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Data center e nucleare, l’incastro che può riaprire la partita italiana


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I data center possono offrire al nuovo nucleare domanda continua e contratti pluriennali, rendendo i ricavi più prevedibili. Ma per finanziare gli SMR servono anche regole chiare, siti idonei, standardizzazione, rete e una corretta distribuzione dei rischi

Pubblicato il 15 set 2026

Diletta Invernizzi

Dipartimento di Ing. Gestionale, Politecnico di Milano

Giorgio Locatelli

Dipartimento di Ing. Gestionale, Politecnico di Milano



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SMR e data center




Per discutere seriamente di nuovo nucleare conviene partire dal suo profilo economico. Una centrale nucleare di grandi dimensioni (superiore al GWe) ha costi operativi in larga parte fissi e “bassi”, fattori di disponibilità elevati e una vita utile di 60 anni o oltre. La difficoltà industriale e finanziaria si concentra a monte: ingenti costi durante gli anni di costruzione. Ciò rende il nucleare difficile da finanziare, sia per il valore assoluto del capitale necessario per una singola infrastruttura (miliardi di euro), sia per il rischio percepito dagli investitori (anni di costruzione e tendenza a ritardo ed extracosti).

La modularità degli Small Modular Reactors” (SMR), ovvero reattori di taglia fino a 300-400 MWe, può contribuire a ridurre il valore totale di investimento sul singolo impianto ed anche alcuni rischi. Reattori di taglia inferiore, produzione seriale di moduli, cantieri più standardizzati e possibilità di sviluppare flotte multi-unità sono elementi rilevanti. Tuttavia, non rendono automaticamente bancabile (ovvero capace di attrarre i fondi necessari) il progetto.

Da qui discende l’importanza della prospettiva. Le prime unità di un programma, le FOAK (First-Of-A-Kind), incorporano l’onere dell’apprendimento: licenza, qualificazione della filiera, interfacce con il regolatore, standardizzazione dei componenti, gestione del primo cantiere. Questi sono “prototipi” che, come tutte le prime unità di una qualunque tecnologia, non possono basarsi solo su logiche commerciali. Le unità dalla seconda alla sesta (BOAK, Between-Of-A-Kind) dovrebbero beneficiare di una riduzione progressiva di tali rischi e costi.

La domanda dei data center e il mercato italiano

I data center entrano in questa discussione per una ragione specifica. Essi presentano caratteristiche particolarmente utili dal punto di vista di un progetto nucleare: domanda elevata e concentrata, profilo di consumo continuo, forte esigenza di affidabilità, capacità di sottoscrivere contratti pluriennali e, nei casi maggiori, elevato merito creditizio. In altri termini, possono trasformare una parte della produzione futura dell’impianto in ricavi più prevedibili. Questo punto non va confuso con l’idea di una centrale “dedicata” in senso semplicistico. Il progetto può restare connesso alla rete, può vendere parte dell’energia al mercato e può essere integrato in una disciplina di sistema. Ciò che conta è la presenza di un acquirente capace di ridurre il rischio percepito dai finanziatori (es. banche) o diventare esso stesso un finanziatore! Nei progetti a elevata intensità di capitale, la qualità del contratto di vendita è spesso tanto importante quanto il livello tecnico della prestazione energetica.

Le richieste di connessione alla rete

I numeri italiani parlano chiaro: le richieste di connessione alla rete presentate dai data center, secondo i dati Terna, sono passate da circa 30 GW a fine 2024 a 69 GW a fine 2025 e a circa 79 GW a gennaio 2026. Ovviamente queste non sono previsioni e alcuni sono investimenti speculativi, ma il confronto con il picco di domanda elettrica nazionale (40-60 GWe a seconda del periodo dell’anno) è utile per capire quanto i data center possano cambiare il mercato nazionale dell’energia elettrica.

Richieste di connessione alla rete associate ai data center e confronto con il picco di domanda elettrica nazionale. Le richieste di connessione indicano interesse industriale e non capacità realizzabile a breve.

SMR e data center negli accordi internazionali

Nel mondo dell’energia elettrica si parla spesso di Power Purchase Agreement (PPA). Come il nome suggerisce, un PPA è un accordo tra due aziende (ad esempio un’azienda elettrica e una proprietaria di data center) in cui viene concordato preventivamente un volume e un prezzo di acquisto per tot anni di un certo bene e servizio, in questo caso energia elettrica. Questo è molto importante, poiché un investitore finanziario, semplificando al massimo, ha bisogno di dati certi su tre elementi:

  • costi di investimento (alti per una centrale nucleare),
  • costi operativi (bassi per una centrale nucleare),
  • ricavi durante la vita utile.

