Quando si parla di stablecoin, il pubblico tende a cercare subito il protagonista sbagliato: il token, la tecnologia, magari la blockchain. Ma in questa storia il personaggio principale non è l’oggetto digitale. È il palcoscenico su cui quell’oggetto potrebbe circolare: banche, regole, riserve, infrastrutture, fiducia.
EUR.BANK, la stablecoin in euro promossa da BANCOMAT e ora entrata nella fase dei test tecnici con nove banche italiane, va letta così: non come una moneta che reclama da sola la scena, ma come il primo atto di una possibile infrastruttura bancaria italiana per la moneta programmabile.
La nuova (annunciata) stablecoin segna un passaggio rilevante nella trasformazione dei pagamenti digitali: non perché introduca semplicemente un nuovo token in euro, ma perché prova a collocare una forma privata regolamentata di moneta digitale dentro un ecosistema bancario e infrastrutturale.
La fase di test avviata da BANCOMAT con nove banche italiane non coinvolge ancora la clientela, ma consente di verificare architettura tecnologica, casi d’uso e possibili modelli operativi.
Il progetto parla alla tokenizzazione degli asset, ai regolamenti disponibili in continuità operativa e ai pagamenti cross-border, ma si colloca anche in una scena europea più ampia.
Sullo sfondo si muove QIVALIS, iniziativa bancaria paneuropea in euro, mentre resta centrale l’euro digitale che (è sempre bene ricordarlo!) non è una stablecoin, ma moneta pubblica in forma digitale.
In sostanza, la posta in gioco non è soltanto l’innovazione di prodotto, bensì la capacità dell’Italia e dell’Europa di scrivere una grammatica comune per la moneta programmabile.
Indice degli argomenti
Il primo atto: EUR.BANK passa dall’annuncio alla prova
La notizia rilevante non è che BANCOMAT abbia annunciato una stablecoin in euro, ma che EUR.BANK sia entrata nella fase delle sperimentazioni tecniche insieme a Banca Generali, Banca MPS, Banca Sella, Banco BPM, BPER Banca, Cassa Centrale Banca, Credem, Crédit Agricole Italia e Intesa Sanpaolo.
La clientela non è ancora coinvolta: siamo nelle prove, non nella rappresentazione aperta al pubblico. Ma proprio le prove dicono molto sulla serietà di un progetto. È lì che si misurano tenuta dell’infrastruttura, ruoli degli attori, affidabilità delle procedure e plausibilità dei casi d’uso.
La metafora teatrale non è un ornamento. Aiuta a evitare un equivoco frequente: giudicare una moneta digitale solo dal suo nome o dalla sua tecnologia.
In realtà, una stablecoin di sistema deve essere valutata per la scena che costruisce intorno a sé.
Chi la emette? Dove stanno le riserve? Quali banche partecipano? Quali diritti ha l’utilizzatore? Quale vigilanza presidia l’operazione? Quali infrastrutture consentono al token di circolare, essere rimborsato, essere integrato nei servizi finanziari e dialogare con altri ambienti digitali?
EUR.BANK non è ancora una risposta compiuta a tutte queste domande. È, tuttavia, il passaggio da una tesi industriale a un esercizio operativo. Ed è un passaggio da non sottovalutare, poiché la storia delle infrastrutture finanziarie non è fatta soltanto di tecnologie che funzionano in astratto, ma di sistemi che trovano una governance, un mercato, una regolamentazione, una base fiduciaria e un’utilità riconoscibile.
In questo senso, il progetto di BANCOMAT va letto come una mossa di posizionamento.
Non siamo ancora alla scena decisiva, ma il cast è stato convocato. E, come insegna la drammaturgia, quando gli attori iniziano a muoversi nello spazio scenico, la trama smette di essere un’idea e comincia a rivelare le sue possibilità.
Non una stablecoin qualunque
Per una platea non specialistica, la parola stablecoin rischia di essere fuorviante. Evoca immediatamente l’universo crypto, la speculazione, la volatilità degli asset digitali, le piattaforme globali e i casi di crisi che hanno segnato il settore.
