L’Europa prova a costruire una propria filiera dell’intelligenza artificiale partendo da ciò che ritiene possa distinguerla nella competizione globale: dati industriali, capacità di calcolo, modelli specializzati e applicazioni per imprese e pubbliche amministrazioni. È in questa prospettiva che va letto il primo IPCEI europeo sull’AI, disegnato da 19 Stati membri con oltre 150 progetti e più di 10 miliardi di investimenti attesi.
Più che la dimensione finanziaria, ancora tutta da tradurre in aiuti autorizzati e investimenti effettivi, conta infatti il disegno industriale che emerge: collegare infrastrutture, dati, modelli e servizi in una catena del valore europea dell’intelligenza artificiale.
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L’iniziativa dei 19 Paesi Ue
Il 16 settembre 2026 la Commissione europea ha accolto con favore l’iniziativa di 19 Stati membri che hanno disegnato insieme il primo Importante progetto di comune interesse europeo (IPCEI) dedicato all’intelligenza artificiale. Partecipano Austria, Belgio, Croazia, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria; il coordinamento europeo è affidato alla Germania, come riporta la comunicazione della Commissione.
L’atto politico che ha preceduto l’annuncio è un manifesto comune firmato da ministri e viceministri dei 19 Paesi e reso pubblico dal ministero tedesco dell’Economia e dell’Energia a metà settembre. Nel comunicato del 17 settembre il ministero indica due numeri che danno la misura dell’iniziativa: oltre 150 progetti selezionati nei 19 Stati membri e un volume complessivo di investimenti atteso superiore a 10 miliardi di euro.
Le due cifre vanno lette insieme alla procedura. Gli IPCEI non hanno un fondo europeo: ogni Stato sostiene con aiuti propri le imprese del proprio territorio e la Commissione verifica che quegli aiuti siano compatibili con le regole dell’Unione. Per il progetto sull’AI questa verifica è appena cominciata. Undici Stati membri, quelli che concederanno aiuti di Stato ai partecipanti diretti, cioè alle imprese che realizzano i progetti, hanno annunciato che nel settembre 2026 avvieranno la pre-notifica: la fase preliminare in cui i progetti vengono discussi con la Commissione prima della notifica formale. I 10 miliardi, quindi, non sono aiuti pubblici già autorizzati, ma una stima degli investimenti complessivi attesi.
Che cos’è un IPCEI e perché serve una procedura speciale
IPCEI significa Important Project of Common European Interest, in italiano Importante progetto di comune interesse europeo. Si tratta di uno strumento previsto dalle regole europee sugli aiuti di Stato per sostenere grandi progetti transnazionali di innovazione o di infrastruttura che comportano rischi tecnologici o finanziari elevati e che devono produrre benefici oltre le imprese e i Paesi direttamente finanziati.
Nel mercato unico gli aiuti di Stato alle imprese sono, in linea di principio, vietati: gli IPCEI rientrano tra le deroghe previste dall’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, ed è per questo che ogni progetto deve essere autorizzato dalla Commissione. Nella scheda dedicata agli IPCEI la Commissione li descrive come progetti integrati e transfrontalieri che mettono insieme conoscenze, risorse finanziarie e operatori economici per affrontare fallimenti di mercato o sfide che difficilmente potrebbero essere superati in altro modo. Secondo la disciplina in vigore, adottata nel 2021, un IPCEI deve coinvolgere di norma almeno quattro Stati membri e generare effetti positivi sull’intero mercato interno.
Lo strumento non è nuovo, è già stato usato, tra gli altri ambiti, per microelettronica, batterie, idrogeno e tecnologie cloud ed edge. Nel dicembre 2023, per esempio, la Commissione ha approvato l’IPCEI sulle infrastrutture e i servizi cloud di nuova generazione sette Stati membri, tra cui l’Italia, sono stati autorizzati a concedere fino a 1,2 miliardi di euro di aiuti pubblici, con 1,4 miliardi di investimenti privati attesi.
