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La fibra c’è, gli abbonati no: cosa blocca le connessioni in Italia


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La fibra ottica in Italia raggiunge ormai circa l’80% delle famiglie, ma meno di tre unità immobiliari coperte su dieci hanno un abbonamento attivo. Ordini in KO, attese, reti interne e dati disallineati alimentano il divario tra copertura dichiarata e connessioni effettive

Pubblicato il 19 ott 2026



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Il divario tra copertura e adozione della banda ultralarga è un tema noto agli addetti ai lavori, ma raramente conquista il grande pubblico. Lo ha riportato al centro del dibattito il Sole 24 Ore, che ad agosto ha messo in fila i dati Agcom sulla distanza tra case raggiunte dalla fibra e abbonamenti attivi e successivamente ha raccolto le segnalazioni di lettori che vorrebbero abbonarsi e non ci riescono. Le segnalazioni raccontano ordini che nessun operatore prende in carico, appuntamenti tecnici saltati, attese di settimane che finiscono in rinunce, pratiche chiuse in “KO” per motivi difficili da comprendere e reclami ad Agcom e ai Corecom rimasti senza riscontro.

Il paradosso è nei numeri. Negli ultimi dieci anni oltre sei miliardi di euro di fondi pubblici, per più della metà provenienti dal PNRR, hanno portato la fibra fino a casa a circa l’80% delle famiglie. Eppure, meno di tre unità immobiliari coperte su dieci hanno oggi un abbonamento attivo. Il mancato take-up non è dunque solo una questione di domanda, perché una parte di chi vuole la fibra non riesce ad acquistarla. Copertura e adozione, peraltro, vengono misurate su basi diverse a seconda della fonte, e ogni confronto richiede cautela.

La copertura della fibra ottica in Italia resta disuguale

Secondo la Relazione annuale AGCom 2026, a fine 2025 la fibra fino a casa raggiungeva il 77,6% delle famiglie, con un aumento di 6,9 punti in un anno. La base di calcolo sono le famiglie intese come households secondo la metodologia europea dell’indicatore di copertura, pari a circa 24 milioni. La Broadband Map di AGCom, che adotta la stessa base, registra un ulteriore avanzamento fino al 79,4% nel primo trimestre del 2026.

La Relazione scompone il dato secondo la classificazione della Commissione europea (sulla base della mappatura Infratel del 2021). Le aree “bianche” sono quelle prive di reti di nuova generazione (NGA) e senza piani di investimento privato nel triennio, cioè a fallimento di mercato. Sono invece “grigie” quelle servite da una sola rete NGA e “nere” quelle in cui operano almeno due reti NGA di operatori diversi. Anche per effetto del susseguirsi negli anni dei diversi piani per la banda larga e ultralarga, dal punto di vista delle condizioni concorrenziali ci troviamo di fronte a “tre Italie”, che vanno al di là della tradizionale articolazione amministrativa.

Fig. 1 – Le tre Italie della banda ultralarga

Fonte: analisi PTS su dati Relazione annuale AGCom, 2026

Circa due terzi della crescita del 2025 sono arrivati dalle aree bianche e grigie, un risultato che la Relazione attribuisce al “ruolo centrale assunto dalle politiche pubbliche” e alla “spinta determinante” dei fondi PNRR. Nelle aree nere, invece, l’estensione della rete resta affidata alle dinamiche di mercato. Ne consegue che le aree bianche, interamente finanziate dal pubblico, sono oggi più coperte delle grigie (nelle quali è comunque disponibile la copertura FTTC e quella FWA).

Nelle aree grigie oltre un terzo delle famiglie non ancora raggiunte, ma sono oggetto del più recente Piano “Italia a 1 Giga” (che prevede il finanziamento delle reti degli operatori privati). Il bando del 2022 metteva a gara 6,9 milioni di civici in 15 lotti, otto dei quali aggiudicati a Open Fiber e sette a TIM. L’obiettivo PNRR è stato in seguito ridotto, rispetto ai 3,4 milioni di civici previsti in precedenza, a 2,69 milioni da raggiungere entro giugno 2026. Ad aprile ne risultavano connessi 2,63 milioni, pari al 97,6% del nuovo obiettivo.

Nelle aree bianche la fibra pubblica cerca abbonati

Le aree bianche mostrano con particolare evidenza la distanza tra rete costruita e rete utilizzata. Il Piano BUL, realizzato da Open Fiber, prevedeva di raggiungere 9,6 milioni di unità immobiliari, di cui 8,2 obbligatorie e 1,4 facoltative, per circa 7,9 milioni in fibra e 1,6 milioni in tecnologia FWA. Secondo l’ultima relazione di avanzamento di Infratel, al 31 agosto 2026 le unità immobiliari in fibra collaudate erano 5,4 milioni, che salgono a 5,6 milioni considerando quelle in collaudo, e i servizi erano commercializzati in 7.130 comuni. Le unità immobiliari con servizi attivi, in fibra e in FWA, erano 927.226, in crescita di oltre il 40% rispetto all’anno prima.