Ma una stablecoin bancaria denominata in euro e progettata dentro un perimetro regolamentato appartiene a una logica diversa. Non promette guadagni finanziari. Non chiede al pubblico di fidarsi di un algoritmo oscuro. Non nasce neppure per sostituire l’euro; piuttosto, è intesa a rappresentare valore monetario in forma digitale stabile, trasferibile e integrabile in ambienti programmabili.
Nel contesto europeo, il riferimento essenziale è il Regolamento MiCA e le categorie degli e-money token (EMT)[1] che hanno introdotto nel diritto europeo una disciplina organica dei mercati delle cripto-attività e una classificazione più precisa delle stablecoin denominate in valuta ufficiale.
Questo non significa che ogni stablecoin sia automaticamente sicura, né che la regolamentazione elimini ogni rischio. Significa però che l’Europa ha scelto di non lasciare il fenomeno in una zona grigia: lo ha definito, classificato, sottoposto a requisiti e ricondotto a un quadro di responsabilità.
Da questo punto di vista, EUR.BANK va spiegata con parole semplici ma precise. È una forma privata regolamentata di moneta digitale in euro, pensata per muoversi in ecosistemi digitali nei quali la rappresentazione del valore non è più soltanto contabile, ma può diventare programmabile.
Il punto centrale non è il fascino del token, ma lìopportunità di disporre di una componente monetaria digitale compatibile con nuovi mercati, servizi, processi di regolamento e infrastrutture finanziarie innovative.
Il progetto si distingue anche perché dichiara una connessione forte con il sistema bancario. Le riserve rimangono all’interno del perimetro bancario; la fiducia non viene affidata a un emittente periferico o a un circuito opaco; la governance deve misurarsi con soggetti vigilati, reputazione bancaria e tutela degli utenti. È qui che EUR.BANK prova a differenziarsi da molte narrazioni del passato: il lessico può ricordare le cryptocurrencies, ma la trama è bancaria, regolamentare e infrastrutturale.
Perché BANCOMAT cerca un ruolo nella moneta programmabile
BANCOMAT non entra in questa partita come un soggetto neutro. Entra con una storia (la propria) fatta di riconoscibilità e un patrimonio infrastrutturale legato ai pagamenti in Italia.
Per questo l’iniziativa EUR.BANK assume un significato che va oltre la sperimentazione tecnica.
Se un operatore che presidia un circuito nazionale dei pagamenti guarda alla stablecoin, dobbiamo capire che un’infrastruttura esistente può evolvere quando il pagamento diventa sempre più integrato con dati, identità, automazione, smart contract e mercati tokenizzati.
La moneta programmabile non deve essere immaginata come una moneta che decide da sola cosa fare. Questa è una semplificazione pericolosa.
Più correttamente, significa che la componente monetaria può essere inserita in processi digitali nei quali determinate condizioni, verifiche o trasferimenti vengono automatizzati secondo regole definite. Il pagamento può così diventare parte di una catena operativa più ampia: consegna di un bene, trasferimento di un titolo, esecuzione di un contratto, regolamento di una transazione, riconciliazione contabile.
In questa prospettiva, BANCOMAT sembra cercare un nuovo ruolo di regia nazionale. Non più soltanto circuito di accettazione o infrastruttura di pagamento tradizionale, ma possibile piattaforma di accesso a servizi monetari digitali in euro. La differenza è significativa. Un circuito organizza transazioni. Una piattaforma, se ben progettata, può organizzare relazioni tra banche, imprese, utenti, applicazioni, mercati e regole tecniche.
Il richiamo al dialogo con l’Associazione Bancaria Italiana (ABI) rafforza questa lettura. EUR.BANK non appare come una mossa isolata, ma come un esperimento che ambisce a parlare al settore bancario nel suo insieme. Il punto, per le banche, non è soltanto difendere il presidio dei pagamenti. È evitare che la futura circolazione digitale del valore venga definita interamente da infrastrutture extra-bancarie o extraeuropee.
Qui il registro teatrale torna utile. BANCOMAT non sembra voler recitare una parte secondaria nella scena della moneta digitale. Cerca, piuttosto, di capire se il vecchio palcoscenico dei pagamenti nazionali possa essere trasformato in un teatro più ampio, nel quale si incontrano finanza tokenizzata, pagamenti digitali avanzati e servizi alle imprese.