Che cosa vuole costruire il nuovo IPCEI AI
La Commissione definisce il perimetro in modo ampio: l’IPCEI AI dovrà sviluppare una gamma di servizi di AI decentralizzati e accessibili in modo condiviso e coprire l’intero stack dell’intelligenza artificiale, cioè l’insieme degli strati tecnologici necessari a far funzionare un sistema di AI. Nel perimetro rientrano tecnologie e applicazioni di AI e di gestione della capacità di calcolo, prodotti industriali e servizi che vadano oltre lo stato dell’arte.
Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) rende più concreto questo disegno. Nella pagina dedicata all’IPCEI AI, l’obiettivo indicato è un ecosistema europeo di intelligenza artificiale sovrana capace di coprire l’intera catena del valore: sviluppo e addestramento di modelli di base aperti e competitivi, cioè i grandi modelli generali su cui si costruiscono le applicazioni, inferenza e affinamento, ovvero l’uso dei modelli e il loro adattamento a compiti specifici; fino a soluzioni specifiche per settore. Secondo il ministero l’iniziativa si fonda su soluzioni open source e su ambienti aperti e collaborativi, con casi d’uso destinati sia alle imprese sia alle pubbliche amministrazioni.
I modelli di base fanno parte del progetto, ma non ne sono l’obiettivo finale. Il ministero tedesco, che coordina l’iniziativa, la presenta come un progetto per l’AI specifica di settore: modelli altamente specializzati, pensati per produzione autonoma, logistica, robotica e progettazione industriale, che vanno oltre i grandi modelli linguistici generativi. Il perimetro comprende quindi i diversi passaggi necessari a sviluppare e utilizzare sistemi di AI in contesti industriali, più che la costruzione di un singolo modello europeo da contrapporre ai grandi chatbot statunitensi.
Perché i dati industriali sono al centro del progetto
Uno degli elementi più caratterizzanti dell’iniziativa riguarda i dati. Il Mimit indica come elemento centrale l’accesso standardizzato a dati industriali di alta qualità, strutturati e conformi alle norme europee sulla protezione e sulla sicurezza dei dati.
Nel comunicato del 17 settembre la ministra tedesca dell’Economia e dell’Energia, Katherina Reiche, ha indicato proprio in questi dati il vantaggio strategico europeo: non i dati di consumo, ma la profondità e la precisione dei dati di produzione, delle macchine e dei processi, che a suo giudizio nessun’altra area economica possiede con una qualità paragonabile. Si tratta di una tesi politica e industriale del governo tedesco, non un risultato già dimostrato dal progetto.
Qui si pone il problema operativo: la disponibilità di dati industriali non coincide con la loro utilizzabilità. Per alimentare modelli e servizi, i dati devono essere accessibili, interoperabili, cioè leggibili da sistemi diversi, e sufficientemente strutturati; il loro impiego deve inoltre rispettare vincoli di sicurezza, riservatezza, proprietà e concorrenza. L’IPCEI mette questo tema al centro della catena del valore che intende costruire.
Dai modelli ai servizi: il ruolo dell’AI-as-a-Service
Il Mimit indica anche lo sviluppo di modelli di utilizzo come l’AI-as-a-Service (AIaaS), cioè l’accesso a modelli e capacità di intelligenza artificiale sotto forma di servizio, senza doverli sviluppare o gestire in proprio. L’obiettivo è favorire una diffusione più ampia dell’AI; tra i settori strategici citati figurano energia, telecomunicazioni, difesa, finanza e aerospazio.
Il passaggio è importante perché sposta l’attenzione dalla sola costruzione dei modelli alla loro messa a disposizione come servizi e alla loro integrazione in applicazioni concrete. È su questo terreno che l’IPCEI dovrà dimostrare di saper collegare sviluppo tecnologico e adozione.
