di interpretare circolari, di rispettare scadenze burocratiche, accade qualcosa di prevedibile: si crea un’industria parallela di consulenti specializzati nei bandi. È cresciuta significativamente fra il 2018 e il 2025. Il problema non è la sua esistenza: è che il vantaggio comparato di questi consulenti è la conoscenza delle procedure, non delle tecnologie. Le imprese più digitalizzate non sono necessariamente quelle che hanno ottenuto più fondi PNRR; sono spesso quelle che avevano già capacità interne di digitalizzazione e hanno usato i fondi come moltiplicatore. Vale la pena notare un caso istruttivo che si è verificato altrove: il sistema britannico R&D Tax Credit, citato come modello in molti dibattiti italiani, è stato pesantemente ristretto nel 2024 proprio perché aveva sviluppato un’industria di consulenza specializzata nel “monetizzare” il credito anziché fare R&S, con frodi fiscali stimate da HMRC in oltre un miliardo di sterline l’anno. Anche i modelli stranieri, insomma, non sono immuni dal problema.

La transizione che durava troppo

A questo punto del ragionamento, conviene fare un passo indietro e farsi una domanda di fondo. Per quanto tempo possiamo continuare a chiamare “transizione” qualcosa che dura da nove anni? Industria 4.0 è stato lanciato nel 2017. Da allora si sono succeduti Transizione 4.0, Transizione 5.0, e ora l’Iperammortamento 2026. Quattro nomi, quattro logiche operative parzialmente diverse, una continuità terminologica che maschera lievi cambi di paradigma ogni due-tre anni.

Una “transizione” che diventa stato permanente non è più una transizione: è il modo ordinario in cui il sistema produttivo italiano si rapporta alla tecnologia. Un eterno passaggio.

E se è eterno, allora forse è il caso di accettarlo per quello che è — la struttura permanente delle politiche industriali italiane — oppure di decidere come uscirne.

Né l’una né l’altra cosa è stata fatta in modo esplicito.

La domanda sostanziale

Cosa serve, oggi, per dichiarare conclusa la transizione digitale? Quali indicatori dovrebbero raggiungere quale soglia per poter dire: “non siamo più in transizione, siamo digitalizzati”? Senza una risposta a questa domanda, ogni nuovo strumento sarà solo l’ennesimo capitolo di una storia senza fine.

La transizione digitale italiana potrebbe ragionevolmente dirsi conclusa quando — usando esclusivamente indicatori DESI ufficiali della Commissione Europea, per evitare ambiguità — l’Italia raggiungerà cinque soglie precise: competenze digitali di base nel 70% della popolazione (oggi siamo al 45,8%, la media UE al 55,6%, l’obiettivo Digital Decade 2030 all’80%); specialisti ICT pari ad almeno il 6% della forza lavoro (oggi al 4,1% circa, obiettivo Digital Decade 6,1%); uso di intelligenza artificiale nelle imprese ad almeno il 25% (oggi al 5%, media UE 7,4%, obiettivo Digital Decade per Italia 60%); servizi pubblici digitali per cittadini e imprese con un punteggio DESI di almeno 90 su 100 (oggi 76 per i cittadini, 79 per le imprese, obiettivo 100); intensità digitale delle PMI di livello almeno avanzato per almeno il 50% delle aziende (oggi al 30% circa, obiettivo 75%). Sono numeri proposti, argomentabili, modificabili. Il punto non è il valore esatto, ma che oggi non c’è alcun valore concordato che permetta di dire quando avremo finito.

La transizione dura per definizione finché non si dichiara conclusa, e in assenza di una definizione esplicita di conclusione, dura per sempre.

