Negli ultimi anni, è definitivamente maturato il problema etico della digitalità. È del 2017 il convegno, che si replica ogni anno, organizzato dal Future of Life Institute ad Asilomar, nei pressi della città californiana di Pacific Grove. Fra i ventitré principi sottoscritti dai maggiori esperti mondiali di intelligenza artificiale primeggiano quelli relativi a privacy, democrazia, responsabilità, trasparenza, sicurezza, libertà e condivisione del benessere.
Al documento di Asilomar si deve affiancare il Codice Etico in cui l’Unione Europea, nel 2019, ha fissato le sue linee guida per salvaguardare la centralità dell’uomo e del bene comune in qualsiasi contesto di applicazione dell’IA.
L’intelligenza artificiale è impiegata in un’ampia varietà di campi e applicazioni come la medicina, il mercato azionario, la robotica, la legge, la ricerca scientifica e perfino i giocattoli. Negli Stati Uniti medici e ricercatori stanno studiando e sperimentando l’utilizzo dell’intelligenza artificiale anche nelle cure palliative. Un algoritmo analizza le cartelle cliniche dei malati oncologici più gravi, cronici o terminali, per prevederne il rischio di morte.
Nell’agricoltura l’applicazione dell’intelligenza artificiale ha prodotto un modo nuovo di generare valore. Gestisce app, telecamere e droni. Come nell’allevamento, con gli animali che «trasmettono» a ogni istante la loro posizione e condizione. E con i robot che mungono capre, pecore e mucche.
Indice degli argomenti
Il test di Turing e il dibattito sulle macchine pensanti
Gli algoritmi si possono considerare le sinapsi artificiali del computer, meglio, dell’intelligenza artificiale. Va da sé che la similitudine rimanda all’annoso dibattito filosofico: un computer può pensare? Esistono al riguardo due correnti filosofiche. La prima si basa sul concetto di intelligenza artificiale debole, programmata cioè da regole algoritmiche, mentre la seconda le riconosce la forza dell’autocoscienza.
Aderisco senza esitazione alla prima, ricordando che nel 1950 Alan Turing intervenne sulla questione con un articolo altrettanto famoso di quello del 1936. In Computing Machinery and Intelligence riformulò l’amletico quesito chiedendosi non se una macchina può pensare, bensì se può agire come un umano. E diede una definizione operativa di intelligenza basata su un test comportamentale inventato da lui stesso, l’imitation game, diventato poi «Test di Turing». Un computer «senziente» è Multivac, che abita però nei racconti di fantascienza di Asimov, simile ad HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio.
Il Manifesto di Vienna per l’umanesimo digitale
Un importante invito alla responsabilità individuale e collettiva è fissato nel Manifesto di Vienna per l’Umanesimo digitale. Lo hanno sottoscritto nel maggio del 2019 trentadue fra docenti e ricercatori universitari di Austria, Germania, Italia, Paesi Bassi, Stati Uniti e Svizzera. Non posso fare a meno di ricordare che il termine manifesto, nella costante semantica fra nome e aggettivo, rimanda a contenuti di «indiscussa evidenza». Sicuramente per i suoi firmatari.
Inoltre, è sinonimo di programma. Ancora oggi il Manifesto di Vienna esprime la visione più condivisibile del processo di transizione digitale in atto. Transizione è passaggio da una situazione a un’altra, nuova e diversa. Se il mondo è in fase di transizione, tale condizione può scatenare fughe in avanti utopiche e distopiche. I trentadue firmatari non sono visionari, ma intellettuali che invitano tutti a riflettere e soprattutto ad agire prima che, come spesso è capitato nella storia, sia troppo tardi.
I rischi della digitalità e la responsabilità collettiva
[…] I firmatari dichiarano esplicitamente la loro opzione umanista. Riconoscono, ovviamente, gli straordinari vantaggi della digitalità, ma mettono in guardia dai suoi effetti collaterali pericolosi. Nell’ordine: la monopolizzazione del Web, la diffusione di opinioni e comportamenti estremisti, la perdita della privacy, la sorveglianza digitale.
Il tono è accorato quando denunciano che le tecnologie digitali mettono in discussione il concetto stesso di umanità. Imprescindibile l’impegno, non solo degli scienziati, per gestire il cambiamento epocale che sta investendo le nostre vite, dalle relazioni interpersonali alla cultura, alla questione ambientale. Traspare una profonda inquietudine filosofica per le temute prospettive circa il rapporto fra noi e il sistema delle macchine digitali, attuali e futuribili.
L’innovazione incentrata sull’uomo
[…] Non basta contrastare le nuove ideologie tecnologiche, ma è necessario confermare nei fatti l’indiscussa centralità del soggetto umano, come artefice di qualsiasi innovazione. Perciò,
il nostro compito non è solo quello di contenere gli aspetti negativi delle tecnologie digitali, ma di incoraggiare l’innovazione incentrata sull’uomo. Auspichiamo un Umanesimo Digitale [corsivo mio] che descriva, analizzi e, soprattutto, influenzi la complessa interazione tra tecnologia e persone, per una società e una vita migliori, nel pieno rispetto dei diritti umani universali.
Soggettività e tempo libero nell’era digitale
A sette anni di distanza, nel corso dei quali ne sono successi di fatti digitali, il Manifesto di Vienna mantiene immutata la sua validità come guida per una nuova soggettività che si opponga all’ideologia del postumanesimo. Il futuro, in ogni caso, è quello dell’irreversibile ibridazione fra soggetto e oggetto, che la digitalità generale ha velocizzato in maniera finora inedita nella storia umana.
Da sempre qualsiasi tecnologia ha modificato i comportamenti umani. Fra le conseguenze della digitalizzazione di qualsiasi lavoro (tutto ciò che può essere digitalizzato lo sarà), non è certo trascurabile l’ulteriore dilatazione del tempo libero. Che deve essere riempito, pena l’angoscia.
La sociologia critica, da Adorno a Baudrillard, ha insistito su quanto il capitalismo abbia oggettivamente reso obbligatorio, mercificato e massivo il tempo libero, a dispetto della sua percezione soggettiva. La fruizione eterodiretta, particolarmente nella forma di svago, rientra nella logica dell’economia del consumo anche nell’era del capitalismo della sorveglianza.
L’accordo europeo del 2023 sull’intelligenza artificiale
A dispetto dell’insopportabile retorica globalizzata sulla necessità di disciplinare per legge l’uso dell’IA, qualche importante passo è stato compiuto. Dall’Unione Europea per prima, fra le potenze digitali. Il 9 dicembre 2023 il Parlamento di Strasburgo ha sottoscritto un accordo provvisorio per regolamentarla. Altrove permangono codici di condotta volontari redatti dagli oligopolisti delle grandi piattaforme. La futura legge europea dovrebbe garantire concretamente i diritti dei cittadini utenti contro la molteplicità di abusi digitali che ledono dignità e libertà e privacy.
Saranno vietati sistemi che tentano di leggere le nostre emozioni, manipolare i nostri comportamenti o somministrarci deep fake. Sarà obbligatorio per tutte le piattaforme segnalare le interazioni con interlocutori artificiali. No ai sistemi di sorveglianza biometrica di massa che, come è noto, sono prassi istituzionale in Cina.
Ce n’è naturalmente anche per ChatGPT e altri sistemi artificiali generativi, che dovranno, fra gli altri obblighi, rispettare le leggi sui diritti d’autore. Un apposito ente della Commissione Europea monitorerà e controllerà, in particolare, l’applicazione dell’intelligenza artificiale nei settori del lavoro, dell’istruzione, dell’ordine pubblico. Staremo a vedere.































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