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L’intelligenza artificiale può aiutarci a capire la coscienza?



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La capacità dell’IA di simulare linguaggio e ragionamento riapre il problema della coscienza. La teoria SENSE propone di cercarne l’origine non nella mente isolata ma nelle reti di relazione dove esperienza e riconoscimento costruiscono il sé nel tempo

Pubblicato il 28 lug 2026

Mauro Ferraresi

Professore associato presso l’Università IULM di Milano



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Le neuroscienze la cercano nel cervello. La filosofia della mente la cerca nell’interiorità del soggetto. La psicologia cognitiva la cerca nei processi che avvengono dentro la testa. Tutte discipline serie, con risultati importanti. Ma tutte accomunate da un’assunzione che raramente viene messa in discussione: che la coscienza sia una proprietà privata, biologica, individuale. Qualcosa che sta dentro, e che da dentro genera tutto il resto.

Dall’anima al cervello: dove abbiamo cercato la coscienza

È un’assunzione antica. Cartesio la fissò in modo definitivo nel Seicento separando la res cogitans, la cosa pensante, dalla res extensa, il mondo fisico. Da allora, cercare la coscienza ha significato soprattutto scavare verso l’interno: prima nell’anima, poi nella psiche, poi nel cervello.

Le neuroscienze cognitive hanno compiuto progressi straordinari in questa direzione, mappando correlati neurali, identificando le aree cerebrali associate all’attenzione, alla memoria, alle emozioni. Eppure il problema centrale è rimasto intatto. Perché un sistema fisico, per quanto complesso, generi un punto di vista soggettivo, un “esserci” qualitativo, un sentire dall’interno, nessuna mappatura cerebrale riesce ancora a dirlo. Il filosofo David Chalmers lo ha chiamato “il problema difficile della coscienza”, e difficile è rimasto.

Coscienza e intelligenza artificiale davanti al problema difficile

L’intelligenza artificiale non ha risolto questo problema. Lo ha reso urgente, e lo ha fatto in modo paradossale. Non perché ci convinca che lei stessa sia cosciente, ma perché la sua capacità di simulare pensiero e linguaggio in modo così convincente ci costringe a chiederci: e quella cosa che lei simula, ma che non ha, che cos’è esattamente?

Per decenni la domanda sulla coscienza è rimasta confinata nelle aule universitarie, nei convegni di filosofia della mente, nei laboratori di neuroscienze. Oggi chiunque abbia usato ChatGPT o un sistema simile se la pone, magari senza saperlo formulare, mentre fissa lo schermo e si chiede: ma questa tecnologia comprende davvero quello che sta dicendo?

Per tentare di rispondere bisogna innanzi tutto distinguere tre cose che spesso confondiamo. Il senso è ciò che emerge nell’immediato: il ritmo di una canzone, le parole che riconosci, la melodia che ti colpisce mentre guidi. Il significato è quando quel senso si stabilizza in qualcosa di condiviso e riproducibile: “è una canzone d’amore”, “è degli anni Ottanta”, “parla di perdita e di attesa”.

Chiunque ascolti quella canzone può riconoscerne il significato, anche senza averla mai sentita prima. Un sistema di IA può fare tutto questo, e farlo bene: analizza il testo, identifica il genere, colloca il brano nel suo contesto storico e culturale. Ma la coscienza è altro.

È quando quella canzone ti sorprende in un momento preciso della tua vita, in una macchina, con una persona, in una mattina di settembre, e diventa parte di una traiettoria che è tua e di nessun altro. Emerge qualcosa che, sia pur minimamente, partecipa della formazione del tuo sé e aumenta la coscienza di essere quello che sei.

Qualcosa ti ha cambiato anche solo di un millimetro ma quella funzione, tenere insieme senso e significato in una storia orientata, esposta a conseguenze, ascrivibile a qualcuno nel tempo, non appartiene ai sistemi di IA. Ebbene, proprio questa non appartenenza ci interpella.

Lo specchio tecnologico che rivela ciò che ci rende umani

La pseudo-coscienza sintetica funziona infatti come uno specchio deformante: non riflette la coscienza umana, ma ne rivela i contorni per contrasto. È la prima volta nella storia che abbiamo di fronte qualcosa che fa quasi tutto quello che facciamo noi sul piano del significato, senza avere quello che noi abbiamo.

Tutta la tecnologia umana produce strumenti che potenziano: il martello prolunga il braccio, il telescopio prolunga l’occhio, la scrittura prolunga e stratifica la memoria. E questi strumenti, come ricordava lo storico della tecnologia Melvin Kranzberg con la sua prima legge, non sono positivi, non sono negativi, ma non sono neppure neutri: ci cambiano, riorientano le nostre capacità, ridistribuiscono quello che siamo in grado di fare e quello che dimentichiamo di fare.