Quanto tempo serve, realisticamente, per arrivarci? Per portare gli indicatori sopra alle soglie indicate, lavorando con strumenti coerenti e pluriennali, servono ragionevolmente cinque-otto anni a partire dal 2026. Significa che la transizione digitale italiana, dichiarata “in corso” dal 2017, potrebbe dirsi conclusa fra il 2031 e il 2034: a quattordici-diciassette anni dal lancio originale. Questa stima è coerente con la velocità di cambiamento che gli indicatori DESI mostrano: gli indicatori avanzati (AI, competenze, integrazione) si muovono lentamente, di uno-tre punti percentuali l’anno nei paesi che fanno politiche coerenti. Per recuperare venti-venticinque punti percentuali sull’uso dell’AI o sulle competenze digitali di base, servono almeno otto-dieci anni di programmi continuativi.

Non si fa in tre anni di iperammortamento, e nemmeno in cinque.

Cinque cose da fare per arrivarci

Esposte in ordine di priorità decrescente, e tutte ancorate agli indicatori di cui sopra: ciascuna contribuisce a uno o più di quei numeri.

La prima è stabilizzare l’iperammortamento al 2030, non al 2028. La novità più importante del PNRR sul fronte degli incentivi all’acquisto di tecnologia non è il loro valore economico — significativo ma non rivoluzionario — ma la loro instabilità. Quattro modifiche di disciplina in due anni sulla sola Transizione 5.0 hanno creato un costo invisibile: la decisione di non investire o di rinviare l’investimento da parte di imprese che non avevano modo di prevedere il regime futuro. L’iperammortamento 2026-2028 introduce un orizzonte triennale, ma serve estenderlo almeno al 2030, con regole stabili e modifiche solo a margine. La stabilità è essa stessa una politica industriale, e probabilmente la più potente che si possa offrire a un sistema produttivo che ha già ricevuto incentivi cumulati significativi.

La seconda è spostare 3-4 miliardi l’anno dalle agevolazioni sugli asset alla formazione strutturata. Il dato del 45,8% di competenze digitali di base nella popolazione italiana è il vero collo di bottiglia di tutto il discorso. Si possono installare i migliori sistemi gestionali del mondo, ma se metà dell’organico non sa cos’è una formula in un foglio elettronico, quei sistemi resteranno sottoutilizzati. Il post-PNRR dovrebbe trasferire una quota significativa di risorse — stimabile in 3-4 miliardi l’anno, che è circa quanto vale il singolo capitolo dell’iperammortamento — verso programmi di formazione continua aziendale e di alfabetizzazione digitale di base. La Germania spende il triplo dell’Italia in formazione continua aziendale rispetto al PIL; la Francia ha il Compte Personnel de Formation che assegna a ogni lavoratore un budget formativo personale annuale. Per onestà intellettuale: questa è una proposta marcatamente statalista, sposta risorse dai privati (sgravi fiscali) al pubblico (programmi di formazione). Ma è coerente con quello che fanno i paesi europei più avanzati nella digitalizzazione, che non sono casualmente paesi a forte presenza pubblica nella formazione continua.

La terza è fare il “next step” per i Centri di Competenza. I Centri di Competenza pubblico-privati istituiti nel 2018 dal Piano Industria 4.0 (Made in Italy 4.0, MICS, ARTES, BI-REX, CIM 4.0, Digital SME, START 4.0, Smact) sono un’infrastruttura preziosa ma sotto-utilizzata, soprattutto rispetto al loro mandato originale. Sono finanziati a progetto (cioè, di nuovo, bandi, con la stessa logica intermittente che critichiamo), competono fra loro per le stesse risorse, hanno governance pubblico-privato che rallenta le decisioni operative. Il post-PNRR dovrebbe rifondarli sul modello dei Fraunhofer-Institut tedeschi: finanziamento pubblico stabile e decennale, mandato chiaro di trasferimento tecnologico territoriale, valutazione su quanti contratti generano con le PMI locali. Costo stimabile: 200-400 milioni l’anno per dieci anni; risorse identificabili nei capitoli ordinari del MIMIT, oggi frammentati in molte misure più piccole.

