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Digital Networks Act: l’Ue rifà le regole, alle telco la sfida industriale


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Il Digital Networks Act punta ad armonizzare e semplificare le regole europee sulla connettività, intervenendo su fibra, spettro, autorizzazioni, satelliti, sicurezza e Internet aperto. Le reazioni degli stakeholder mostrano però divergenze, mentre la trasformazione delle tlc richiede strategie industriali che vanno oltre la sola regolazione

Pubblicato il 7 ott 2026

Antonio Corda

Of Counsel, ADVANT Nctm

Raffaele Giarda

Partner, ADVANT Nctm



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La proposta di regolamento europeo sulle reti digitali non risolve da sola la crisi strutturale delle telco. Ma mette ordine nelle regole e apre la strada a una trasformazione più ampia dell’ecosistema digitale europeo, che il settore dovrà saper cogliere.

Dai Rapporti Letta e Draghi al Digital Networks Act: le aspettative del mercato

Per capire ciò che il mercato si attendeva dal Digital Networks Act (DNA) occorre partire da due rapporti che, nel 2024, hanno rimesso le infrastrutture digitali al centro dell’agenda europea: il rapporto di Enrico Letta “Much more than a market” e il rapporto di Mario Draghi “The future of European competitiveness”. Entrambi hanno descritto un mercato unico delle telecomunicazioni ancora frammentato in 27 mercati nazionali, con player che faticano a operare oltre confine, a investire e competere con i grandi attori globali. E, soprattutto, hanno riletto le reti non più semplicemente come oggetto della regolazione settoriale, ma come un fattore abilitante della produttività, dell’innovazione e dell’autonomia strategica del continente.

È in questo contesto che, il 21 gennaio 2026, la Commissione Europea ha presentato la proposta di DNA, un regolamento che riunisce e aggiorna in un unico testo un insieme di norme finora distribuite in ordine sparso tra Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche, Regolamento BEREC, Regolamento sull’Internet Aperto e Direttiva e-privacy.

L’ambizione dichiarata è modernizzare, semplificare e armonizzare il quadro della connettività per far ripartire investimenti e competitività, in coerenza con le analisi Letta e Draghi. Forse proprio per questo motivo, sul DNA si sono progressivamente create aspettative in parte più elevate del suo reale mandato: ci si attendeva che il regolamento potesse completare il mercato unico, innescare il consolidamento, riequilibrare i rapporti con gli hyperscaler, trasformare le telco in “orchestratori digitali”. In una parola, che potesse risolvere la crisi strutturale delle telecomunicazioni in Europa, settore gravato da ridotti rendimenti del capitale, dalla necessità di investimenti molto significativi per lo sviluppo delle reti e da una forte pressione competitiva in mercati nazionali ancora frammentati: aspettative non irragionevoli se viste singolarmente, ma che, concentrate su un unico atto di regolazione, hanno finito per generare quasi inevitabilmente una diffusa percezione di frustrazione.

Che cosa prevede davvero il Digital Networks Act: i sei pilastri

Sul piano dei contenuti, il regolamento può essere letto attraverso sei filoni principali.

La transizione dal rame alla fibra

Il primo è la transizione dal rame alla fibra: si prevedono piani nazionali di dismissione delle reti in rame da notificare alla Commissione, con uno switch-off che fino al 31 dicembre 2035 scatta solo dove la copertura in fibra raggiunga almeno il 95% e siano disponibili servizi al dettaglio a prezzi accessibili; dopo quella data l’abbandono diventa obbligatorio nelle zone designate, salvo eccezioni per le aree senza alternativa adeguata.

Lo spettro radio

Il secondo pilastro è lo spettro radio: licenze a tempo tendenzialmente indeterminato, rinnovi quasi automatici, aste “pro-investimento” e una nuova procedura di “mercato unico dello spettro”.

Il “passaporto unico”

Il terzo filone è il “passaporto unico”: un fornitore autorizzato in un Paese potrà operare in uno, alcuni o tutti gli Stati membri sulla base di un’unica conferma, riducendo l’onere delle singole autorizzazioni nazionali.

La connettività satellitare

La quarta direttrice è la connettività satellitare, con un’autorizzazione a livello UE per lo spettro satellitare gestita dalla Commissione e finalizzata a servizi paneuropei e all’integrazione tra reti terrestri e non terrestri.

Resilienza e sicurezza delle reti

Il quinto pilastro è la resilienza e sicurezza delle reti, con un quadro dedicato, un piano di preparazione elaborato dal BEREC e l’allineamento alla cornice di cybersicurezza (NIS2), inclusi cavi sottomarini e satelliti.

