L’integrazione dell’Intelligenza Artificiale (AI) nei sistemi sanitari sta trasformando profondamente la ricerca biomedica, la pratica clinica e i processi di prevenzione e cura. Tali innovazioni si sviluppano però all’interno di modelli scientifici e culturali storicamente caratterizzati da una prospettiva androcentrica che ha contribuito alla produzione di disuguaglianze nella salute.
Il contributo analizza il rapporto tra salute di genere, comunicazione sanitaria e innovazione tecnologica, evidenziando come dataset non adeguatamente differenziati per sesso, genere e condizioni socioeconomiche possano determinare bias sistemici nei sistemi di AI applicati alla medicina.
L’articolo si sviluppa nel contesto del progetto scientifico e comunicativo che ha portato alla realizzazione del volume Il nuovo dono di Eva. La salute di genere come strumento di cura personalizzata, curato da Rossella Marcucci e Viola Davini, e del relativo ambiente digitale di approfondimento del Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS in collaborazione con il Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università degli Studi di Firenze. Attraverso il contributo di oltre settanta studiose e studiosi, professioniste e professionisti dell’area biomedica e della comunicazione socio-sanitaria, il libro, pubblicato nella collana edita da Pacini Editore sAu Community, propone una sistematizzazione delle principali differenze di genere in medicina e delle loro ricadute cliniche, organizzative e culturali. Con un taglio divulgativo ma scientificamente rigoroso, il volume si concentra sul ruolo strategico della comunicazione della salute come strumento per rendere la ricerca comprensibile, accessibile e capace di produrre reale equità nei percorsi di prevenzione, diagnosi e cura.
Particolare attenzione viene dedicata al ruolo della comunicazione sanitaria come strumento culturale capace di favorire alfabetizzazione sanitaria, accesso equo alle cure e partecipazione consapevole ai percorsi di salute. In questa prospettiva, la salute di genere emerge non soltanto come ambito specialistico della medicina, ma come paradigma culturale indispensabile per orientare la medicina personalizzata e l’innovazione digitale verso criteri di equità, inclusività e responsabilità sociale.
Indice degli argomenti
Introduzione: un modello medico costruito sull’uomo
Negli ultimi anni la salute di genere è progressivamente emersa come uno dei principali ambiti di trasformazione della medicina contemporanea. L’attenzione crescente verso le differenze biologiche, sociali e culturali tra uomini e donne ha infatti evidenziato i limiti di un modello medico storicamente costruito assumendo il corpo maschile come riferimento universale per la ricerca clinica, la farmacologia e la pratica sanitaria. Per lungo tempo, la medicina occidentale ha considerato il paziente maschile come standard implicito nella definizione dei protocolli terapeutici, nella sperimentazione farmacologica e nella costruzione dei modelli diagnostici. Tale impostazione ha contribuito alla produzione di significative disuguaglianze nella prevenzione, nella diagnosi e nella cura delle patologie femminili, generando ritardi diagnostici, inappropriatezza terapeutica e una generale sottovalutazione delle differenze sesso-specifiche e genere-specifiche.
Come evidenziato da Santoro (2025), la salute digitale e l’innovazione tecnologica rischiano oggi di riprodurre tali disuguaglianze se sviluppate senza una reale integrazione della prospettiva di genere. L’Intelligenza Artificiale applicata alla medicina apprende dai dati con cui viene addestrata e tende inevitabilmente a incorporare bias presenti nei database utilizzati per la costruzione degli algoritmi. In questo contesto, il tema della salute di genere non riguarda esclusivamente la ricerca biomedica, ma investe direttamente anche la comunicazione sanitaria, l’alfabetizzazione digitale e le modalità attraverso cui le tecnologie vengono progettate, implementate e raccontate all’interno dello spazio pubblico.