La quarta è dotarsi di una struttura operativa per la trasformazione digitale della PA. AGID esiste, ma è un’agenzia regolatoria, non un agente attivo di trasformazione. La PA italiana non ha un equivalente del UK Government Digital Service o della 18F americana: una struttura snella, con poteri operativi e mandato pluriennale, in grado di entrare nei processi della PA e ridisegnarli. La Struttura PNRR di Palazzo Chigi ha svolto in parte questo ruolo, ma con orizzonte di vita coincidente con il PNRR stesso. Il post-PNRR dovrebbe consolidare queste competenze in una struttura permanente, con costo stimabile di 80-150 milioni l’anno, finanziabili dalla riallocazione delle risorse oggi spese in molti progetti di “innovazione PA” frammentati.

La quinta è chiudere ciò che non funziona, prima di aprire qualcosa di nuovo. Una regola che il sistema italiano non applica quasi mai, e che spiega perché molte misure si sovrappongono inutilmente. Smart&Start Italia, voucher digitalizzazione, ZES Unica, agevolazioni MIMIT minori, fondi PID Camerali, contratti di sviluppo, Fondo per la crescita sostenibile, vari fondi regionali: sono decine di strumenti, alcuni dormienti, alcuni utilizzati al 30-40% delle proprie risorse, alcuni che si sovrappongono fra loro. Il post-PNRR è l’occasione per una “sunset review” sistematica — cosa funziona, cosa no, cosa va consolidato. Non ridurrà il volume di incentivi disponibili; lo renderà più leggibile e più efficiente per le imprese che oggi non sanno a quale di questi strumenti rivolgersi.

Cosa fare oggi

La proposta della sezione precedente è di lungo termine. Ma il post-PNRR comincia a settembre 2026, e ci sono cose specifiche e operative che si possono fare adesso. Le organizzo per i tre soggetti che operano sul campo: imprese, Pubblica Amministrazione, decisori pubblici.

Per le imprese

La prima cosa è pianificare gli investimenti sulla strategia industriale, non sui bandi. La regola operativa è semplice: avere un piano industriale a cinque anni che esisterebbe anche senza incentivi, e usare gli incentivi quando ci sono come moltiplicatore. Una PMI manifatturiera con 30 dipendenti dovrebbe avere un piano “macchine” a cinque anni con tre-quattro investimenti in sequenza programmati anche in assenza di iperammortamento; quando l’iperammortamento è disponibile, accelera, quando non lo è, prosegue al ritmo programmato.

La seconda è prevedere, per ogni euro speso in tecnologia, 30-50 centesimi in formazione delle persone. Un’impresa che spende 200.000 euro per un nuovo MES (Manufacturing Execution System) dovrebbe pianificare 60-100.000 euro fra formazione esterna, ore-uomo dedicate al passaggio al nuovo sistema, supporto di un implementatore qualificato, distribuiti su 12-18 mesi. Senza questa quota, il MES diventa un costo senza ritorno.

La terza è integrare ciò che si è già comprato. Per molte PMI, il problema non è acquistare nuova tecnologia ma far parlare quella che hanno già: macchinari interconnessi, MES, ERP, CRM che vivono in silos non comunicanti. Un progetto di integrazione interna — anche modesto, da 50-100.000 euro — può generare più valore operativo di un nuovo macchinario da mezzo milione. L’interoperabilità apre inoltre alla cooperazione applicativa esterna e moltiplica le crescite sistemiche.

La quarta è valutare i fornitori di consulenza sui risultati a 12-24 mesi. Il consulente che ha fatto bene la pratica del bando ha fatto solo il 10% del lavoro; il rimanente 90% — far funzionare la tecnologia, integrarla nei processi, formare le persone — è spesso rimasto in carico all’azienda. Per il post-PNRR, conviene scrivere nei contratti di consulenza obiettivi di risultato verificabili a 12-24 mesi, non solo l’invio della pratica al GSE.

