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Software made in UE: il piano contro la dipendenza da USA


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La Commissione europea affianca a Microsoft Teams un sistema di comunicazione di riserva basato su Element Pro. Germania, Francia, Paesi Bassi, Danimarca e Italia stanno affrontando lo stesso problema con strumenti diversi: alternative open source, cloud sovrani, piani di uscita e infrastrutture pubbliche

Pubblicato il 8 ott 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



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L’Europa accelera sul piano di indipendenza dal software e cloud USA. Ora se la prende con Microsoft Teams. La Commissione europea vuole poter comunicare anche se il servizio USA diventasse indisponibile. Per questo sta sperimentando Element Pro, una piattaforma basata sul protocollo aperto Matrix e ospitabile sulla propria infrastruttura.

Non è un caso isolato. In diversi Paesi europei la sovranità digitale sta passando dalle dichiarazioni di principio a decisioni operative: creare alternative, evitare che dati e servizi dipendano da un solo fornitore e, soprattutto, sapere come continuare a funzionare se quel fornitore non fosse più disponibile.

Che cosa ha fatto la Commissione europea con Teams

Per capire la notizia bisogna partire da uno strumento che milioni di persone utilizzano ogni giorno. Microsoft Teams è la piattaforma di Microsoft che riunisce chat, chiamate e videoconferenze, condivisione di file e collaborazione tra gruppi di lavoro ed è utilizzata anche all’interno della Commissione europea e continuerà a esserlo.

Bruxelles, però, ha deciso di dotarsi anche di una seconda possibilità.

Secondo quanto riportato da Politico sulla base di una comunicazione interna, durante l’estate la Commissione ha introdotto Element Pro come sistema di riserva di Teams. Non è quindi il nuovo strumento principale dei funzionari europei e non sostituisce Microsoft Teams. Serve a mantenere disponibile un altro canale di comunicazione se quello principale dovesse diventare inutilizzabile. Politico lo ha definito, riprendendo la comunicazione interna, un sovereign back-up to Teams.

L’idea, peraltro, non nasce improvvisamente. Già nel febbraio 2026 un portavoce della Commissione aveva confermato che Bruxelles stava valutando una soluzione basata su Matrix come complemento e sistema di backup degli strumenti di comunicazione esistenti. Ma che cosa sono Element Pro e Matrix?

Element Pro e Matrix: che cosa cambia rispetto a Teams

Element Pro è un’applicazione per la comunicazione e la collaborazione aziendale. Permette di scambiarsi messaggi, organizzare conversazioni di gruppo, effettuare chiamate e condividere informazioni. La differenza importante per la Commissione è ciò che c’è sotto.Element utilizza Matrix, un protocollo aperto per le comunicazioni digitali. Un protocollo, in questo caso, è l’insieme delle regole tecniche che permette a diversi software e server di comunicare tra loro.

Matrix non appartiene a una piattaforma chiusa controllata da un unico fornitore. Le sue specifiche sono pubbliche e organizzazioni differenti possono installare e gestire propri server e propri software compatibili. La Matrix.org Foundation lo definisce un protocollo aperto per comunicazioni sicure e decentralizzate. In termini molto concreti significa che un’amministrazione può gestire il sistema sulla propria infrastruttura anziché dipendere necessariamente dai server e dall’ambiente tecnologico del produttore dell’applicazione. Secondo quanto riportato da POLITICO, è proprio questo uno degli elementi del progetto Element: la piattaforma viene gestita sull’infrastruttura della Commissione. Teams, invece, rimane un servizio Microsoft. Non significa automaticamente che Element sia migliore di Teams. Anzi, le indiscrezioni pubblicate in questi giorni riportano anche critiche di alcuni funzionari europei sull’esperienza d’uso del nuovo strumento. Il punto della scelta è un altro.

La Commissione vuole evitare che l’indisponibilità di un fornitore coincida con l’impossibilità dei propri funzionari di comunicare. Ed è qui che la vicenda apparentemente tecnica di Element Pro diventa parte di una questione molto più ampia.

Che cosa significa, in pratica, sovranità digitale

L’espressione sovranità digitale viene utilizzata da anni in Europa e può assumere significati diversi. Non significa necessariamente produrre in Europa ogni computer, ogni programma o ogni componente tecnologica utilizzata da un’amministrazione. Nel caso dei sistemi informatici pubblici la questione può essere formulata in modo più semplice.

Un’amministrazione è in grado di scegliere chi gestisce i propri dati e servizi? Può cambiare fornitore? Può recuperare i propri dati? Ha un’alternativa se una piattaforma non è più disponibile? Può continuare a funzionare durante una crisi tecnica, commerciale o geopolitica?