I casi d’uso: tokenizzazione, regolamenti 24/7 e pagamenti cross-border
I casi d’uso indicano la sostanza industriale del progetto.
Non basta dire che EUR.BANK è una stablecoin in euro. Bisogna chiedersi dove potrebbe servire, quale problema risolve e quale inefficienza prova a ridurre.
Tre aree, all’avviso di chi scrive, emergono con particolare forza: la tokenizzazione degli strumenti finanziari, il regolamento on-chain disponibile 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, e la semplificazione dei pagamenti cross-border per imprese e mercati.

Figura 1 – Dal ruolo infrastrutturale di BANCOMAT ai principali casi d’uso di EUR.BANK.
La tokenizzazione degli strumenti finanziari
La tokenizzazione consente di rappresentare su registri distribuiti: strumenti finanziari, quote, obbligazioni, asset reali o altri diritti. Ma ogni mercato, anche il più innovativo, ha bisogno di una gamba monetaria.
Se l’asset si muove in tempo quasi reale e il pagamento resta esterno, lento o soggetto a riconciliazioni manuali, il beneficio dell’automazione si riduce. È come una scena nella quale un attore recita al tempo del digitale e l’altro resta vincolato al copione analogico: il dialogo si spezza.
In ambienti basati su registri distribuiti, o Distributed Ledger Technology (DLT)[2], una stablecoin bancaria potrebbe svolgere la funzione di cash-leg digitale privato regolamentato.
Il pagamento non arriva dopo, come un adempimento separato; può essere integrato nel flusso operativo, collegato alla consegna dell’asset e potenzialmente programmato secondo condizioni predeterminate (DvP Delivery-versus-Payment). Ciò assume particolare rilevanza per strumenti finanziari tokenizzati, inclusi scenari di debito sovrano digitale, dove la qualità del regolamento è parte essenziale della fiducia di mercato.
Il regolamento on-chain
La seconda area è il regolamento 24/7.
I mercati digitali non rispettano sempre i tempi della banca tradizionale. La disponibilità continua non significa soltanto maggiore comodità; significa poter progettare processi nei quali trasferimento del valore e aggiornamento delle posizioni avvengono senza finestre operative rigide.
Naturalmente, la continuità operativa porta con sé esigenze di resilienza, sicurezza, monitoraggio e gestione del rischio. Una stablecoin di sistema non può limitarsi a essere sempre accesa: deve essere sempre governata.
I pagamenti cross-border
La terza area riguarda i pagamenti cross-border.
Per molte imprese, l’internazionalizzazione è ancora accompagnata da costi, tempi, incertezze informative e passaggi intermedi. Una forma digitale regolamentata di valore in euro potrebbe contribuire a ridurre alcune frizioni, soprattutto se integrata con servizi bancari, controlli di conformità, identità digitale e infrastrutture interoperabili. Anche qui, tuttavia, la tecnologia da sola non basta.
Occorrono standard comuni, regole antiriciclaggio, presidi di sicurezza, chiarezza sui diritti di rimborso e compatibilità con le infrastrutture esistenti.
In sintesi, EUR.BANK può essere letta come una risposta a una domanda molto concreta: se l’economia finanziaria diventa più digitale, più programmabile e più transfrontaliera, quale forma monetaria in euro deve accompagnarla?
La risposta privata regolamentata non è l’unica possibile, né necessariamente la più adatta a tutti gli scenari. Ma è uno dei tasselli che il sistema bancario europeo sta iniziando a mettere sul tavolo.
Il doppio palcoscenico: le banche italiane tra EUR.BANK e QIVALIS
Uno degli elementi più interessanti è che alcune banche italiane compaiono in entrambe le scene.
Banca Sella, BPER Banca e Intesa Sanpaolo partecipano alla fase di test di EUR.BANK e risultano anche coinvolte in QIVALIS, l’iniziativa bancaria paneuropea per una stablecoin in euro. UniCredit, invece, compare nel perimetro italiano di QIVALIS, ma non nell’elenco delle banche indicate nella prima fase di sperimentazione EUR.BANK.