Il dato più significativo riguarda però gli ordini non andati a buon fine. Su circa 1,5 milioni di ordini ricevuti da 314 operatori, 525.840 si sono chiusi con un KO, poco più di un terzo del totale. Il conteggio comprende anche ordini poi ripresentati e attivati, e sovrastima quindi i fallimenti definitivi, ma l’ordine di grandezza resta rilevante.

Infratel attribuisce la maggior parte dei KO a rifiuti dei clienti successivi all’ordine, “in particolare in fase di appuntamento con i tecnici per l’intervento a casa cliente o addirittura in fase di esecuzione dello stesso intervento”. Un’altra causa importante viene individuata nella bassa qualità della toponomastica locale, con indirizzi privi di numero civico che rappresentano circa il 10% di quelli presenti nella banca dati di vendibilità di Open Fiber.

Fibra ottica in Italia, il take-up cresce ma l’FTTC resiste

Il take-up si muove a un ritmo diverso. Secondo l’Osservatorio sulle comunicazioni AGCom. n.2/2026, a marzo 2026 le linee fisse sono 20,5 milioni, una base sostanzialmente stabile (+0,6% in un anno). A dicembre 2025 gli accessi a banda larga erano 19,4 milioni, di cui 16,4 milioni di utenze residenziali e 3,0 milioni di utenze affari. A cambiare è la composizione.

In dodici mesi l’FTTH ha guadagnato 1,2 milioni di linee (+19,7%) e ha raggiunto 7,4 milioni, mentre l’FTTC ne ha perse 829 mila e il rame circa 619 mila. Rispetto a marzo 2022 la fibra fino a casa ha aggiunto oltre 4 milioni di accessi e il rame ne ha persi più di 3 milioni.

L’FTTC resta però la prima tecnologia di accesso, con 8,1 milioni di linee, pari al 39,7% del totale. Quattro linee su dieci viaggiano ancora su una rete in cui l’ultimo tratto, dall’armadio alla casa, è in rame, e il sorpasso dell’FTTH, oggi al 36,1%, è vicino, ma non ancora avvenuto. La seconda dinamica da osservare è l’FWA, che con 2,7 milioni di accessi cresce del 13% e rappresenta il 13,3% della base. Il mercato rimane frammentato: Eolo e TIM detengono ciascuno poco meno di un quarto delle linee FWA, mentre nell’FTTH Fastweb+Vodafone (28,7%) e TIM (27,1%) superano insieme la metà del mercato.

La Relazione annuale indica una causa strutturale del ritardo, perché le famiglie già servite da una tecnologia alternativa adeguata, FTTC o FWA, tendono a non migrare verso la fibra a causa dei costi della migrazione. Una parte del mancato take-up è dunque domanda che si accontenta. L’altra parte, quella raccontata dal Sole 24 Ore, è domanda che vorrebbe la fibra e non riesce ad averla. Sullo sfondo rimane il paradigma della “pigrizia del consumatore”, che tende – in assenza di stimoli molto forti – a mantenere lo status quo, nonostante il potenziale salto di qualità e l’abbassamento delle barriere alla migrazione.

Il ritardo della fibra italiana nel confronto europeo

Il confronto internazionale più aggiornato è il Market Panorama 2026 del FTTH Council Europe, elaborato da IDATE su dati di settembre 2025. Lo studio misura la copertura sul totale delle abitazioni, comprese seconde case e abitazioni vuote, e calcola il take-up come rapporto tra abbonati e unità raggiunte. Le sue percentuali non sono quindi sovrapponibili a quelle di AGCom, ma consentono un confronto omogeneo tra Paesi.

Sulla copertura l’Italia è vicina alla media, con il 72,2% contro il 76,8% dell’area UE27 più Regno Unito. Il divario si concentra interamente nel take-up, che si ferma al 29,9% contro il 54,9%. L’Italia si colloca nell’ultima parte della classifica, davanti soltanto a Malta, Belgio, Germania e Austria. Germania, Austria e Belgio hanno però coperture ancora inferiori al 60%, mentre Malta ha una copertura totale. All’estremo opposto Spagna, Francia e Romania combinano coperture superiori al 90% con take-up oltre l’80%, a dimostrazione che una rete estesa può essere anche una rete utilizzata.

La dinamica italiana è comunque tra le più vivaci d’Europa. Nell’ultimo anno l’Italia è stata terza per nuove unità raggiunte (+2,5 milioni, dopo Germania e Regno Unito) e quarta per nuovi abbonati (+1,2 milioni, dopo Regno Unito, Francia e Spagna). Il problema sta nel rapporto tra i due flussi, perché per ogni due abitazioni raggiunte dalla fibra si è aggiunto un solo nuovo abbonato. Lo studio colloca l’Italia, insieme a Germania, Regno Unito e Polonia, tra i Paesi con il maggior numero di unità raggiunte e non abbonate.

