C’è un aspetto del dibattito pubblico in tema di energia che spesso viene trascurato: il suo legame intrinseco con l’evoluzione tecnologica. Con il mutare delle tecnologie cambiano le forme di utilizzo e le modalità di produzione: il nucleare di nuova generazione, per citare un caso evidente, rappresenta un’energia tradizionale generata mediante soluzioni del tutto rinnovate.
Aggiungo un ulteriore elemento che va tenuto in considerazione: in Italia circa due terzi dei consumi energetici complessivi fanno capo al settore produttivo. La maggior parte di queste aziende è costituita da piccole e medie imprese, e un numero significativo di esse appartiene al comparto ad alto consumo energetico.
Indice degli argomenti
Dall’efficienza energetica alle decisioni operative
Un recente studio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha analizzato gli effetti che una capillare applicazione dell’intelligenza artificiale potrebbe produrre sull’efficientamento e sulla riduzione dei consumi di questo comparto.
Le rilevazioni dell’AIE evidenziano che l’impiego dell’intelligenza artificiale nelle attività primarie delle industrie leggere — il cui modello produttivo è sovrapponibile a quello del tessuto manifatturiero italiano — permette di conseguire un risparmio energetico compreso tra l’8% e il 10%. Integrando l’IA con altre tecnologie digitali dedicate all’efficienza, il miglioramento della produttività energetica può arrivare fino al 28%.
A fronte di un quadro internazionale incerto e di scelte di politica energetica nazionale che richiedono – come nel caso del nucleare – tempi lunghi per essere operative, l’azione immediata per imprese e istituzioni risiede nell’efficientamento. È il passaggio da una politica concentrata quasi esclusivamente sull’offerta di energia a una politica capace di intervenire anche sulla domanda.
La priorità diviene quindi comprendere in che modo le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale possano supportare le aziende nel ridurre i consumi e ottimizzare i processi.
IA nei processi produttivi: il divario tra adozione e potenziale
In Italia, l’intelligenza artificiale trova oggi spazio in circa il 16-17% delle imprese. Un’analisi più approfondita mostra tuttavia come, all’interno di questo gruppo, soltanto il 3% circa — una percentuale in linea con il contesto europeo — impieghi l’IA nei processi produttivi core. Nella maggior parte dei casi l’adozione si arresta a funzioni secondarie o di supporto, come il marketing, la contabilità, la comunicazione o la gestione dei clienti. Eppure questo è il salto che andrebbe fatto.
L’IA può analizzare in maniera continuativa i consumi di una macchina, prevedere quando un impianto sta lavorando in condizioni inefficienti, regolare climatizzazione e illuminazione in funzione dell’utilizzo effettivo degli ambienti, ottimizzare percorsi logistici, programmare produzione e manutenzione, coordinare accumuli e autoproduzione, individuare anomalie che un controllo tradizionale difficilmente vedrebbe.
In altre parole, può trasformare migliaia di dati di difficile lettura in decisioni operative che possono tradursi in riduzioni anche importanti dei costi energetici.
Ridurre i consumi per tagliare i costi e restare nelle filiere
In termini economici, infatti, i due terzi dei consumi energetici attribuiti alle imprese equivalgono a un valore complessivo di circa 100-110 miliardi di euro. La spesa energetica incide mediamente per una quota compresa tra l’8% e il 10% sui costi aziendali totali. Ridurla, efficientandone il consumo, significa produrre di più allo stesso prezzo.
Accanto alla dimensione economica, esiste poi una fondamentale questione di posizionamento strategico sui mercati internazionali. L’applicazione delle direttive europee e dei criteri ESG impone ormai ai grandi gruppi industriali e alle committenze estere di rendicontare la sostenibilità dell’intera catena di fornitura. Per il Made in Italy, ridurre i consumi attraverso l’intelligenza artificiale non significa soltanto alleggerire i costi in bolletta, ma proteggere la propria reputazione e conservare la presenza all’interno delle filiere globali del valore, dove il rispetto degli standard ESG è diventato un vero e proprio requisito di accreditamento e competitività.
Energy manager di rete e competenze per le PMI
Mentre le grandi realtà industriali hanno inserito da tempo la figura dell’energy manager nella propria organizzazione, le piccole e medie imprese incontrano maggiori difficoltà ad adottare soluzioni analoghe. Una risposta percorribile consiste nell’introdurre figure professionali condivise, come energy manager di rete, posti a servizio di consorzi o distretti. Si tratta di un bacino composto da decine di migliaia di aziende energivore che, pur non essendo soggette ad obblighi normativi di diagnosi o gestione, trarrebbero un giovamento diretto da un percorso guidato di efficientamento e digitalizzazione, con una riduzione potenziale dei consumi certamente significativa.
A frenare questo percorso è tuttavia anche un evidente problema di competenze: le analisi del sistema Excelsior di Unioncamere indicano infatti che quasi la metà delle ricerche di profili tecnici specializzati nella transizione energetica e digitale riscontra serie difficoltà di reperimento sul mercato. In questo contesto, la figura dell’energy manager di rete potrebbe trovare un canale privilegiato di formazione e reclutamento nella rete degli ITS Academy territoriali, creando un ponte concreto tra l’alta formazione tecnica e le esigenze operative dei distretti industriali.
Investimenti pubblici per l’efficienza di lungo periodo
La capacità di risposta del settore privato non esclude tuttavia la necessità di interventi pubblici orientati alla sostenibilità energetica. Se misure congiunturali — come il calmieramento dei prezzi al distributore — rispondono all’esigenza di stabilizzare il clima sociale, le politiche di sviluppo richiedono un orientamento agli investimenti di medio e lungo periodo.
La questione centrale diventa quindi individuare gli strumenti più adatti a sostenere finanziariamente la transizione tecnologica delle imprese.
A differenza delle riduzioni temporanee dei prezzi, legate alle fluttuazioni di mercato o a interventi fiscali di breve durata, l’efficientamento strutturale dei processi produttivi garantisce infatti una riduzione dei consumi stabile e permanente nel tempo.
































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