Questo contributo nasce nel contesto del progetto scientifico e comunicativo che ha portato alla pubblicazione del volume Il nuovo dono di Eva. La salute di genere come strumento di cura personalizzata e del relativo ambiente online, curato da Rossella Marcucci, Professoressa Ordinaria di Medicina Interna presso l’Università degli Studi di Firenze, e da Viola Davini, socia fondatrice del Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS. Il volume si sviluppa a partire dalle attività del Master in Comunicazione Medico-Scientifica e dei Servizi Sanitari del Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università degli Studi di Firenze, diretto dal professor Francesco Annunziato, in collaborazione con il Centro Ricerche sAu. Al progetto hanno collaborato il Dipartimento di Scienze della Salute, il Dipartimento di Neuroscienze, Psicologia, Area del Farmaco e Salute del Bambino, il Dipartimento di Scienze Biomediche, Sperimentali e Cliniche “Mario Serio” e l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi.
Attraverso contributi multidisciplinari, il volume offre strumenti di riflessione su come integrare la medicina di genere nella pratica clinica e nella comunicazione sanitaria, con l’obiettivo di promuovere una medicina sempre più personalizzata e centrata sulla persona. Le evidenze scientifiche mostrano infatti come uomini e donne possano presentare differenze rilevanti nella manifestazione delle malattie, nella risposta ai farmaci e nei fattori di rischio. Per il medico di medicina generale, integrare la prospettiva di genere significa migliorare la precisione diagnostica, la sicurezza terapeutica e la personalizzazione degli interventi. Accanto al volume, l’ambiente online consente di esplorare contenuti digitali collegati ai capitoli e di attivare nuove progettualità e collaborazioni con professionisti della salute.
Disuguaglianze nella medicina contemporanea: dal cuore ai farmaci
La medicina di genere nasce dal riconoscimento che sesso biologico e genere influenzano in modo significativo l’insorgenza delle malattie, la risposta ai farmaci, l’accesso ai servizi sanitari e gli esiti clinici. Le differenze non riguardano soltanto aspetti fisiologici, ma anche dimensioni sociali, economiche e culturali che incidono sulle pratiche di prevenzione e cura. Le patologie cardiovascolari rappresentano uno degli esempi più significativi di questa criticità. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS, 2025), la mortalità cardiovascolare femminile risulta superiore rispetto a quella maschile. Tuttavia, i sintomi dell’infarto nelle donne — nausea, dolore mandibolare, stanchezza persistente — continuano a essere frequentemente sottovalutati sia dalle pazienti sia dai protocolli clinici standardizzati. Il Piano Strategico Nazionale Cardiovascolare (2024) evidenzia inoltre come le donne presentino tassi inferiori di controllo pressorio e ritardi sistematici nella diagnosi delle malattie cardiovascolari. Ciò dimostra che la disponibilità di evidenze scientifiche non è sufficiente a produrre automaticamente cambiamenti nei modelli di prevenzione e assistenza sanitaria.
Come ricordano Rossella Marcucci e Martina Berteotti nel capitolo Il cuore delle donne del volume Il nuovo dono di Eva, la medicina cardiovascolare è stata una delle prime discipline a rendere visibile la disparità di genere in medicina. Non a caso, la cosiddetta “sindrome di Yentl”, definita da Bernadine Healy nel 1991, nasce proprio in ambito cardiologico per descrivere la disparità di accesso delle donne alla diagnosi, alle cure e alla sperimentazione clinica. A distanza di oltre trent’anni, osservano le autrici, «le donne, in ambito cardiovascolare, sono ancora sottostudiate, sottodiagnosticate e sottotrattate» (Marcucci e Berteotti, 2026). Tale ritardo non riguarda soltanto la pratica clinica, ma anche la comunicazione: la bassa percezione del rischio cardiovascolare femminile rende urgente informare le donne sui sintomi e formare il personale sanitario al riconoscimento tempestivo delle manifestazioni genere-specifiche.
Farmacologia di genere: dosi pensate per l’uomo
Problematiche analoghe emergono nell’ambito della farmacologia di genere. Le donne risultano maggiormente esposte a reazioni avverse ai farmaci e sviluppano modalità di metabolizzazione differenti rispetto agli uomini. Tuttavia, gran parte degli studi clinici continua a essere condotta prevalentemente su campioni maschili, generando un’importante lacuna nella produzione di dati clinici rappresentativi (Fondazione Onda ETS, 2024).
