La Commissione europea obbliga Google ad aprire Android agli assistenti AI concorrenti e a condividere i dati delle ricerche online. La Corte di Giustizia restringe lo scudo di responsabilità di YouTube. Apple rinuncia a lanciare Siri AI in Europa. Per i gatekeeper digitali, il Digital Markets Act diventa operativo: cosa sta succedendo?
Indice degli argomenti
Le decisioni della Commissione UE
Il 16 luglio 2026 resterà nella storia del Digital Markets Act come una giornata molto importante. In poche ore la Commissione europea ha adottato due decisioni vincolanti che impongono a Google di aprire Android agli assistenti AI concorrenti e di condividere i dati di ricerca con i rivali; la Corte di Giustizia dell’UE ha stabilito che YouTube può essere ritenuta responsabile dei contenuti pubblicati dai creator con cui ha accordi commerciali. Sullo sfondo, secondo il Financial Times, la prossima settimana potrebbe arrivare una multa separata da centinaia di milioni di euro per il trattamento preferenziale che Google riserva ai propri servizi nella Search e nel Play Store, la più alta mai imposta sotto il Digital Markets Act.
Android: undici funzionalità da aprire ai rivali di Gemini
La prima decisione (caso DMA.100220, articolo 6(7) del DMA) affronta il vantaggio strutturale che Google riserva al proprio assistente AI Gemini su Android, sistema operativo installato sul 60% degli smartphone europei. La Commissione ha identificato undici funzionalità del sistema operativo che Gemini utilizza in esclusiva o con accesso privilegiato, organizzate in quattro categorie: la possibilità di attivare l’assistente con una parola chiave vocale personalizzata; l’accesso ai dati presenti sul dispositivo per offrire suggerimenti proattivi all’utente; la capacità di eseguire azioni concrete attraverso le app e il sistema operativo, come prenotare un ristorante o inviare un messaggio; l’utilizzo delle risorse hardware e software del telefono, compreso il motore di intelligenza artificiale integrato nel dispositivo.
Google dovrà rendere tutte queste funzionalità accessibili ai concorrenti con Android 18, entro il primo agosto 2027. Per la possibilità di avere più assistenti vocali attivabili in parallelo, ciascuno con la propria parola chiave vocale, la scadenza è il 1° agosto 2028. L’interoperabilità deve essere gratuita, documentata, accompagnata da testing e assistenza tecnica. Ogni nuova funzionalità che Google introduce per i propri servizi AI dovrà essere resa disponibile ai terzi contestualmente. L’accesso non può essere condizionato al fatto che il provider diventi l’assistente predefinito del dispositivo. Gli utenti dovranno dare il proprio consenso esplicito.
La Commissione precisa che la decisione non specifica l’implementazione tecnica esatta: fissa gli obiettivi, lascia a Google la scelta ingegneristica, ma si riserva di intervenire se i risultati non sono efficaci.
Search: condivisione dei dati con motori di ricerca e chatbot AI
La seconda decisione (caso DMA.100209, articolo 6(11) del DMA) tocca il cuore del monopolio informativo di Google. Il motore di ricerca dovrà condividere con i rivali, motori di ricerca concorrenti e chatbot AI con funzionalità di ricerca, tra cui esplicitamente OpenAI, dati anonimizzati di ranking, query, click e view, a condizioni FRAND (fair, reasonable and non-discriminatory).
La condivisione inizierà a gennaio 2027, con i dati forniti alla stessa frequenza con cui Google li utilizza internamente, ma con un ritardo di almeno sette giorni dalla query originale. Ciascun beneficiario potrà accedere ai dati per un massimo di cinque anni. I destinatari potranno utilizzarli per migliorare la comprensione delle query, perfezionare il controllo ortografico e alimentare sistemi AI con dati di addestramento affidabili. L’algoritmo di ricerca proprietario resta esplicitamente escluso dall’obbligo.
Il metodo di anonimizzazione prevede un processo multi-livello: gli utenti vengono aggregati in gruppi di almeno mille, i dettagli identificativi rimossi, i record con dettagli rari o sensibili soppressi. La Commissione dichiara di aver sviluppato il metodo in collaborazione con l’European Data Protection Board, in linea con le linee guida congiunte sull’interazione tra DMA e GDPR. Google mantiene il diritto di valutare, prima della condivisione, se un destinatario specifico pone rischi seri di cybersecurity o protezione dati.
Lo scontro
Su questo punto lo scontro è stato particolarmente aspro. A maggio 2026, Sergei Vassilvitskii, distinguished scientist di Google ed esperto di differential privacy, aveva avvertito la Commissione che il red team interno era riuscito a ri-identificare gli utenti dai dati anonimizzati in meno di due ore. La proposta iniziale di Google, peraltro, aveva rimosso tra il 90% e il 100% delle query uniche, una soluzione che la Commissione ha giudicato equivalente a non condividere nulla.