AI, cloud, infrastrutture di calcolo e semiconduttori: progetti distinti, filiera comune
L’IPCEI AI non nasce in isolamento. In Italia il Mimit ha avviato le procedure per tre nuovi IPCEI digitali: intelligenza artificiale, tecnologie avanzate dei semiconduttori e Compute Infrastructure Continuum (CIC). Sono iniziative distinte, con procedure e finanziamenti propri, ma riguardano segmenti complementari della stessa filiera tecnologica.
L’IPCEI CIC, per esempio, è dedicato alla costruzione di un’infrastruttura europea di calcolo distribuita, federata e multi-fornitore, dal data center al cloud fino all’edge, cioè all’elaborazione dei dati vicino al luogo in cui vengono generati. Il Mimit lo presenta esplicitamente come complementare alle iniziative sull’AI e sui semiconduttori avanzati. Il collegamento compare anche nella programmazione tedesca: il ministero dell’Economia prevede di combinare l’IPCEI AI, all’interno dell’iniziativa ombrello 8ra, con l’IPCEI Cloud approvato nel 2023 e con un IPCEI sulle infrastrutture di calcolo edge in preparazione.
Ne risulta un insieme di programmi che intervengono, in momenti e con strumenti diversi, lungo una sequenza che va dai semiconduttori alle infrastrutture di calcolo, dal cloud e dall’edge ai modelli, fino ai servizi e alle applicazioni. Non si possono sommare come un unico piano finanziario, ma vanno letti come componenti della stessa politica industriale europea sul digitale.
Lo stesso problema si pone sul versante italiano: ricostruire quante risorse pubbliche siano state destinate alla base tecnologica dell’AI è meno lineare di quanto suggeriscano gli annunci, perché i fondi arrivano da bilancio nazionale, PNRR e programmi europei e una stessa infrastruttura può comparire sotto più cifre e in fasi diverse del finanziamento. Ne abbiamo scritto qualche giorno fa partendo dal decreto Mimit del 18 settembre da 140,2 milioni, per mostrare perché stanziamenti, agevolazioni, quote UE, strumenti trasversali e programmi ancora privi di dotazione definitiva non possono essere sommati tra loro.
Dove entra l’Italia nell’IPCEI AI
L’Italia è uno dei 19 Paesi che hanno partecipato alla progettazione dell’IPCEI AI. Il Mimit ha pubblicato il 17 dicembre 2025 l’avviso nazionale per raccogliere le proposte progettuali delle imprese; i termini si sono chiusi il 30 gennaio 2026.
A livello europeo i progetti nazionali sono poi passati da una fase di matchmaking, in cui le imprese pre-selezionate dai diversi Paesi vengono messe in contatto per formare progetti transfrontalieri. Secondo il ministero tedesco, circa 150 progetti pre-selezionati dagli Stati allora coinvolti sono stati invitati a un evento europeo a Berlino il 10 marzo 2026. Il dato di settembre parla di oltre 150 progetti selezionati nei 19 Stati membri.
Per l’Italia restano aperte due questioni. La prima è finanziaria: la pagina del Mimit dedicata all’IPCEI AI, aggiornata l’ultima volta il 18 dicembre 2025, non indica una dotazione nazionale, e negli aggiornamenti del ministero consultati fino al 29 settembre 2026 non ne compare una. La seconda riguarda la procedura: la Commissione non ha indicato quali siano gli 11 Paesi che hanno annunciato la pre-notifica degli aiuti e le fonti italiane consultate non lo chiariscono. Allo stato delle fonti pubbliche non è quindi possibile attribuire all’Italia né un importo né un ruolo definito in questa fase.
Lo strumento con cui l’Italia ha sostenuto finora la partecipazione delle proprie imprese agli IPCEI è il Fondo IPCEI gestito dal Mimit. Come termine di confronto, per l’IPCEI Cloud il ministero aveva indicato 409 milioni di euro destinati alle imprese italiane: un ordine di grandezza utile per orientarsi, non una stima per l’IPCEI AI.
Come leggere i 10 miliardi dell’IPCEI AI
La cifra indicata dal governo tedesco, più di 10 miliardi di euro di investimenti attesi a livello europeo, è quella che più facilmente viene assunta come misura del progetto. Non equivale però agli aiuti pubblici.