Sono domande importanti perché una parte crescente dell’attività delle amministrazioni passa attraverso software e infrastrutture forniti da soggetti esterni. Quando un’organizzazione concentra documenti, posta elettronica, videoconferenze, archiviazione e applicazioni presso pochi fornitori, cambiare diventa progressivamente più difficile.

Si tratta del problema del vendor lock-in, la situazione nella quale abbandonare una tecnologia o un fornitore diventa costoso e complesso perché dati, applicazioni, procedure e competenze dell’organizzazione sono ormai costruiti intorno a quell’ambiente.

La risposta europea non è però uniforme. Alcuni governi stanno costruendo software alternativi. Altri stanno migrando realmente verso soluzioni open source. Altri ancora intervengono soprattutto sul cloud o impongono alle amministrazioni di avere un piano per cambiare fornitore.

Germania: costruire un’alternativa al posto di lavoro Microsoft

Il governo federale tedesco ha scelto di costruire progressivamente un ambiente di lavoro alternativo. Il progetto si chiama Souveräner Arbeitsplatz, cioè posto di lavoro sovrano.

L’obiettivo è offrire alle amministrazioni un ambiente informatico nel quale le principali attività quotidiane, scrivere documenti, condividere file, collaborare, gestire progetti e conoscenze, possano essere svolte attraverso tecnologie maggiormente controllabili e basate su software open source. Per open source si intende software il cui codice sorgente è accessibile secondo le condizioni della relativa licenza e può quindi essere studiato, modificato e distribuito senza dipendere esclusivamente dal produttore originario.

La componente applicativa centrale del progetto tedesco è openDesk, sviluppata e gestita da ZenDiS, il Centro federale per la sovranità digitale della pubblica amministrazione. openDesk riunisce in un ambiente web funzioni di elaborazione dei documenti, gestione delle conoscenze, collaborazione, project management e gestione dei file. Il governo federale non sostiene che openDesk abbia già sostituito Microsoft nelle amministrazioni tedesche. La situazione è più graduale.

openDesk è in sperimentazione presso alcune autorità federali ed è già utilizzato in produzione in alcune aree della pubblica amministrazione. Il traguardo dichiarato è che entro ottobre 2028 l’amministrazione federale abbia a disposizione un’alternativa digitalmente sovrana ai tradizionali workplace proprietari. La parola importante è quindi alternativa. Prima ancora di decidere se utilizzarla ovunque, la Germania vuole fare in modo che l’alternativa esista.

Schleswig-Holstein: dove la migrazione è già cominciata

All’interno della Germania c’è poi un caso molto più avanzato: quello dello Schleswig-Holstein, Land tedesco con circa tre milioni di abitanti. Qui non siamo più soltanto nella fase della costruzione di un’alternativa. L’amministrazione regionale ha avviato una vera migrazione dei propri strumenti di lavoro verso software open source.

Nell’ottobre 2025 è stata completata la migrazione del sistema di posta elettronica: oltre 40.000 caselle, contenenti più di 100 milioni tra email ed elementi di calendario, sono state trasferite da Microsoft Exchange e Outlook alle soluzioni Open-Xchange e Thunderbird. Anche Microsoft Office viene progressivamente sostituito da LibreOffice.

A dicembre 2025 il governo regionale dichiarava che LibreOffice era diventato lo standard per le applicazioni da ufficio e che quasi l’80% delle postazioni, escludendo l’amministrazione fiscale, era già passato alla soluzione open source o stava completando la disinstallazione di Microsoft Office. Restavano però settori nei quali alcune applicazioni specialistiche continuavano a creare dipendenze dai prodotti Microsoft. Si tratta di una distinzione importante. Cambiare una suite da ufficio non significa semplicemente sostituire Word con un altro programma. Negli anni, intorno a Office, possono essere stati costruiti modelli, macro, database, applicazioni, procedure e integrazioni con altri sistemi. Per questo una migrazione completa può richiedere anni. Nel 2026 lo Schleswig-Holstein ha infatti avviato anche la sostituzione delle applicazioni costruite su Microsoft Access e ha avviato il progetto per il passaggio del sistema operativo verso Linux. Il caso mostra concretamente che cosa significhi ridurre una dipendenza tecnologica: non installare un nuovo programma, ma ricostruire progressivamente un intero ambiente di lavoro.