Per la Pubblica Amministrazione

La priorità immediata è stabilizzare il personale qualificato. Migliaia di tecnici e manager assunti per il PNRR sono una risorsa preziosa, e stabilizzazioni mirate basate su valutazione effettiva delle competenze (non su anzianità o appartenenza) sono la priorità. Parallelamente, le piattaforme digitali costruite in questi anni — ReGiS, Italia Domani, Fascicolo Sanitario Elettronico, IO, SPID, PagoPA — sono asset infrastrutturali del Paese: vanno manutenute e fatte evolvere, non lasciate a se stesse quando finisce il PNRR. Necessitano di un piano industriale tutto loro. Infine, le semplificazioni introdotte dal Decreto-Legge 19/2026 (riduzione di oltre 400 adempimenti) dovrebbero essere estese sistematicamente a tutte le misure ordinarie del MIMIT, non solo a quelle PNRR: è un esercizio di consolidamento amministrativo a costo zero.

Per i decisori pubblici

La prima cosa, paradossale ma vera: impegnarsi a non riformare per tre anni. La riforma più radicale possibile per la digitalizzazione delle PMI italiane sarebbe lasciare l’iperammortamento intatto fino al 2028, modificandolo solo a margine, e annunciando dal 2026 cosa sarà disponibile dal 2029 in poi. La stabilità è una politica industriale. La seconda è spostare il focus al medio termine nei documenti di bilancio: il prossimo Documento di Economia e Finanza dovrebbe contenere una sezione esplicita sul post-PNRR e sull’orizzonte 2027-2032, con stime di costi, indicatori target e tempistiche, permettendo alle imprese di pianificare con un orizzonte coerente con i loro cicli di investimento. La terza, e più importante, è esplicitare quando si dichiara conclusa la transizione: adottare formalmente un set di indicatori-soglia (sul modello di quelli proposti nella sezione 5, o altri concordati) e impegnarsi a dichiarare conclusa la transizione quando saranno raggiunti. Significherebbe trasformare il dibattito da “quanti soldi ci servono ancora” a “quanto manca per finire”.

Dove l’argomentazione è vulnerabile

Esistono obiezioni — anche forti — che si possono muovere a quanto fin qui sostenuto. Le espongo qui in modo sistematico, perché un’argomentazione che non si critica da sé non resiste a un dibattito serio. Le ho raggruppate in cinque famiglie principali, dalla più strutturale alla più pragmatica.

La prima obiezione viene dai sostenitori del Piano: il PNRR ha funzionato, i numeri ufficiali lo dimostrano. Ho già riconosciuto gran parte di questi risultati precedentemente — connettività, e-Health, digitalizzazione di base delle PMI, cloud — e i dati sono ufficiali del DESI, non opinioni. Ma il riconoscimento di questi risultati non smentisce la critica al modello operativo. I risultati positivi sono cumulativi (otto anni di Transizione 4.0 che si sovrappone al PNRR), riguardano principalmente il “pavimento” della digitalizzazione (infrastrutture, dotazione di base), e non si sono trasferiti agli indicatori avanzati che misurano la qualità dell’uso della tecnologia (AI, integrazione, competenze). Recuperando la metafora, il pavimento è stato alzato ma il soffitto resta basso, e per un Paese che ambisce a recuperare produttività è il soffitto che conta.

La seconda obiezione viene dal sistema delle imprese: servono incentivi, le PMI non investono senza. È vero che, dal 2017 in avanti, gli investimenti in beni strumentali in Italia hanno mostrato storicamente correlazione molto stretta con i cicli degli incentivi, e toglierli significherebbe far crollare gli investimenti. Ma la replica corretta non è “togliere gli incentivi”, è “cambiare cosa incentivano”. Se gli investimenti calano nei periodi senza incentivi, è anche perché gli incentivi degli ultimi nove anni hanno educato il sistema a ragionare per impulsi. La domanda è: cosa farebbero le PMI in assenza di incentivi se ne fossero abituate da venti anni e non da nove? La risposta degli altri paesi europei suggerisce che esistono modelli di incentivazione più maturi — la KfW tedesca per i prestiti pluriennali, il R&D Tax Credit britannico nelle sue versioni meno problematiche, BPI France per la consulenza prima dell’erogazione. Tutti questi modelli hanno limiti specifici (il R&D Tax Credit britannico è stato pesantemente ristretto nel 2024 per frodi fiscali documentate), ma educano le imprese a pianificare, non a rincorrere.