In questa direzione, Elisabetta Cerbai e Laura Sartiani, nel capitolo Farmacologia di genere, ricordano che la risposta ai farmaci varia in base a molteplici fattori congeniti e acquisiti, tra cui genere, età, genetica, metabolismo, patologie concomitanti e stati fisiologici specifici della vita femminile, come gravidanza e menopausa. Le autrici sottolineano che l’organismo femminile è maggiormente esposto al rischio di reazioni avverse, non solo in relazione ai farmaci, ma anche rispetto a stili di vita, integratori, sostanze di abuso e regimi alimentari specifici. Come osservano Cerbai e Sartiani, «un non corretto dosaggio e posologia in relazione al sesso rappresenta un caso di inappropriatezza nell’uso dei farmaci» (Cerbai e Sartiani, 2026). La farmacologia di genere mostra dunque con particolare chiarezza come la personalizzazione delle cure non possa prescindere dalla raccolta di dati sesso-specifici e dalla formazione di medici, farmacisti, infermieri e cittadinanza sulle differenze di risposta terapeutica.
Il sistema immunitario femminile: forza e vulnerabilità
Anche il sistema immunitario mostra significative differenze sesso-specifiche. Le donne sviluppano generalmente risposte immunitarie più robuste contro infezioni e agenti patogeni, ma risultano al contempo maggiormente predisposte alle malattie autoimmuni. Tali differenze sono state evidenziate in modo particolarmente rilevante durante la pandemia da Covid-19, mostrando l’importanza di approcci sanitari realmente personalizzati. A questo proposito, Paola Parronchi, nel capitolo Il femminismo del sistema immunitario, sottolinea come il sistema immunitario femminile presenti una specifica “fortitudo immunologica”: le donne sviluppano risposte immunitarie più potenti, mirate ed efficaci, ma proprio questa maggiore reattività può trasformarsi in un fattore di vulnerabilità, aumentando la predisposizione alle malattie autoimmuni. Come osserva Parronchi, «le donne sono capaci di una risposta immunitaria più potente, più mirata ed efficace. Questo, purtroppo, può ritorcersi contro di loro» (Parronchi, 2026). La differenza immunologica non rappresenta dunque un dato accessorio, ma un elemento centrale per comprendere la necessità di strategie diagnostiche, preventive e terapeutiche realmente personalizzate.
Comunicazione sanitaria e alfabetizzazione di genere
La questione della salute di genere non può essere affrontata esclusivamente sul piano clinico o biologico. Un elemento centrale riguarda infatti il ruolo della comunicazione sanitaria nella costruzione della consapevolezza pubblica e nella promozione di comportamenti di salute. Come osserva Renata Schiavo (2011), l’equità sanitaria dipende anche dalla capacità di sviluppare strategie comunicative capaci di ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle informazioni e ai servizi sanitari. La semplice disponibilità di contenuti scientificamente corretti non garantisce automaticamente l’attivazione di pratiche di prevenzione e cura. La comunicazione sanitaria assume quindi una funzione culturale e relazionale: rendere le informazioni accessibili, contestualizzate e comprensibili significa favorire processi di empowerment individuale e collettivo. In questa prospettiva, la salute di genere richiede modelli comunicativi capaci di riconoscere le specificità delle esperienze femminile e le condizioni di vulnerabilità sociale che incidono sull’accesso alle cure.
Le campagne di prevenzione oncologica promosse dalle associazioni di donne rappresentano un esempio significativo di tale processo. Attraverso pratiche di comunicazione partecipativa, reti di advocacy e azioni concrete di supporto, queste iniziative hanno contribuito a promuovere l’adesione agli screening e a costruire una cultura della prevenzione capace di superare modelli sanitari implicitamente maschili.
In questa prospettiva, Gianni Amunni, nel capitolo Donna e prevenzione oncologica, evidenzia come la prevenzione oncologica abbia assunto per le donne non soltanto un valore sanitario, ma anche politico e sociale. In particolare, la promozione degli screening per mammella e cervice uterina ha superato la dimensione della scelta individuale, configurandosi come azione collettiva e come parte di un più ampio processo di acquisizione di diritti. Secondo Amunni, «la prevenzione non è solo un’azione individuale di controllo della propria salute, ma un valore sociale che coinvolge nell’ottica dell’equità la comunità civile» (Amunni, 2026). Il ruolo dell’associazionismo femminile, soprattutto nell’ambito del tumore della mammella, mostra quindi come la comunicazione sanitaria possa trasformare l’esperienza della malattia in partecipazione, advocacy e miglioramento dei percorsi di cura.