Francia: Tchap prima, LaSuite poi

Anche la Francia sta costruendo strumenti pubblici alternativi, ma attraverso un percorso diverso. Un primo esempio è Tchap, il sistema di messaggistica istantanea della pubblica amministrazione francese. Si tratta di una sorta di chat professionale destinata agli agenti pubblici: consente messaggi, conversazioni di gruppo, chiamate audio e video e utilizzo su più dispositivi. Tchap è progettato e gestito dall’amministrazione francese ed è basato, come Element Pro, sul protocollo Matrix. Secondo la pagina dedicata a Tchap della DINUM, la direzione interministeriale francese per il digitale, viene utilizzato ogni mese da oltre 800.000 agenti pubblici ed è presente in tutti i ministeri e in numerose altre amministrazioni. Tchap è però ormai soltanto un elemento di un progetto più ampio.

La Francia sta sviluppando LaSuite numérique, un ambiente digitale che riunisce strumenti per scrivere documenti, tenere videoconferenze, scambiare messaggi, condividere file e gestire dati. L’obiettivo è fornire ai dipendenti pubblici un insieme coerente di strumenti open source, gestiti con una governance pubblica e ospitati in Francia. LaSuite dichiara oltre 500.000 utenti mensili in 15 ministeri e numerose altre amministrazioni. La strategia francese, quindi, non consiste semplicemente nell’individuare un concorrente europeo di Microsoft 365. Lo Stato sta cercando di costruire un proprio ambiente di lavoro digitale, composto da diversi servizi interoperabili.

Paesi Bassi: se entri nel cloud devi sapere anche come uscirne

I Paesi Bassi stanno affrontando la stessa questione da un’altra prospettiva. Qui il punto centrale è il cloud. Utilizzare un servizio cloud significa affidare dati, applicazioni o capacità di calcolo a infrastrutture informatiche gestite attraverso data center remoti, spesso appartenenti a un fornitore esterno. In pratica il modello sul quale si basano moltissimi servizi utilizzati quotidianamente dalle imprese e dalle amministrazioni.

Nel luglio 2026 il governo olandese ha rafforzato le regole per l’utilizzo del cloud da parte dell’amministrazione centrale. Le amministrazioni che utilizzano servizi di cloud pubblico devono predisporre una cloud strategy, nella quale spiegano perché scelgono quel servizio, quali rischi comporta e come intendono gestirli. Ma per i servizi più importanti compare un obbligo particolarmente significativo: l’exit plan.

Un exit plan è, letteralmente, un piano di uscita. L’amministrazione deve stabilire prima che cosa farà se il servizio cloud dovesse diventare improvvisamente indisponibile: per esempio trasferendosi presso un altro fornitore oppure tornando a gestire direttamente il servizio. Il principio rovescia in parte il modo tradizionale di acquistare tecnologia. Non basta più domandarsi: questo servizio funziona e quanto costa? Bisogna chiedersi anche: che cosa succede quando voglio o devo lasciarlo?

Il governo olandese ha inoltre indicato che, per le attività centrali delle organizzazioni critiche, è sconsigliato l’utilizzo di fornitori soggetti a legislazioni esterne all’Unione europea o allo Spazio economico europeo. Per email e gestione documentale viene invece sconsigliato il public cloud in generale.

In questo caso la sovranità digitale diventa quindi soprattutto capacità di scelta e di uscita.

Danimarca: capire prima da chi si dipende

La Danimarca si trova in una fase diversa. Non risulta una decisione generale del governo danese di abbandonare Microsoft o le altre grandi piattaforme americane. La strategia digitale pubblica 2026-2029 parte però da una constatazione esplicita: la digitalizzazione ha aumentato la dipendenza delle amministrazioni da un numero limitato di imprese tecnologiche e, in alcuni casi, le alternative realmente disponibili sono poche. Il governo e le altre amministrazioni coinvolte intendono quindi analizzare le scelte tecnologiche di alcune autorità pubbliche, aumentare la conoscenza di fornitori e servizi alternativi e favorire maggiore pluralità e concorrenza sul mercato. La legge finanziaria 2026 ha inoltre destinato 80 milioni di corone danesi tra il 2026 e il 2029 a un piano d’azione per la sovranità digitale. Qui la priorità viene ancora prima della migrazione: capire quali dipendenze esistono e quali alternative possono essere costruite.

E l’Italia?

L’Italia sta percorrendo una strada in parte diversa e non sarebbe corretto assimilare direttamente la sua strategia a openDesk o LaSuite. Il principale intervento italiano riguarda infatti soprattutto l’infrastruttura sulla quale vengono conservati ed elaborati dati e servizi della pubblica amministrazione. La Strategia Cloud Italia, elaborata dal Dipartimento per la trasformazione digitale e dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, individua esplicitamente tre obiettivi: autonomia tecnologica, controllo dei dati e resilienza dei servizi digitali. Uno degli strumenti centrali è il Polo Strategico Nazionale, o PSN.