Internet aperto e cooperazione nell’ecosistema

Il sesto indirizzo riguarda i servizi, l’Internet aperto e la cooperazione nell’ecosistema: da un lato si aggiornano servizio universale e tutela degli utenti e si codificano i diritti di accesso a un’Internet aperta; dall’altro – tramontata l’ipotesi di un “fair share” obbligatorio perorata dall’industria delle telecomunicazioni – si introducono meccanismi di cooperazione e di conciliazione volontaria per le controversie sull’interconnessione tra operatori di rete e grandi generatori di traffico.

Sul piano degli impatti attesi, la Commissione stima un aumento cumulato del PIL europeo tra 157 e 327 miliardi di euro e una copertura in fibra fino al 98% entro il 2035, con tassi di adozione fino al 78%.

Le reazioni al Digital Networks Act: il coro (non unanime) degli stakeholder

Le reazioni alla proposta sono state numerose e varie.

Il nodo dello switch-off del rame

Il primo nodo è lo switch-off del rame. Il BEREC, l’organismo dei regolatori europei, non ha avallato l’idea di una data obbligatoria al 2035, giudicandola potenzialmente sproporzionata e proponendo un percorso differenziato per Paese: spegnere il rame senza aver prima favorito l’adozione della fibra rischia, secondo i regolatori, di lasciare aree senza rete fissa adeguata, con danni a concorrenza e consumatori e conseguenti possibili rincari. Sul metodo è critica anche Connect Europe (associazione che riunisce le principali telco europee) la quale ha affermato che lo spegnimento obbligatorio configurerebbe un’espropriazione indiretta senza indennizzo, in contrasto con la Carta dei diritti fondamentali (libertà d’impresa e proprietà) e con i limiti dell’art. 114 TFUE.

Non che il fronte industriale sia compatto. In audizione alla Camera, Open Fiber – che ha una rete interamente in fibra – ha difeso lo spegnimento, ricordando che il 2035 non è la data finale ma quella di accelerazione, con conclusione stimata attorno al 2039; FiberCop, che ha una parte significativa della propria rete attualmente in FTTC (fibra misto rame), chiede invece di tornare alla volontarietà. Il FTTH Council Europe sostiene lo switch-off come leva di competitività, ma chiede correttivi, come l’uscita dal perimetro per gli Stati più avanzati che completassero la migrazione prima del 2032.

Internet aperto e “fair share”

Il secondo nodo è l’Internet aperto, intrecciato al dossier “fair share”. Una quarantina di associazioni europee di provider internet, tra cui l’AIIP, ha chiesto di rimuovere le norme sulla cooperazione nell’ecosistema e conciliazione volontaria: in un mercato dell’interconnessione IP che già funziona su base volontaria – e in assenza, secondo gli studi del BEREC, di un fallimento di mercato – quei meccanismi sarebbero superflui e rischierebbero di reintrodurre dalla finestra i “network fees”; le stesse associazioni denunciano inoltre una diluizione del principio di neutralità della rete. Le telco, invece, vedono la questione dal lato opposto: per Fastweb e Connect Europe la conciliazione volontaria è insufficiente a correggere l’asimmetria, regolamentare ed economica, con le grandi piattaforme, e serve un quadro UE vincolante. Anche la Commissione XIV della Camera ha giudicato la conciliazione volontaria generica e insufficiente, ricordando che nel decennio il settore delle telecomunicazioni ha perso circa il 15% dei ricavi e il 35% dei margini. Non a caso, alla presentazione della proposta, Connect Europe e GSMA hanno qualificato il testo come poco ambizioso e non in grado di generare quella trasformazione di cui invece l’Europa necessita.

La gestione dello spettro

Il terzo nodo è lo spettro. Francia e Italia, con una dichiarazione congiunta dei ministri competenti, hanno respinto il rinnovo a tempo indeterminato delle frequenze e la centralizzazione a Bruxelles della gestione dello spettro, incluso quello satellitare: la titolarità delle licenze deve restare nazionale e i rinnovi indeterminati potrebbero falsare la concorrenza, con una possibile cessione di sovranità (tema proposto anche dai governi di Germania, Austria, Ungheria, Slovenia). Anche tra gli operatori le posizioni sono divergenti, con Iliad che ritiene che i rinnovi quasi automatici finiscano per cristallizzare gli squilibri (Iliad detiene un terzo delle frequenze dei rivali), mentre le altre telco accolgono con favore la proposta.

Il Digital Networks Act come primo passo di una trasformazione più lunga

A nostro avviso, invece di chiedersi se il DNA sia un successo o un fallimento, la proposta andrebbe valutata per ciò che realmente è: un regolamento settoriale dal perimetro preciso, con limiti naturali ma anche con un ruolo tutt’altro che marginale. Un regolamento può – a maggior ragione vista la sua efficacia vincolante nei singoli ordinamenti UE anche in assenza di legislazione nazionale di attuazione – armonizzare le norme, chiarire gli obblighi, ridurre la frammentazione e rendere più prevedibile il contesto per gli investimenti; non può, invece, ridefinire da solo gli equilibri tecnologici globali, riformare la politica della concorrenza o riscrivere la struttura industriale del settore.