Il dato merita attenzione, perché impedisce una lettura semplicistica.
Se le stesse banche siedono a entrambi i tavoli, probabilmente non considerano i due progetti come alternative secche. Più verosimilmente, li leggono come livelli diversi di una stessa trasformazione.
EUR.BANK appare radicata nell’ecosistema italiano, nel rapporto con un’infrastruttura nazionale dei pagamenti e in possibili casi d’uso domestici o di prossimità con imprese e clientela. QIVALIS, invece, ha una vocazione più ampia: costruire una piattaforma bancaria europea in euro, con ambizione transfrontaliera e potenziale funzione di dorsale per pagamenti e finanza tokenizzata.
La differenza tra le due strutture può essere descritta così: EUR.BANK guarda al radicamento nazionale e alla capacità di trasformare un circuito riconoscibile in una piattaforma per la moneta programmabile; QIVALIS guarda alla scala europea e alla possibilità di creare una stablecoin bancaria consortile in euro, sostenuta da banche di diversi Paesi.
La prima può essere più vicina al tessuto italiano dei pagamenti; la seconda può essere più adatta a costruire massa critica, interoperabilità sovranazionale e riconoscibilità nei mercati europei.
Perché partecipare ad ambedue?
La prima motivazione è strategica: presidiare più opzioni in una fase in cui gli standard non sono ancora consolidati. La seconda è industriale: distinguere casi d’uso diversi, evitando che una sola infrastruttura debba rispondere a tutte le esigenze. La terza è di governance: le banche che partecipano a più tavoli possono contribuire a evitare frammentazioni e favorire compatibilità tra architetture. La quarta è competitiva: chi partecipa alla definizione degli standard non li subisce. La quinta è reputazionale: essere presenti nelle iniziative più rilevanti rafforza il posizionamento come attori dell’innovazione finanziaria regolamentata.
In termini teatrali, le stesse banche recitano su due palcoscenici, ma non necessariamente con lo stesso copione. In un caso la scena è italiana, con BANCOMAT come possibile regista infrastrutturale nazionale. Nell’altro la scena è europea, con QIVALIS come tentativo di dare scala continentale alla stablecoin bancaria in euro.
La questione decisiva sarà capire se questi due palcoscenici resteranno separati o se riusciranno a comunicare e, restando nella metafora dominante questo contributo, chi sarà l’impresario arguto e pragmatico che ne progetterà le “manifestazioni” (qui intese in senso epistemico).
QIVALIS sullo sfondo: la dorsale europea
QIVALIS consente di allargare lo sguardo.
Il progetto, con sede ad Amsterdam, punta a emettere una stablecoin denominata in euro e sostenuta da un ampio gruppo di banche europee. La sua rilevanza non dipende soltanto dal numero degli aderenti, ma dalla natura consortile dell’iniziativa.
Una stablecoin promossa da un singolo operatore resta prevalentemente un prodotto. Una stablecoin sostenuta da molte banche, provenienti da più Paesi, può aspirare a diventare un’infrastruttura.
La differenza è sostanziale. Un prodotto serve un segmento di mercato. Un’infrastruttura contribuisce a organizzarlo. Stabilisce standard tecnici, modelli di accesso, prassi operative, meccanismi di fiducia, modalità di integrazione e, progressivamente, aspettative degli utenti.
È qui che QIVALIS assume valore strategico: non come iniziativa da contrapporre automaticamente a EUR.BANK, ma come possibile livello europeo di una stessa architettura.
La presenza di banche italiane in QIVALIS rafforza questa lettura.
L’Italia non si limita a osservare la costruzione della moneta digitale bancaria europea; partecipa. Ma la partecipazione europea non rende irrilevante un’iniziativa nazionale. Al contrario, può renderla più utile se i due livelli vengono progettati in modo complementare. La dorsale europea ha bisogno di reti nazionali capaci di distribuire servizi, integrare utenti, conoscere il mercato domestico e connettere imprese e banche locali.
La metafora ferroviaria resta efficace: QIVALIS può essere pensata come una linea ad alta capacità europea; EUR.BANK come una rete nazionale che porta il servizio dentro il territorio. Nessuna delle due, da sola, basta a costruire mobilità. Ma se le reti non comunicano, il risultato non è un sistema: è una collezione di tratte incompatibili.