La comunicazione assume inoltre un ruolo fondamentale nel contrasto a stereotipi e rappresentazioni distorte della salute femminile. L’invisibilizzazione delle differenze di genere nella narrazione pubblica della medicina contribuisce infatti al mantenimento di modelli sanitari universalizzanti, che tendono a marginalizzare bisogni specifici, sintomatologie atipiche e condizioni di vulnerabilità.
Intelligenza artificiale, database e bias di genere
L’integrazione dell’Intelligenza Artificiale nei sistemi sanitari sta modificando radicalmente le modalità di produzione e utilizzo della conoscenza biomedica. Algoritmi di machine learning vengono oggi impiegati per supportare diagnosi, sviluppare modelli predittivi, personalizzare trattamenti farmacologici e ottimizzare l’organizzazione sanitaria.
Tuttavia, tali strumenti non possono essere considerati neutrali. Gli algoritmi apprendono dai dati disponibili e tendono a riprodurre le strutture culturali e scientifiche presenti nei database utilizzati per l’addestramento.
Il concetto di gender data gap descrive precisamente questa problematica: la mancanza di dati adeguatamente rappresentativi delle esperienze femminili e delle soggettività marginalizzate. Come sottolineato dagli studi sul data feminism, i dati non costituiscono semplici rappresentazioni oggettive della realtà, ma prodotti culturali costruiti all’interno di specifiche logiche sociali ed epistemologiche.
I database sanitari organizzano il sapere attraverso categorie, classificazioni e relazioni tra variabili che definiscono implicitamente quali soggetti risultino visibili e quali, invece, vengano esclusi. La progettazione del dato rappresenta dunque una forma di costruzione della realtà sociale.
Il report UNESCO Artificial Intelligence and Gender Equality (2020) ha evidenziato come sistemi di AI sviluppati senza un’adeguata integrazione della prospettiva di genere possano contribuire a perpetuare discriminazioni strutturali e stereotipi culturali. Analogamente, il Libro Bianco Intelligenza artificiale e salute di genere della Fondazione Onda ETS (2024) sottolinea il rischio che algoritmi addestrati su dataset non differenziati amplifichino le disuguaglianze esistenti nei sistemi sanitari.
Particolarmente critico appare il tema dei sistemi di supporto decisionale clinico. Algoritmi predittivi basati su dati sbilanciati possono infati sottostimare sintomi femminili, assegnare priorità differenti ai pazienti o produrre indicazioni terapeutiche meno accurate per le donne e per altri gruppi sottorappresentati.
Il nodo metodologico: sesso e genere come variabili epistemologiche
Il nodo metodologico è centrale. Come ricordano Michela Baccini e Chiara Doccioli nel capitolo Sesso e genere nella ricerca. Considerazioni metodologiche, la medicina è stata storicamente caratterizzata da una forte connotazione androcentrica: gli studi clinici sono stati a lungo condotti principalmente su pazienti maschi, trasferendo poi i risultati alle donne come se il corpo maschile potesse rappresentare uno standard universale. Le autrici sottolineano che «studiare e riconoscere le differenze tra sessi e generi, così come capire i meccanismi che generano disparità, è fondamentale per rafforzare la base complessiva delle evidenze scientifiche in ambito sanitario» (Baccini e Doccioli, 2026).
Questo vale in modo particolare per l’Intelligenza Artificiale applicata alla medicina: algoritmi e modelli predittivi sono estremamente sensibili alle distorsioni nella raccolta dei dati, nella costruzione del campione e nella definizione delle variabili. Se sesso e genere vengono trattati solo come variabili da “aggiustare” statisticamente, e non come dimensioni capaci di modificare gli effetti osservati, il rischio è produrre analisi formalmente corrette ma clinicamente parziali. Come osservano Baccini e Doccioli, le distorsioni nella fase di raccolta dei dati possono essere amplificate dagli algoritmi di apprendimento automatico, diventando meno riconoscibili e quindi più insidiose. In questa prospettiva, la sottorappresentazione delle donne nei dataset non è soltanto un problema di equità campionaria, ma una criticità epistemologica che incide sulla qualità stessa della conoscenza biomedica.