Il PSN è un’infrastruttura cloud ad alta affidabilità destinata a ospitare dati e servizi critici e strategici della pubblica amministrazione italiana. L’obiettivo è garantire livelli elevati di sicurezza, resilienza e autonomia tecnologica per le informazioni e i servizi considerati più importanti. Non è quindi l’alternativa italiana a Microsoft 365, è un altro pezzo dello stesso problema: su quale infrastruttura devono risiedere i servizi essenziali dello Stato e quale controllo deve conservarne la pubblica amministrazione?

Anche la Commissione sta cambiando il modo di acquistare il cloud

Nel frattempo, anche le istituzioni europee stanno traducendo il concetto di sovranità digitale in regole molto più concrete. Nell’aprile 2026 la Commissione europea ha assegnato quattro contratti attraverso i quali istituzioni, agenzie e organismi dell’Unione potranno acquistare fino a 180 milioni di euro di servizi cloud sovrani nell’arco di sei anni. La scelta di quattro fornitori, spiega la Commissione, serve esplicitamente a favorire diversificazione e resilienza ed evitare la dipendenza da un unico provider. Ma l’aspetto forse più interessante è il modo in cui sono stati scelti. Bruxelles ha costruito un Cloud Sovereignty Framework, cioè un sistema per misurare quanto un servizio cloud sia effettivamente sovrano.

Il framework utilizza 48 criteri, raggruppati in otto aree: strategia, aspetti legali e giurisdizionali, dati e AI, operatività, supply chain, tecnologia, sicurezza e conformità, sostenibilità ambientale. La Commissione ha quindi provato a trasformare un’espressione molto politica e astratta come sovranità digitale in una serie di caratteristiche verificabili all’interno di una gara pubblica. La sovranità digitale non è più soltanto qualcosa da inserire in una strategia ma potrebbe diventare un criterio con il quale si acquista tecnologia.

Non è una fuga europea da Microsoft

Messi uno accanto all’altro, questi casi potrebbero suggerire una conclusione semplice: l’Europa si prepara ad abbandonare Microsoft e le altre Big Tech americane. I fatti, almeno per ora, raccontano qualcosa di diverso. Microsoft Teams rimane lo strumento principale della Commissione europea. La Germania sta costruendo un’alternativa, ma non ha sostituito Microsoft in tutta la propria amministrazione federale. La Danimarca sta studiando le proprie dipendenze e le possibili alternative. L’Italia ha concentrato gran parte della propria strategia sull’infrastruttura cloud. Nei Paesi Bassi il punto centrale è assicurarsi che le amministrazioni siano in grado di uscire dai servizi che utilizzano. Soltanto in alcuni casi, come nello Schleswig-Holstein, la sostituzione di determinati prodotti Microsoft è già diventata una migrazione operativa su larga scala. Non sta quindi avvenendo un unico grande esodo dai fornitori americani. Stanno emergendo diverse strategie per evitare che l’utilizzo di quei fornitori si trasformi in una dipendenza senza alternative.

Il vero cambiamento: avere un piano B

È probabilmente questo il significato più concreto delle iniziative che si stanno moltiplicando in Europa. Un’amministrazione può continuare a utilizzare una tecnologia americana e, nello stesso tempo, preoccuparsi della propria sovranità digitale. Le due cose non sono necessariamente incompatibili. La questione diventa quanto controllo mantiene l’amministrazione sulla propria capacità di scegliere. Può recuperare i dati? Può trasferirli? Esistono standard che permettono a software diversi di dialogare? Esiste un secondo fornitore? Quanto tempo servirebbe per cambiare? E soprattutto: se domani il servizio principale non fosse disponibile, l’amministrazione continuerebbe a funzionare?

La decisione della Commissione di affiancare Element Pro a Teams diventa significativa proprio se letta attraverso queste domande. Element Pro non sostituisce Teams e potrebbe anche non raggiungere oggi lo stesso livello di maturità e familiarità per gli utenti. Ma crea una seconda possibilità. La Francia costruisce strumenti propri. La Germania prova a costruire un workplace alternativo. Lo Schleswig-Holstein sta già migrando. I Paesi Bassi chiedono un piano d’uscita. La Danimarca mappa le dipendenze. L’Italia rafforza il controllo sulle infrastrutture che ospitano dati e servizi strategici. La Commissione inserisce criteri di sovranità negli acquisti cloud. Sono percorsi differenti, con livelli di maturità molto diversi.

Ma mostrano un passaggio comune: la sovranità digitale europea sta cominciando a essere tradotta in architetture, software, contratti e procedure operative. L’obiettivo, almeno per ora, non è smettere di dipendere da chiunque. Si tratta di qualcosa di più realistico: evitare di dipendere da qualcuno senza sapere che cosa fare se un giorno fosse necessario farne a meno.

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