La Commissione spiega che gli IPCEI sono finanziati dai bilanci nazionali e che, allo stato attuale, non esiste un fondo IPCEI centralizzato dell’Unione. Il ministero tedesco ricorda che ogni Stato sostiene i progetti delle imprese del proprio Paese e che i progetti IPCEI sono finanziati in prevalenza da capitale privato: gli aiuti servono a rendere possibili programmi di sviluppo complessi e costosi che altrimenti non verrebbero realizzati.
Il rapporto tra le due componenti, però, può variare molto: nell’IPCEI Cloud gli aiuti pubblici autorizzati, fino a 1,2 miliardi, erano quasi la metà del totale atteso. Per conoscere la dimensione effettiva dell’intervento pubblico nell’IPCEI AI servirà quindi distinguere, Paese per Paese, tra valore dei progetti, investimenti privati, aiuti notificati, aiuti autorizzati e somme successivamente concesse ed erogate. È la stessa cautela necessaria quando si ricostruiscono gli investimenti italiani nell’AI: grandezze diverse non possono essere sommate come se misurassero la stessa cosa.
A che punto è la procedura dell’IPCEI AI
Il 16 settembre la Commissione non ha approvato l’IPCEI AI: ha accolto con favore il disegno del progetto e l’annuncio della pre-notifica. Nella fase che si apre dovrà valutare la conformità dei progetti ai criteri di ammissibilità e di compatibilità previsti dalla disciplina IPCEI. Il lavoro è stato preparato con l’IPCEI Design Support Hub, la struttura istituita dalla Commissione nell’aprile 2025 per aiutare gli Stati a predisporre notifiche conformi alle regole fin dall’inizio, con l’obiettivo di accelerarne l’esame.
Il ministero tedesco definisce la presentazione dei propri progetti alla Commissione, prevista nel corso di settembre, come il primo passo verso l’autorizzazione degli aiuti e indica come obiettivo l’avvio dei progetti nella primavera 2027. È una tempistica comunicata dalla Germania e subordinata al completamento della procedura. Per avere un riferimento, secondo un’analisi dello studio legale Covington negli IPCEI precedenti l’intero percorso di selezione ha richiesto in genere più di due anni, di cui oltre un anno e mezzo per la sola procedura di autorizzazione.
La verifica arriverà dai progetti, non dagli annunci
Il primo IPCEI europeo sull’AI segna un passaggio concreto, ma ancora preliminare. Diciannove Paesi hanno condiviso il disegno di un progetto integrato che va dai dati ai modelli, dalla capacità di calcolo ai servizi e alle applicazioni; undici hanno annunciato che notificheranno aiuti di Stato per le imprese partecipanti. La distanza tra questi due numeri è la prima informazione da tenere presente: per otto dei diciannove Paesi, la partecipazione al disegno comune non si è tradotta, per ora, in un impegno a concedere aiuti.
La seconda riguarda i dati. Il progetto poggia sull’idea che l’industria europea possa trasformare i propri dati di produzione in un vantaggio competitivo. Perché questa idea regga, quei dati dovranno diventare accessibili e utilizzabili tra imprese e Paesi diversi: un risultato che dipende da standard comuni e da accordi tra operatori, non soltanto dalle risorse disponibili.
Nei prossimi mesi le variabili da osservare sono precise: quali progetti verranno autorizzati, quanto aiuto pubblico sarà approvato, quanto capitale privato verrà realmente mobilitato, quali tecnologie saranno sviluppate e con quali tempi arriveranno alle imprese.
Per l’Italia le domande sono due: se il Paese è tra gli undici che hanno avviato la pre-notifica e con quali risorse intende sostenere le proprie imprese. Quando il Mimit pubblicherà questi dati, sarà possibile passare dalla fotografia europea alla misura del ruolo italiano.


























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