Google ha risposto alla decisione finale con toni netti. Kent Walker, presidente degli affari globali di Alphabet, ha dichiarato che le misure rischiano di compromettere la privacy e la sicurezza di milioni di europei, esponendo le ricerche private a società sconosciute senza adeguata anonimizzazione, senza conoscenza né consenso degli utenti, indebolendo la privacy dei cittadini e mettendo a rischio segreti commerciali e sicurezza nazionale. L’amministrazione Trump ha inquadrato il DMA come una tariffa de facto contro le aziende americane.
Il parallelo Apple: Siri AI non arriverà in Europa
La dinamica Google-Commissione trova un parallelo speculare nel braccio di ferro con Apple. A giugno 2026, Apple ha annunciato che la nuova Siri AI non sarà disponibile su iOS 27 e iPadOS 27 nell’Unione Europea. La ragione dichiarata: l’impossibilità di raggiungere un accordo con la Commissione sulle modalità di conformità al DMA.
Apple aveva proposto un framework denominato Trusted System Agent, un intermediario che avrebbe consentito ad assistenti virtuali concorrenti di accedere alle stesse funzionalità di Siri AI mantenendo protezioni aggiuntive di privacy e sicurezza. Aveva anche offerto un rilascio graduale su 18 mesi. La Commissione ha rifiutato entrambe le proposte.
La replica della Commissione, per bocca del portavoce Thomas Regnier, è stata tagliente: la decisione di non lanciare Siri AI è esclusivamente di Apple, nulla nel DMA vieta di introdurre nuovi prodotti nell’UE; ciò che il DMA vieta è chiudere il mercato, cioè decidere chi può innovare in Europa e quali strumenti AI i cittadini europei possono o non possono usare.
Il risultato pratico è che, mentre ChatGPT, Claude, Gemini e Perplexity restano accessibili via app e web in tutta Europa, l’assistente AI più profondamente integrato nell’ecosistema Apple sarà assente dall’UE per un tempo indeterminato.
YouTube e la responsabilità sugli YouTuber: la sentenza della Corte di Giustizia
Nella stessa giornata del 16 luglio, la Corte di Giustizia dell’UE ha emesso un’altra sentenza che colpisce Google sul fronte della responsabilità delle piattaforme (Causa C-421/24). Il caso nasce da una sanzione di 750.000 euro imposta dall’AGCOM a Google Ireland nel luglio 2022, per video YouTube che promuovevano il gioco d’azzardo online in violazione del Decreto Dignità del 2018.
I video erano stati pubblicati da un content creator legato a Google da un accordo di partnership commerciale che prevedeva la condivisione dei ricavi pubblicitari. Prima di concludere l’accordo, Google aveva esaminato il contenuto dei video, il tema del canale, i video più visti e i metadati.
Google aveva invocato l’esenzione di responsabilità prevista dalla normativa UE sul commercio elettronico per i fornitori di servizi di hosting. La Corte ha stabilito che il gioco d’azzardo è escluso dall’ambito di armonizzazione dell’e-commerce UE per le profonde differenze morali, religiose e culturali tra gli Stati membri. La piattaforma non può dunque avvalersi dell’esenzione in questo caso.
La sentenza non rende le piattaforme automaticamente responsabili per tutti i contenuti caricati dagli utenti. Segnala però che lo scudo giuridico per i servizi di hosting si indebolisce là dove la piattaforma ha legami commerciali più stretti con il creator, conoscenza del contenuto o un ruolo che va oltre la mera archiviazione passiva, un principio destinato a pesare sull’intera economia dei creator.
Il contesto: undici miliardi di sanzioni e una multa in arrivo
Le decisioni del 16 luglio si inseriscono in una sequenza di pressione regolamentare senza precedenti su Google in Europa. Il 2 luglio 2026 la Corte di Giustizia ha confermato definitivamente la multa Android da 4,125 miliardi di euro, chiudendo sette anni di contenzioso. L’8 luglio, il Tribunale Generale dell’UE ha stabilito nei casi Apple la regola di sequencing: i gatekeeper designati non possono contestare gli obblighi DMA in astratto, ma devono conformarsi mentre l’eventuale appello procede. Il che chiude preventivamente la via legale che Google avrebbe potuto tentare per sospendere l’esecuzione delle decisioni del 16 luglio.
Il totale delle sanzioni antitrust UE contro Google si avvicina agli 11 miliardi di euro, la prossima settimana la Commissione potrebbe comminare una nuova multa, la prima sotto il DMA per non-compliance, di centinaia di milioni di euro, legata al self-preferencing nella Search e alle regole del Play Store. Il DMA sta entrando in una fase nuova: non più soltanto indagini e procedure, ma decisioni vincolanti con scadenze precise e sanzioni operative. Il DMA impone ai gatekeeper di aprirsi. Google e Apple rispondono che aprirsi significa esporre gli utenti. Entrambe le parti hanno ragioni e interessi. Il punto è che la Commissione ha smesso di negoziare e ha iniziato a decidere, da qui in avanti sarà l’implementazione, non il principio, a dire chi aveva ragione.















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