FemTech: innovazione, autonomia e nuove criticità
Tra le realtà emergenti della salute digitale spicca il settore FemTech, acronimo di Female Technology: un insieme di applicazioni e dispositivi progettati per rispondere a bisogni specifici della salute femminile, dalla fertilità al monitoraggio del ciclo mestruale, dalla gravidanza alla menopausa, fino al benessere psicologico e alla salute sessuale. Il termine è stato introdotto nel 2016 da Ida Tin, fondatrice dell’applicazione Clue dedicata al monitoraggio del ciclo mestruale.
Il mercato del FemTech è oggi in forte espansione. Secondo il FemTech Global Market Report, il settore è passato da un valore di 36,52 miliardi di dollari nel 2023 a 41,97 miliardi nel 2024, con un tasso di crescita annuale del 14,9% (compound annual growth rate). La diffusione dell’Intelligenza Artificiale, dei sistemi predittivi e delle tecnologie di analisi dei dati sanitari sta ulteriormente accelerando questo sviluppo, rendendo il FemTech uno dei comparti più dinamici della digital health contemporanea.
Oggi le donne rappresentano una delle principali categorie di utenti della salute digitale. Secondo le indagini di Rock Health, oltre la metà delle donne utilizza strumenti di monitoraggio della salute, applicazioni mobili o dispositivi wearable. Una quota significativa impiega applicazioni per il monitoraggio del ciclo mestruale, della fertilità e dei parametri fisiologici quotidiani. Già nel 2021, il 29% delle persone mestruanti intervistate dichiarava di utilizzare strumenti digitali per monitorare ciclo mestruale e fertilità; tra queste, il 58% ricorreva ad app mobili, il 36% a dispositivi wearable o connessi e il 26% a diari digitali (Rock Health, 2022). Dati più recenti confermano come, nel 2024, oltre la metà delle donne abbia utilizzato servizi di cura virtuale, tracciato metriche di salute o posseduto dispositivi wearable o connessi (Rock Health, 2025).
Dati sensibili, sorveglianza e rischi per la privacy
Il potenziale innovativo di queste tecnologie è considerevole: esse permettono una maggiore conoscenza del proprio corpo, favoriscono l’autonomia decisionale e promuovono comportamenti di prevenzione e autoconsapevolezza sanitaria. Tuttavia, pongono anche interrogativi etici cruciali. Molte piattaforme raccolgono grandi quantità di dati altamente sensibili — informazioni su cicli mestruali, fertilità, salute mentale, abitudini sessuali e stili di vita — spesso gestiti da aziende private o sviluppatori commerciali.
Come evidenziato da diverse analisi giornalistiche e istituzionali, tali dati stanno assumendo un valore economico strategico all’interno del mercato digitale. Il rischio è che strumenti nati per promuovere empowerment e personalizzazione della cura si trasformino in dispositivi di sorveglianza, profilazione commerciale e sfruttamento economico dei dati personali. Il Garante per la protezione dei dati personali ha richiamato l’attenzione sui rischi specifici del FemTech, sottolineando come molte applicazioni dedicate alla salute femminile trattino dati particolarmente sensibili e possano condividerli con terze parti con livelli di tutela non sempre adeguati (Garante Privacy, 2024).
Il FemTech rende inoltre visibile un paradosso strutturale: tecnologie nate per valorizzare la differenza di genere possono riprodurre nuovi squilibri se non progettate secondo criteri di inclusività, trasparenza e sicurezza. Il settore, pur essendo costruito attorno alla salute femminile, continua a essere guidato prevalentemente da ecosistemi imprenditoriali e finanziari maschili. Diverse analisi mostrano come soltanto una quota minoritaria delle startup FemTech sia fondata o co-fondata da donne e come gli investimenti continuino a concentrarsi in circuiti economici tradizionalmente dominati da uomini.
La discriminazione algoritmica costituisce oggi uno dei principali problemi etici dell’AI applicata alla salute. Algoritmi costruiti su dataset sbilanciati possono compromettere l’efficacia della medicina di precisione, producendo diagnosi meno accurate o trattamenti non adeguati per donne, persone anziane e soggetti socialmente vulnerabili. Come evidenziato dagli studi sul data feminism e dai documenti UNESCO sull’AI e la gender equality, il problema non riguarda esclusivamente la qualità tecnica dei sistemi, ma le logiche culturali e sociali incorporate nei dati e nei modelli di progettazione.