La terza obiezione è tecnica: il nuovo iperammortamento. L’iperammortamento 2026-2028 ha un orizzonte triennale, copre il periodo gennaio 2026 – settembre 2028 con beni consegnati entro giugno 2029, include il software ERP (escluso prima), ha eliminato il vincolo “Made in UE” e ha eliminato il “click day”. Sono miglioramenti reali rispetto al regime precedente. Ma l’iperammortamento risolve alcuni problemi e ne crea altri. La distribuzione del beneficio sui 5-10 anni di vita utile del bene cambia radicalmente la finanza dell’investimento per le imprese con problemi di liquidità: il vantaggio fiscale arriva quando l’investimento è già stato pagato. Inoltre, il monitoraggio dell’efficacia diventa più complesso, rendendo più difficile valutare se la misura sta producendo gli effetti attesi. E infine — questa è la critica più sostanziale — l’iperammortamento ripropone esattamente lo stesso modello logico (incentivo all’acquisto di asset) che l’argomentazione di questo articolo critica come strutturalmente inadeguato. È un miglioramento dello strumento, non un cambio di paradigma.

La quarta obiezione è temporale: la proposta è troppo lenta per i tempi della crisi. La proposta di strumenti decennali, focus sugli outcome, investimento in competenze, rifondazione dei centri di competenza — richiede 5-10 anni per produrre effetti misurabili. Nel frattempo, l’Italia ha problemi urgenti: produttività ferma da venticinque anni, demografia critica, divario crescente con l’Europa avanzata. Aspettare un decennio per vedere i risultati significa rassegnarsi a perdere il decennio.

Gli incentivi all’acquisto di asset producono effetti più rapidi, ma hanno mostrato un soffitto: dopo nove anni di Transizione 4.0/5.0, il salto produttivo non c’è stato.

La domanda non è “preferiamo effetti veloci o lenti”, ma “preferiamo effetti veloci che si esauriscono nel ciclo dell’incentivo, o effetti lenti ma cumulativi”. Una proposta robusta combina i due: mantenere strumenti tipo iperammortamento per stabilizzare la domanda di tecnologia, ma indirizzare quote crescenti di risorse alle politiche di competenza, in modo che il mix si sposti gradualmente nei prossimi 5-10 anni.

La quinta obiezione è la più fondamentale: la proposta è dirigista travestita da analisi tecnica. Strumenti decennali, agenzia pubblica per la trasformazione digitale, centri di competenza con finanziamento permanente, formazione professionale finanziata dallo Stato — queste sono tutte proposte marcatamente stataliste, ed è giusto dirlo apertamente. La giustificazione, però, non è ideologica: è empirica. Gli Stati con politiche industriali coerenti e di lunga durata hanno fatto storicamente meglio degli Stati con politiche di pura agevolazione fiscale. Mi rendo conto che questa è una tesi argomentabile, non una verità neutra. Ma la transizione digitale non è solo questione di efficienza: è anche questione di chi ne paga i costi e ne riceve i benefici, e questa distribuzione non è neutra rispetto ai modelli economici.

Una sesta obiezione, più pragmatica delle precedenti, riguarda la fattibilità politica delle proposte. Strumenti decennali sottratti alla legge di bilancio annuale, agenzie permanenti svincolate dal cambio di governo, sunset review sistematiche degli incentivi: tutte cose che richiedono una stabilità politica e una capacità amministrativa che il sistema italiano non sempre possiede. La Costituzione attribuisce al Parlamento la sovranità di bilancio annuale (art. 81); il ciclo politico italiano ha durata media dei governi di un anno e mezzo; le regole UE sugli aiuti di Stato limitano la durata e la struttura degli incentivi nazionali. Perché un tale approccio sia realizzabile servono meccanismi pragmatici di stabilizzazione, non illusioni costituzionali — contratti di programma pluriennali fra Stato e imprese (strumento giuridico esistente), affidamento a enti tecnici (Cassa Depositi e Prestiti, Banca d’Italia, AGID) di parti specifiche del programma sottratte al ciclo politico, uso di accordi quadro europei per ancorare la durata degli strumenti a impegni internazionali. Sono soluzioni parziali ma realistiche, non utopiche; entrare nel loro dettaglio non è lo scopo di questo articolo, ma vale la pena segnalarne l’esistenza per non chiudersi nella sterile dicotomia “tutto subito” / “niente è possibile”.

