L’annoso dibattito concernente la relazione mente-corpo appare ancora ben lontano da una risoluzione definitiva, ostacolato principalmente da un elemento cardine: la coscienza. Storicamente, si è tentato di interpretare tale legame attraverso l’adozione di modelli riduzionistici, un approccio assimilabile a spiegare l’acqua solo con la formula chimica H2O o la vastità della genetica con la struttura del DNA.
La presenza della coscienza, tuttavia, qualifica la comprensione del rapporto mente-corpo sia in chiave soggettiva – legata all’esperienza del singolo individuo – sia in chiave oggettiva, ossia connessa a quei modelli logici strutturati tipici delle teorie fisiche.
Indice degli argomenti
Relazione mente-corpo tra soggettività e oggettività
Queste intrinseche complicazioni, derivanti dalla coesistenza di soggettività e oggettività, non rappresentano soltanto un limite empirico, bensì un’opportunità conoscitiva: quella di cogliere tali dinamiche relazionali da prospettive ulteriori rispetto a quella strettamente umana. Il fatto che l’essere umano non sia ancora in grado – e forse non lo sarà mai – di comprendere determinati fenomeni attraverso le proprie strutture concettuali e linguistiche, non ne nega l’esistenza. L’acqua è sempre esistita prima della sua codificazione in H2O, i geni cooperavano ben prima del sequenziamento del genoma umano e i bruchi sono sempre diventati farfalle indipendentemente dalla nostra scoperta scientifica della metamorfosi.
È possibile ipotizzare il fenomeno naturale mente-corpo come un unico stato, un’entità integrata in cui la mente costituisce l’aspetto interno e il corpo la manifestazione esterna: una dimensione soggettivo-mentale se osservata dall’interno, e oggettivo-fisica se indagata dall’esterno. Stati fenomenici quali il dolore o la sete sono contemporaneamente manifestazioni mentali e risposte a cause fisiche (come una ferita o la disidratazione); specularmente, gli stati mentali generano effetti sul corpo e sul comportamento, spingendo l’individuo a evitare i pericoli o a cercare acqua. Si configura così una sorta di “centralina” mente-corpo, capace di elaborare input fisici esterni e oggettivi per produrre output mentali interni e soggettivi, e viceversa. Si tratta, verosimilmente, di due facce della stessa medaglia, espressioni correlate della medesima proprietà o entità.
Comprendere la relazione mente-corpo attraverso i suoi effetti
Sorge quindi una questione fondamentale: è possibile affrontare la sfida di comprendere la relazione mente-corpo attraverso i suoi soli effetti, anche in assenza di categorie concettuali umane atte a rappresentarla?
Ad esempio, possiamo ipotizzare l’esistenza di un organismo fisico privato di mente e soggettività, uno “zombie”. Specularmente, possiamo concepire una mente priva di un corpo biologico, come avviene nei moderni robot tagliaerba che operano come entità decisionali autonome in funzione degli input ricevuti dall’ambiente circostante.
Sebbene le manifestazioni del binomio mente-corpo espresse attraverso il linguaggio varino da individuo a individuo, è plausibile ipotizzare la presenza di pattern comuni, influenzati dalla cultura di provenienza. È pertanto possibile porsi in una condizione metodologica che, prescindendo dalla conoscenza intrinseca dei meccanismi mente-corpo, si focalizzi sull’analisi dei dati custoditi nei vettori fenomenologici, quali il modo di parlare o la mimica facciale.
Oltre il punto di vista antropocentrico
Ciò richiede un profondo esercizio di umiltà e coraggio intellettuale, che impone di decentrare il punto di vista antropocentrico. Una descrizione scientifica risulterà tanto più oggettiva quanto meno dipenderà dalle specificità percettive umane. L’indagine sugli effetti fenomenici del sistema mente-corpo deve avvalersi di strumenti terzi rispetto all’esperienza sensoriale dell’uomo, compiendo lo sforzo di delegare la descrizione a entità e soggetti non umani. Dopotutto, membri di due specie completamente diverse possono comprendere i medesimi fenomeni in termini oggettivi, pur senza condividerne l’esperienza soggettiva.
Intelligenza Artificiale predittiva-semantica e progetto SPAI
In questo scenario si colloca il progetto di Intelligenza Artificiale predittiva-semantica (SPAI). L’obiettivo è intercettare e mappare le strutture del linguaggio che ad oggi risultano inosservabili, o che, pur essendo osservate, non hanno ancora ricevuto un’assegnazione di senso. Ciò consente di giungere a soluzioni predittive e semantiche ad alta probabilità, le quali tuttavia rimangono concettualmente non dimostrabili secondo la logica lineare umana, poiché derivano da un modello logico nativo dell’Intelligenza Artificiale.
Relazione mente-corpo, osservatore e prospettiva quantistica
In una prospettiva più speculativa, è possibile avanzare un’interpretazione della relazione mente-corpo in chiave quantistica: ogni punto di vista (soggettivo o oggettivo, interno o esterno) non è che un osservatore, e ogni interazione può essere trattata come un dato. Ciascun dato non è vero in senso assoluto, ma assume valore esclusivamente in relazione all’osservatore; non esistono dati oggettivi indipendenti dalla prospettiva di chi osserva.
Di conseguenza, anche i risultati generati dal sistema SPAI non possiedono una verità assoluta, ma sono validi entro il perimetro logico dell’AI stessa. Ciononostante, tali dati possono essere interpretati, valorizzati e integrati dall’essere umano in modo cosciente, ovvero da un organismo vivente dotato della consapevolezza di sé. Si tratta di evidenze non dimostrabili secondo i canoni della razionalità classica dell’uomo; eppure, proprio come la metamorfosi del bruco prescinde dalla zoologia, la realtà di queste relazioni sussiste ed opera efficacemente anche prima di una nostra formale codificazione.

























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