Come sottolinea Santoro (2025), la digital health deve essere umanocentrica: non un semplice mercato di applicazioni, ma un ecosistema culturale orientato all’equità, alla qualità delle relazioni di cura e alla riduzione delle disuguaglianze sanitarie. In questo senso, il FemTech rappresenta un laboratorio privilegiato per comprendere le opportunità e le contraddizioni della medicina digitale contemporanea: uno spazio in cui innovazione tecnologica, salute di genere, economia dei dati e diritti digitali si intrecciano profondamente.
AI, etica e governance sanitaria: i principi dell’OMS e dell’AI Act
Le istituzioni internazionali hanno iniziato a riconoscere esplicitamente la necessità di sviluppare modelli di AI orientati all’equità e all’inclusione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel documento Ethics and Governance of Artificial Intelligence for Health (2021), individua alcuni principi fondamentali per un uso responsabile dell’AI in sanità: tutela dell’autonomia, promozione del benessere umano, trasparenza e spiegabilità, responsabilità e accountability, inclusività ed equità, sostenibilità sociale.
Secondo l’OMS, la qualità dei dataset rappresenta uno degli elementi centrali per garantire sistemi di AI sicuri e non discriminatori. Dataset poco diversificati possono infatti aumentare i bias algoritmici e compromettere l’efficacia clinica dei modelli predittivi.
Anche il nuovo AI Act europeo riconosce esplicitamente la necessità di monitorare i rischi legati alla discriminazione algoritmica e alla qualità dei dati utilizzati nei sistemi ad alto impatto sociale, inclusi quelli sanitari.
L’etica dell’AI non riguarda dunque esclusivamente aspetti tecnici o normativi, ma investe direttamente il tema della giustizia sanitaria e dei diritti di cittadinanza. Integrare la prospettiva di genere nella progettazione tecnologica significa tradurre concretamente i principi di equità e inclusività richiamati dalle organizzazioni internazionali.
La salute di genere come paradigma culturale
La salute di genere rappresenta oggi molto più di una specializzazione medica. Essa costituisce un paradigma culturale capace di mettere in discussione l’idea di neutralità universale che ha storicamente caratterizzato la medicina moderna.
Guardare alla salute attraverso la prospettiva di genere significa riconoscere che il corpo, la malattia e la cura sono esperienze attraversate da dimensioni biologiche, sociali, economiche e culturali. Significa inoltre riconoscere che le disuguaglianze sanitarie riflettono più ampie disuguaglianze di potere e accesso alle risorse.
Tale prospettiva assume particolare rilevanza nell’attuale scenario di trasformazione digitale. Le tecnologie sanitarie possono rappresentare strumenti di emancipazione e democratizzazione dell’accesso alle cure, ma possono anche contribuire a rafforzare forme di esclusione e marginalizzazione.
Per questo motivo, la comunicazione scientifica e sanitaria assume una funzione strategica: non semplice trasmissione di contenuti, ma costruzione di processi partecipativi capaci di orientare l’innovazione verso criteri di responsabilità sociale, trasparenza e giustizia.
Come affermato dalla Lancet Commission on Gender and Global Health, «non ci sarà salute per tutti finché non ci sarà giustizia per tutte e tutti» (Hawkes et al., 2025). La salute di genere diventa quindi una responsabilità collettiva che coinvolge ricerca, istituzioni, tecnologie e pratiche comunicative.
Bibliografia aggiornata
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Baccini, M., Doccioli, C. (2026). Sesso e genere nella ricerca. Considerazioni metodologiche. In Il nuovo dono di Eva. La salute di genere come strumento di cura personalizzata. Pacini Editore.
Cerbai, E., Sartiani, L. (2026). Farmacologia di genere. In Il nuovo dono di Eva. La salute di genere come strumento di cura personalizzata. Pacini Editore.
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Marcucci, R., Berteotti, M. (2026). Il cuore delle donne. In Il nuovo dono di Eva. La salute di genere come strumento di cura personalizzata. Pacini Editore.
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