Conclusioni: completare, non prolungare

Il dibattito pubblico italiano sul post-PNRR si concentra quasi esclusivamente su due domande: quanti soldi resteranno e da dove arriveranno i prossimi fondi. Sono domande sbagliate. La domanda giusta è duplice: cosa abbiamo imparato in cinque anni di gestione di 194 miliardi, e come vogliamo usare quell’apprendimento. E soprattutto, cosa serve per dichiarare conclusa una “transizione” che dura da nove anni.

La risposta più scomoda è che abbiamo imparato anche cose che non avevamo previsto di dover imparare. Che i fondi possono andare anche solo per metà nei tempi previsti, anche con la migliore volontà politica. Che le imprese, di fronte a quattro cambi di rotta in cinque mesi, smettono di pianificare e iniziano a difendersi. Che gli apparati amministrativi crescono molto più rapidamente di come sanno restringersi. Che un Paese può ricevere 194 miliardi e migliorare in classifica europea solo sui parametri di base, non su quelli avanzati. Ma abbiamo imparato anche cose utili. Che il sistema produttivo italiano, quando le condizioni sono giuste, sa investire in tecnologia a un ritmo significativo. Che la PA, quando ha personale, scadenze e mandato chiaro, sa eseguire — il successo del Fascicolo Sanitario Elettronico ne è un esempio importante. Che l’integrazione fra fondi UE e politica industriale nazionale è possibile, anche se ad alto costo amministrativo. Sono fondamenta su cui costruire, non da disperdere.

Il post-PNRR non è una crisi: è un’opportunità di ridisegno. La fine dei fondi obbliga il sistema politico-industriale italiano a fare ciò che ha rinviato per anni: domandarsi cosa serve davvero alla competitività del Paese nei prossimi decenni, separato dalla domanda contingente “come spendiamo i soldi che abbiamo”. La risposta non sta in un nuovo PNRR, in un nuovo grande piano, in un nuovo acronimo a quattro lettere. Sta in due cose specifiche e complementari: completare la transizione che abbiamo iniziato — con indicatori-soglia trasparenti, tempi realistici, strumenti stabili — anziché prolungarla all’infinito; e ricostruire le capacità ordinarie che ancora ci mancano: competenze digitali diffuse nella popolazione, integrazione di sistema nelle imprese, struttura operativa per la trasformazione digitale della PA, centri di trasferimento tecnologico ben finanziati. Sono cose meno visibili: non producono titoli, ma costruiscono capacità nel medio periodo.

Il dovere del momento, per chi guida le organizzazioni e le istituzioni in questo decennio, è esattamente questo: distinguere ciò che è impulso da ciò che è capacità, sostenere entrambi nei tempi propri, non confonderli mai, e — fondamentale — sapere quando dichiarare conclusa una fase per aprirne un’altra. La fine del PNRR non è la fine di niente, se non della possibilità di rinviare riflessioni di lungo periodo.

Forse questa proposta è vulnerabile, e l’ho riconosciuto: nel riconoscimento parziale dei risultati raggiunti, nei tempi lunghi delle politiche di capacità, nella natura statalista delle proposte di governance, nei vincoli politico-istituzionali della loro attuazione. Sono vulnerabilità reali, e non pretendo di averle risolte tutte. Mi auguro solo che la conversazione pubblica sul post-PNRR diventi finalmente una conversazione su queste cose, e non l’ennesima discussione su quanti miliardi arriveranno il prossimo anno e attraverso quale acronimo.

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