I PPA per impianti esistenti e nuovi SMR

Nel caso di un impianto nucleare, per i finanziatori, un PPA con un acquirente solido (i data center) può assumere il ruolo di garanzia economica indiretta: non elimina il rischio di costruzione, ma riduce l’incertezza sui ricavi. I casi analizzati nella ricerca svolta dalla JRP Nucleare del Politecnico di Milano, vale a dire casi concreti in cui data center hanno siglato accordi con aziende proprietarie di impianti nucleari, mostrano che questa non è un’idea astratta. Quando l’impianto nucleare esiste già, o deve semplicemente essere riavviato, la struttura tende a essere più contrattuale e vincolante: PPA pluriennali, contratti di allocazione di produzione, intese su output esistente. Quando invece il progetto riguarda nuovi SMR o reattori avanzati, l’accordo è spesso di natura preliminare, tipicamente accordi di sviluppo.

Ne deriva una prima indicazione per l’Italia: non ha senso cercare un unico contratto-tipo nucleare vs. data center. La struttura corretta dipende dalla fase del progetto. Per un impianto in esercizio il PPA può sostenere immediatamente i ricavi. Per un nuovo SMR, specie nelle prime unità, il PPA è necessario ma probabilmente non sufficiente. Occorrono strumenti aggiuntivi per trattare il rischio residuo di prezzo, il rischio di costruzione e l’allocazione dei costi infrastrutturali.

Implementare un accordo PPA tra SMRs e data center è quindi un’idea molto interessante, ma che necessita delle giuste attenzioni, tre delle quali discusse qui di seguito.

Rete, siti e raffreddamento

Se si immagina una combinazione tra SMR e data center, occorre definire in anticipo il trattamento regolatorio delle linee ad alta tensione, delle connessioni dedicate, dei potenziamenti di rete e degli eventuali benefici sistemici.

Il tema dei siti si colloca nello stesso ordine di problemi. Un sito idoneo per un SMR non è automaticamente idoneo per un data center, così come un sito adatto a un data center non è automaticamente licenziabile per un impianto nucleare. La co-localizzazione può creare valore, ma solo se non forza requisiti di sicurezza e autorizzazione.

Anche l’eventuale uso del calore del reattore per raffreddare il data center (tramite tecnologie quali i frigoriferi ad assorbimento) va mantenuto nella corretta scala. È un’opzione tecnicamente interessante, soprattutto in campus integrati, ma non può essere la ragione principale dell’investimento. La convenienza dipende da temperatura disponibile, penalità sulla produzione elettrica, efficienza delle macchine, carichi ausiliari, ridondanza e costi di integrazione.

Nuovo nucleare italiano: regole e programma industriale

La prima condizione è un quadro regolatorio leggibile. Non basta riaprire il dibattito nucleare sul piano politico, occorre descrivere il percorso procedurale: autorità competenti, tempi indicativi, gate decisionali, interfacce tra sicurezza nucleare, ambiente, mercato elettrico e infrastrutture di rete. Senza una sequenza istituzionale comprensibile, nessun PPA o altri accordi possono compensare l’incertezza di programma.

Standardizzazione e allocazione dei rischi

La seconda condizione è la standardizzazione. Gli SMR hanno senso economico se il programma consente di replicare unità, contratti, interfacce e responsabilità. Un modello disegnato caso per caso per ogni sito non crea apprendimento; al contrario, ricostruisce a ogni progetto una parte del rischio FOAK. La governance dovrebbe quindi essere pensata a livello di programma, non di singolo impianto.

Infine, l’Italia deve evitare due semplificazioni. La prima è pensare che la domanda dei data center basti, da sola, a finanziare il nuovo nucleare. Aiuta, ma non basta. Aiuta, perché fornisce domanda di ancoraggio, ma non sostituisce regole, siti, licensing e strumenti di capitale. La seconda è immaginare che lo Stato possa rendere bancabile qualunque progetto assorbendo il rischio. Anche questo sarebbe errato. Il problema è allocare i rischi a chi è maggiormente in grado di gestirli: costruzione e performance industriale agli sponsor e ai fornitori; stabilità dei ricavi entro strumenti trasparenti; costi di rete secondo criteri di causalità; rischio regolatorio entro procedure prevedibili.

L’abbinamento tra SMR e data center è quindi interessante perché obbliga a impostare il nuovo nucleare come programma industriale e finanziario, non come mera opzione tecnologica. Il data center offre domanda concentrata, continua e contrattualizzabile. Lo SMR offre capacità stabile e a basse emissioni. La rete e la regolazione determinano se l’accoppiamento produce valore per il sistema o solo per le controparti private.

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