Per questo il tema chiave non sarà soltanto chi lancerà per primo, chi avrà più banche aderenti o chi disporrà del marchio più riconoscibile. Il tema sarà l’interoperabilità.
Senza standard condivisi, la moneta digitale europea rischia di moltiplicare ambienti chiusi, ciascuno ordinato al proprio interno ma incapace di dialogare con gli altri. E una moneta che circola solo dentro recinti stretti può essere utile, ma difficilmente diventa infrastruttura sistemica.
E l’euro digitale?
Accanto alle stablecoin bancarie resta il convitato pubblico: l’euro digitale.
È importante chiarirlo con nettezza, perché la confusione terminologica è uno dei maggiori ostacoli al dibattito.
L’euro digitale non è la stablecoin della Banca centrale europea (BCE). Non è un crypto-asset garantito dall’autorità pubblica. Non è, necessariamente, una moneta su blockchain. Sarebbe moneta di banca centrale in forma digitale, cioè moneta pubblica, passività diretta dell’Eurosistema.
La differenza rispetto a EUR.BANK e QIVALIS non è un dettaglio giuridico, bensì la fonte stessa della fiducia.
Nel caso dell’euro digitale, il detentore avrebbe una forma digitale di moneta pubblica. Nel caso di una stablecoin bancaria, il detentore avrebbe una forma privata regolamentata di valore monetario, fondata sull’emittente, sulle riserve, sui diritti di rimborso, sulla vigilanza e sulla governance dell’infrastruttura. Entrambe le forme possono essere utili. Ma non sono equivalenti.
Qui occorre distinguere anche tra mezzo di pagamento e strumento di pagamento[3].
L’euro digitale sarebbe il mezzo di pagamento, cioè la forma di moneta pubblica digitale utilizzabile per trasferire valore. Lo strumento di pagamento sarebbe invece il wallet o l’insieme di procedure attraverso cui l’utente dispone il pagamento. Confondere i due piani significa scambiare la corrente elettrica con l’interruttore: il wallet rende utilizzabile la moneta, ma non ne esaurisce la natura.
Nel linguaggio della scena, l’euro digitale non entra per rubare la parte alle stablecoin bancarie. Entra per ricordare che nessuna rappresentazione monetaria può ignorare il fondamento pubblico della fiducia. È il personaggio che può parlare meno, ma la cui presenza modifica il senso di tutte le altre battute.
Moneta privata regolamentata e moneta pubblica: convivenza, non confusione
Raccontare la trasformazione come uno scontro tra banche e autorità pubbliche sarebbe una semplificazione che denoterebbe una grave ignoranza, ossia il peggiore dei mali, quando viene sdoganata in un story-telling buono solo per – alcuni – social media.
La storia monetaria è già una coabitazione.
Il contante è moneta pubblica; i depositi bancari e la moneta elettronica sono moneta privata; gli strumenti di pagamento consentono ogni giorno di utilizzare queste forme di valore in modo integrato. La novità è che questa coabitazione viene ora trasferita in un habitat digitale, programmabile, transfrontaliero e ad alta intensità infrastrutturale.
In questo nuovo ambiente, le stablecoin bancarie possono svolgere funzioni importanti. Possono offrire una componente monetaria digitale integrabile nei processi di tokenizzazione; consentire regolamenti più rapidi e disponibili in continuità. Possono favorire l’innovazione dei servizi bancari e preservare il ruolo degli intermediari nella relazione con imprese e clientela. Possono inoltre rappresentare una risposta europea alla crescita delle stablecoin denominate in dollari che già hanno conquistato una posizione dominante negli ecosistemi digitali globali.
Tuttavia, la moneta privata regolamentata non deve essere confusa con la moneta pubblica.
Per le applicazioni retail, l’euro digitale presidia l’accesso dei cittadini e delle imprese a una forma digitale di moneta di banca centrale. Per le applicazioni wholesale, cioè all’ingrosso, il tema si sposta verso forme di central bank digital currency (CBDC)[4] o di settlement in moneta pubblica compatibili con infrastrutture di mercato tokenizzate. In questo campo, iniziative e sperimentazioni collegate ai TARGET Services[5] (quali Pontes, proposta dalla BCE) indicano una traiettoria nella quale l’Europa cerca di collegare mercati digitali e regolamento in moneta di banca centrale.