Se analizzato attraverso questa lente, il regolamento non è privo di disposizioni pragmatiche e realistiche nella loro portata. Il “passaporto unico” riduce una barriera importante ma circoscritta, perché pur agevolando l’accesso al mercato, non elimina (né potrebbe) la specificità nazionale degli obblighi relativi a sicurezza, law enforcement e accesso ai dati che ancora frammentano l’architettura delle reti e i mercati. Il consolidamento resta materia di diritto della concorrenza, non di regolazione settoriale, e il DNA non introduce leve esplicite in tal senso, ma accelera la modernizzazione del quadro regolatorio alla luce della trasformazione tecnologica delle reti, con la transizione dal rame alla fibra e una politica più armonizzata di gestione dello spettro radio. Sul “fair share”, concentrandosi sul peering e rinunciando a pagamenti obbligatori, il regolamento fissa un quadro procedurale senza predeterminare gli esiti, che dipenderanno dai rapporti di forza e dall’attuazione. Infine, la futura presenza in Europa di “orchestratori digitali” di scala globale nascerà da sviluppo degli investimenti e strategie di piattaforma, non potrà essere certo un prodotto diretto della regolazione delle telecomunicazioni.

Semplificazione e convergenza istituzionale

Il contributo più concreto del DNA, allora, è un altro: semplificazione e convergenza istituzionale, ossia maggiore coerenza, stabilità e certezza del diritto, ingredienti tutt’altro che secondari in un settore ad alta intensità di capitale e con lunghi tempi di ritorno sugli investimenti. Il regolamento non cambia la filosofia di fondo – resta la supervisione ex ante basata sul riconoscimento di un significativo potere di mercato – ma ne razionalizza la struttura.

Dalla regolazione alla strategia industriale

Per essere efficace, la nuova base regolatoria più solida deve essere valorizzata all’interno di un’agenda strategica più ampia. In questo senso, tra le tante valutazioni di scenari, il White Paper pubblicato dalla Fondazione RESTART lo scorso gennaio (Fondazione RESTART & Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, 18 gennaio 2026) indica una direzione condivisibile: una più chiara separazione funzionale tra infrastrutture di rete e servizi potrebbe consentire agli operatori europei di specializzarsi – gestendo le reti con logiche di efficienza e stabilità e, al tempo stesso, presidiando i livelli dei servizi, delle piattaforme e dei dati – riposizionandosi così lungo la catena del valore e rafforzando la sovranità digitale europea. Ma questa evoluzione, avverte l’analisi, non può essere imposta per via regolatoria: richiede politiche industriali e dell’innovazione complementari e, soprattutto, scelte deliberate degli operatori privati.

Tornando al DNA, dunque, la proposta della Commissione va letta come la premessa, non la conclusione: è uno strumento di stabilizzazione e abilitazione che riduce alcune frammentazioni e aumenta la prevedibilità e auspicabilmente, dunque, la certezza del diritto, ma il potenziale di trasformazione del settore dipenderà da ciò che verrà costruito dall’industria partendo da questa base. In tal senso, appaiono condivisibili le conclusioni del paper “Una valutazione a freddo del Digital Networks Act e del percorso verso la trasformazione” pubblicato lo scorso aprile su Arel Single Market Lab e basato sul lavoro di Fondazione RESTART e Osservatori Digital Innovation, secondo cui “la rilevanza [del DNA] non risiede nella capacità di produrre una trasformazione sistemica, bensì nel chiarire le basi regolatorie su cui tale trasformazione potrebbe essere costruita”.

La sfida, per usare le parole del dibattito italiano, è far sì che le reti smettano di essere considerate solo infrastrutture e diventino leva di politica industriale, con le telco capaci di evolvere verso servizi digitali avanzati e con gli OTT come possibili clienti, non solo come controparti. Se ciò accadrà, l’Europa avrà trasformato la coerenza regolatoria in rilevanza tecnologica; altrimenti, il rischio è che il DNA resti, sì, un buon quadro di riferimento, ma di ordine formale in cerca di un progetto industriale.

La partita della competitività digitale europea

In definitiva, la discussione sul DNA è destinata a proseguire lungo l’iter legislativo, ma il punto dirimente, oggi, non è tanto quale sarà il testo definitivo della singola norma quanto la capacità del comparto – operatori, istituzioni, autorità di concorrenza, associazioni di utenti e consumatori – di trattare questa riforma come il primo passo di una traiettoria di trasformazione più estesa. È su questa direttrice, non solo sul testo del regolamento, che si giocherà la partita della competitività digitale europea del prossimo decennio.

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