Ma con l’IA il salto è di natura diversa. Non si prolunga o mutano le potenzialità di un arto o addirittura di una facoltà mnemonica. Si prolungano le capacità intellettive superiori: il ragionamento, la sintesi, la produzione di linguaggio, la generazione di idee. È la prima volta nella storia che uno strumento tecnologico entra in quel territorio. E questo cambiamento presupposto è inevitabilmente marcato più di tutti i precedenti.

Coscienza e intelligenza artificiale oltre il confine biologico

Le domande che ne derivano non sono astratte. Se la coscienza è una proprietà individuale e biologica, allora l’IA non potrà mai averla, per definizione, ed il confine è netto.

Ma se la coscienza è qualcosa di più complicato, qualcosa che emerge nel rapporto tra corpi, pratiche, relazioni e ambienti, allora il confine diventa molto meno ovvio, e le implicazioni si moltiplicano: per il diritto, per l’etica, per il modo in cui progettiamo i sistemi con cui conviviamo ogni giorno.

La teoria SENSE e l’origine relazionale dell’esperienza

È da questa pressione che nasce SENSE (Social Emergent Network of Situated Experience): una teoria sociologica della coscienza che lavora all’incrocio tra semiotica, sociologia e filosofia della mente. La tesi centrale rovescia l’intuizione comune: la coscienza non è una proprietà della mente individuale, ma è una funzione emergente di reti relazionali.

Non nasce dentro di noi: nasce tra di noi, nello spazio dell’interazione, del riconoscimento, dell’esposizione alle conseguenze. Nello spazio in cui le cose che facciamo insieme producono qualcosa che nessuno di noi potrebbe produrre da solo.

E, solo in seguito, ciò che è emerso si sedimenta nell’intimità del sé, diventando quella realtà irriducibile e privata che chiamiamo “esperienza vissuta”, e che nessun altro può raggiungere dall’esterno.

Le radici teoriche della proposta

Questa proposta non nasce dal nulla. Si appoggia su una lunga tradizione: la fenomenologia di Merleau-Ponty, che ha mostrato come l’esperienza sia sempre incarnata e situata; la sociologia di Bourdieu, che ha mostrato come il corpo porti le tracce del mondo sociale da cui proviene; l’approccio interazionista della sociologia di George Herbert Mead, che in Mind, Self, and Society (1934) ha mostrato come il sé non preceda la relazione ma ne emerga, costruendosi attraverso l’interazione simbolica con gli altri e l’interiorizzazione del loro sguardo; la semiotica di Peirce, che ha identificato il pensiero con il processo del segno e dissolto il confine rigido tra mente e mondo.

Ciascuna di queste tradizioni illumina una parte del problema. Nessuna lo risolve interamente. SENSE è il tentativo di fare il passo successivo: nominare la soglia che nessuno di questi quadri teorici aveva ancora attraversato.

La relazione come condizione generativa

Ma l’idea che la coscienza emerga dalla relazione, e non dall’isolamento, trova radici ancora più lontane e profonde. Si racconta che Federico II di Svevia, nel XIII secolo, avesse condotto un esperimento estremo: far allevare alcuni neonati senza che nessuno parlasse loro, li toccasse con affetto, li guardasse negli occhi. Voleva scoprire quale lingua avrebbero parlato spontaneamente, quella originaria dell’umanità.

I bambini morirono tutti prima di parlare. Non per mancanza di cibo o di cure fisiche, ma per mancanza di relazione. A raccontarcelo è fra Salimbene de Adam da Parma, un frate francescano che nella sua Cronica definì Federico “un uomo pestifero e maledetto, scismatico, eretico ed epicureo”: un testimone apertamente ostile, schierato dalla parte del papato in una delle lotte più aspre del Medioevo tra Chiesa e Impero, tanto che Federico fu scomunicato per ben tre volte.

È possibile, e anzi probabile, che Salimbene abbia amplificato o inventato episodi per screditare l’imperatore. Ma anche come leggenda, quella storia dice qualcosa di vero e di potente: la relazione non è uno sfondo della coscienza, ne è la condizione generativa.

Senza relazione non c’è esperienza, senza esperienza non c’è sé, senza sé non c’è coscienza. La relazione è il luogo in cui la coscienza si forma e si nutre.

Coscienza e intelligenza artificiale nella rete delle relazioni

Questo punto di vista prende posizione contro il riduzionismo neurobiologico e contro l’idea che la coscienza sia tutta dentro la testa. E diventa ancora più necessario oggi: perché l’IA ci ha tolto la scusa di non rispondere.

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