Il punto non è scegliere una sola forma di moneta digitale, ma attribuire a ciascuna il ruolo corretto.
Stablecoin bancarie come EUR.BANK o QIVALIS possono portare efficienza, prossimità al mercato e capacità di innovazione. L’euro digitale può portare fiducia pubblica, continuità istituzionale e presidio della sovranità monetaria.
Le soluzioni wholesale in moneta di banca centrale possono offrire il livello di finalità e neutralità necessario per mercati finanziari sistemicamente rilevanti.
La convivenza, però, va progettata. Se resta affidata alla sola evoluzione spontanea del mercato, può produrre sovrapposizioni, arbitraggi, frammentazioni e conflitti di standard. Se invece viene governata con una logica di architettura, può creare un ecosistema nel quale moneta pubblica e moneta privata regolamentata si rafforzano reciprocamente senza confondersi.
Il rischio europeo: molte scene, nessuna regia
L’Europa è spesso capace di produrre componenti normative e tecnologiche di grande qualità. È meno rapida nel trasformarle in sistemi coerenti.
Nel campo della moneta digitale, questo rischio è evidente.
Ci sono il Regolamento MiCA, il progetto dell’euro digitale, le iniziative bancarie paneuropee, i progetti nazionali, le sperimentazioni sulla tokenizzazione, i depositi tokenizzati, le infrastrutture di mercato, i circuiti di pagamento tradizionali, le nuove proposte sui servizi di pagamento e le tensioni politiche tra le istituzioni europee.
I pezzi sono molti. Ma i pezzi non fanno automaticamente una casa. Servono porte, scale, fondamenta, regole di sicurezza, impianti, vie di accesso e proporzioni.
Fuor di metafora, servono standard di interoperabilità, disciplina chiara degli emittenti, diritti certi per gli utenti, vigilanza coordinata, compatibilità tra infrastrutture pubbliche e private, prevenzione della frammentazione e una visione industriale europea.
Il rischio è costruire molte scene eleganti, ciascuna ben illuminata, ma senza regia.
QIVALIS potrebbe sviluppare la sua architettura. EUR.BANK potrebbe sviluppare la propria. L’euro digitale potrebbe procedere su un altro piano. Le sperimentazioni wholesale potrebbero muoversi ancora altrove. Il risultato sarebbe una prova generale permanente: molte iniziative, molte promesse, ma nessuna rappresentazione compiuta.
La posta in gioco è resa più urgente dal contesto globale. Le stablecoin denominate in dollari hanno già creato una forma di dollaro digitale de facto, liquido (ovvero sintetico), integrato in piattaforme e riconoscibile nei mercati.
Se l’euro non trova una propria forma digitale, liquida, affidabile e interoperabile, rischia di restare una grande valuta nei sistemi tradizionali e una valuta secondaria negli ambienti programmabili. La sovranità monetaria non si perde solo quando cambia la legge. Può indebolirsi anche quando cambiano le infrastrutture attraverso cui il valore circola.
Qui la lezione drammaturgica è semplice: un buon copione non basta se gli attori entrano in scena senza sapere dove guardare, quando parlare e con chi dialogare.
L’Europa ha molti attori credibili. Deve decidere la regia.

Figura 2 – I livelli dell’architettura europea
Conclusione: la moneta digitale come infrastruttura, non come gadget
EUR.BANK è ancora una sperimentazione. Non va celebrata come se fosse già un’infrastruttura matura, né ridotta a un annuncio tecnologico. Il suo valore sta nel fatto che obbliga il sistema bancario italiano a misurarsi con una domanda non più rinviabile: quale ruolo vuole avere nella circolazione digitale e programmabile del valore?
La risposta non dipenderà soltanto dalla capacità tecnica di emettere una stablecoin.