Fig. 2 – L’Italia nel confronto europeo

Fonte: analisi PTS su dati FTTH Council/IDATE, settembre 2025

Fibra ottica e attivazioni, il rimpallo tra gli operatori

La separazione tra chi costruisce la rete e chi vende il servizio emerge chiaramente nell’inchiesta del Sole 24 Ore, che ha posto le stesse domande ai due lati della filiera. Da un lato ci sono Open Fiber e FiberCop, che costruiscono la rete, dichiarano un civico coperto e vendibile e gestiscono l’appuntamento tecnico. Dall’altro ci sono TIM, Fastweb+Vodafone, WindTre e Iliad, gli operatori retail con le quote FTTH più alte, che raccolgono l’ordine del cliente e decidono quanta enfasi dare alla fibra rispetto all’FTTC e con quali differenziali di prezzo. Ne escono due racconti speculari, in cui ciascuno individua la causa del mancato take-up nell’anello che non controlla.

Gli ostacoli indicati dagli operatori all’ingrosso

Per gli operatori all’ingrosso il nodo è l’ultimo tratto. FiberCop spiega che un civico è vendibile quando è servito da un punto di terminazione di edificio, gli apparati sono configurati e le banche dati aggiornate, ricordando la disponibilità degli elenchi di vendibilità continuamente aggiornati sul portale dedicato agli operatori.

Le difficoltà riguardano soprattutto il tratto tra il punto di terminazione e l’unità immobiliare, cioè l’accesso alle parti comuni, le infrastrutture interne non adeguate o ostruite, le autorizzazioni condominiali e le anomalie nel censimento degli edifici. Open Fiber aggiunge le autorizzazioni per attraversare aree pubbliche o private e la regola dei 40 metri nelle aree bianche. Per accelerare l’adozione chiede strumenti di policy ed economici che aiutino gli operatori a sostenere i costi della migrazione dal rame alla fibra pura e, nel medio-lungo periodo, un percorso di switch-off delle reti in rame.

La risposta degli operatori retail

Gli operatori retail rovesciano la prospettiva. Secondo TIM, in vari casi un civico dichiarato vendibile dall’operatore wholesale in realtà non lo è, per motivi comunicati solo successivamente, come banche dati non allineate, cablaggi incompleti, fibra ferma all’ingresso, autorizzazioni mancanti, cavidotti ostruiti o rete satura. A questo si aggiungono tecnici dell’operatore wholesale che non si presentano all’appuntamento. L’intero processo di attivazione FTTH richiede tra 15 e 45 giorni, contro uno o due in alcuni Paesi esteri, e porta a rinunce fino al 20-30% dei casi.

Fastweb+Vodafone non rileva in generale grandi problemi nelle grandi città e nelle aree grigie, dove stima comunque KO tecnici del 3-5% (principalmente fibra che non raggiunge l’edificio o per ostacoli all’interno dell’edificio), ma segnala negli ultimi mesi ritardi dovuti alla gestione del processo e un numero di KO più alto nelle aree bianche, dove la fibra è spesso lontana dalle case.

Per WindTre la vendibilità del civico non coincide sempre con l’immediata realizzabilità del collegamento, e in alcune aree l’incidenza dei limiti dell’infrastruttura wholesale può arrivare al 30%. Iliad, che ha sempre puntato solo sulla fibra FTTH, osserva che la copertura dichiarata non garantisce l’attivazione effettiva e conferma le difficoltà riscontrate all’interno degli edifici, chiedendo di distinguere tra civici coperti, civici effettivamente vendibili, unità immobiliari raggiungibili e connessioni attive. Aggiunge che le condizioni economiche all’ingrosso dovrebbero incentivare maggiormente la migrazione verso l’FTTH “invece di rappresentare un deterrente”.

Ciò che manca nelle risposte è altrettanto significativo. Nessun retailer menziona la propria leva commerciale, che il Sole 24 Ore indica invece come determinante nelle scelte dei consumatori e nessuno entra nel merito strategie relative all’FWA (citate da TIM), che offrono sulla propria catena tecnologica. D’altro lato, nessun operatore wholesale entra nel merito dei tempi di attivazione o degli appuntamenti mancati denunciati dai clienti. Entrambi i fronti convergono su un solo punto, la qualità dei dati, senza che nessuno se ne assuma la responsabilità.

Fibra ottica in Italia, una responsabilità senza destinatario

Fino a pochi anni fa la risposta sarebbe stata scontata. Il problema era l’ex monopolista, proprietario della rete e al tempo stesso primo concorrente dei propri clienti all’ingrosso, e la regolazione aveva un bersaglio preciso. Oggi quell’incumbent integrato non c’è più, perché la rete fissa di TIM è passata a FiberCop e la filiera è divisa tra chi costruisce e chi vende. Se ciascun anello indica nell’altro la causa del mancato take-up, la domanda diventa un’altra. Cosa si può fare concretamente e con quali strumenti? Torneremo sull’argomento nella prossima puntata.

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