Dipenderà dalla governance, dalla qualità delle riserve, dalla chiarezza dei diritti di rimborso, dalla robustezza dell’infrastruttura, dalla vigilanza, dalla sicurezza operativa e dalla capacità di generare casi d’uso reali.
Dipenderà soprattutto dall’interoperabilità.
Una stablecoin che resta chiusa nel proprio recinto può essere utile, ma non diventa architettura. Una stablecoin capace di dialogare con banche, imprese, mercati tokenizzati, iniziative europee e moneta pubblica digitale può invece diventare un nodo della nuova infrastruttura monetaria.
Il confronto con QIVALIS mostra che l’Italia non è sola in questa ricerca.
Il sistema bancario europeo sta provando a costruire una risposta privata regolamentata alla dominanza delle stablecoin extraeuropee e alla crescente domanda di strumenti monetari digitali utilizzabili nei mercati programmabili. Ma il confronto con l’euro digitale ricorda che la moneta pubblica resta il baricentro fiduciario del sistema. Senza quel baricentro, l’innovazione rischia di trasformarsi in frammentazione; senza innovazione, il baricentro pubblico rischia di restare fuori dagli ambienti nei quali il valore inizierà a circolare.
La vera questione non è dunque se EUR.BANK debba “vincere” contro QIVALIS, o se le stablecoin bancarie debbano competere con l’euro digitale. Il quesito postulato è più esigente: quale ordine monetario digitale vuole costruire l’Europa? Un ordine fatto di soluzioni chiuse, ciascuna protetta dal proprio marchio e dal proprio perimetro? Un ordine dipendente da infrastrutture denominate in altre valute e governate da altri standard? Oppure un ordine nel quale moneta pubblica, moneta privata regolamentata e reti nazionali possano convivere secondo una grammatica comune?
In una celebre formula teatrale, il mondo è un palcoscenico. Nel caso della moneta digitale europea, però, il palcoscenico non è dato una volta per tutte: va costruito.
EUR.BANK entra in scena proprio qui, nel punto in cui la tecnologia smette di essere un effetto speciale e diventa infrastruttura.
Non sappiamo ancora quanto spazio occuperà nel “dramma”. Ma sappiamo già quale conflitto porta con sé: quello tra un’Europa che rischia di abitare infrastrutture monetarie scritte da altri e un’Europa che prova finalmente a scrivere il proprio copione.
Note
[1] MiCA: acronimo di Markets in Crypto-Assets, è il Regolamento (UE) 2023/1114 del 31 maggio 2023, relativo ai mercati delle cripto-attività e che modifica i regolamenti (UE) n. 1093/2010 e (UE) n. 1095/2010 e le direttive 2013/36/UE e (UE) 2019/1937.
EMT: e-money token, token di moneta elettronica che è progettata per mantenere un valore stabile, facendo riferimento a una valuta ufficiale (anche non euro).
[2] DLT: Distributed Ledger Technology, tecnologia a registri distribuiti nella quale le informazioni sono registrate e condivise tra più nodi secondo regole di validazione comuni, basate su un consenso distribuito, governate in modo decentralizzato.
[3] Nel lessico dei servizi di pagamento, lo strumento di pagamento è il dispositivo personalizzato o l’insieme di procedure concordate tra utente e prestatore per disporre un ordine di pagamento, come definito dalla Direttiva (UE) 2015/2366 del 25 novembre 2015, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, che modifica le direttive 2002/65/CE, 2009/110/CE e 2013/36/UE e il regolamento (UE) n. 1093/2010, e abroga la direttiva 2007/64/CE (cosiddetta “PSD2”). PSR indica la proposta di regolamento sui servizi di pagamento nel mercato interno; PSD3 indica la proposta di terza direttiva sui servizi di pagamento e sui servizi di moneta elettronica nel mercato interno.
[4] CBDC: Central Bank Digital Currency, moneta digitale di banca centrale. Può essere retail, quando rivolta al pubblico, o wholesale, quando destinata a operazioni all’ingrosso tra intermediari e infrastrutture di mercato.
[5] TARGET Services: insieme di servizi dell’Eurosistema per il regolamento in moneta di banca centrale e per l’integrazione dei mercati finanziari europei, tra cui T2 e T2S.













