La localizzazione dei dati è oggi uno degli aspetti che le organizzazioni valutano con maggiore attenzione. Per imprese, pubbliche amministrazioni e operatori di settori regolamentati rappresenta ormai un elemento strategico, capace di incidere sulla sicurezza, sulla continuità operativa e sulla capacità di competere sul mercato internazionale.
La crescente instabilità geopolitica, l’evoluzione delle normative europee e la diffusione dell’intelligenza artificiale stanno spingendo le organizzazioni a interrogarsi con maggiore attenzione su dove siano conservati i dati, su chi possa accedervi e su quale ordinamento giuridico ne regoli il trattamento. In questo scenario, il cloud sovrano offre un modello infrastrutturale progettato per garantire controllo, trasparenza e prossimità: “Offrire ai propri clienti un’infrastruttura sovrana è sicuramente oggi un fattore di competitività per operatori e provider, c’è grande attenzione a dove si trovano i dati e a chi vi può accedere”, commenta Paolo Zani, direttore Innovation Hub di Retelit.
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Cloud sovrano: perché la localizzazione dei dati diventa un fattore competitivo
Il vantaggio competitivo deriva dalla combinazione di più fattori. Da un lato, le aziende possono rispondere alle esigenze di clienti particolarmente sensibili alla protezione delle informazioni. Dall’altro, possono contare su infrastrutture vicine agli impianti e agli utenti finali, riducendo la latenza e migliorando le prestazioni delle applicazioni.
La prossimità dei data center assume un’importanza particolare nel settore manifatturiero, dove sistemi di automazione, analisi in tempo reale e manutenzione predittiva devono elaborare rapidamente grandi quantità di dati. Anche pochi millisecondi possono fare la differenza in processi che incidono direttamente sulle linee produttive: “In settori come, per esempio, il finance o la PA o altri, critici, è determinante, sul fronte tecnologico, della sicurezza e della compliance – spiega Zani -. Dal punto di vista tecnologico avere le infrastrutture in Italia offre una latenza bassa e, in ambito industriale, questo è un valore aggiunto perché ci sono applicazioni con effetti diretti sulle catene di produzione che hanno bisogno proprio di una latenza molto bassa e quindi la prossimità del data center agli impianti è un beneficio”.
Protezione dei dati aziendali, cosa dicono le norme
La sovranità digitale si inserisce in un quadro normativo europeo sempre più articolato. Il GDPR ha introdotto principi rigorosi sul trattamento delle informazioni personali, ma oggi le imprese devono confrontarsi anche con regole dedicate alla resilienza informatica, alla sicurezza delle reti e alla continuità dei servizi digitali: “Sul GDPR tutte le imprese stanno lavorando da anni, ora si richiedono adeguamenti anche ad altre normative come Nis2 e, per il settore finanziario, Dora, oltre all’AI Act”, precisa Zani. E non si tratta solo di adempimenti formali, perché questi regolamenti impongono alle organizzazioni di valutare i rischi legati ai fornitori, alle infrastrutture e alle dipendenze tecnologiche. Diventa quindi necessario conoscere l’intera catena di gestione del dato: dalla rete attraverso cui transita fino al data center in cui viene conservato, passando per le piattaforme utilizzate per elaborarlo.
Per le aziende, anticipare questi requisiti significa ridurre il rischio di interventi correttivi successivi, spesso costosi e complessi, e poter dimostrare a clienti, autorità e partner che i dati sono gestiti secondo criteri verificabili e coerenti con gli standard europei.
Compliance, resilienza e continuità operativa nell’era del cloud
Un’infrastruttura sovrana deve essere progettata sin dall’origine tenendo conto dei requisiti di sicurezza e conformità. La compliance non può essere aggiunta in un secondo momento, ma deve essere integrata nell’architettura, nei processi operativi e nei sistemi di controllo: “Il cloud sovrano è compliant by design: predisporre un’architettura cloud sovrana richiede l’adeguamento agli standard di mercato e alle norme. Quindi è una garanzia di sicurezza per il cliente, può avere la certezza di disporre di un’infrastruttura certificata e compliant”, precisa Zani.
Inoltre, il vantaggio si misura anche in termini di resilienza e capacità di garantire la continuità operativa. Fattori che sono legati anche alla capacità di limitare le dipendenze da soggetti esterni e di mantenere il controllo operativo in situazioni di crisi. Conservare dati e applicazioni critiche all’interno di infrastrutture nazionali può ridurre l’esposizione a interruzioni, restrizioni o cambiamenti normativi legati a Paesi terzi. Questo non significa, tuttavia, abbandonare completamente il cloud pubblico. Il modello destinato a prevalere è quello ibrido, nel quale le organizzazioni scelgono l’ambiente più adatto in base alla criticità dei dati e delle applicazioni.
L’approccio ibrido infatti permette di combinare controllo e flessibilità. I workload strategici possono essere collocati in ambienti sovrani, mentre i servizi meno sensibili possono continuare a beneficiare della scalabilità e dell’ampiezza funzionale offerte dagli hyperscaler: “Applicazioni critiche o dati strategici potranno essere posti in un cloud sovrano, per cui si avrà certezza di come saranno gestiti, dall’altra potrò continuare a usare un cloud pubblico per altri sistemi”.
Dal rischio geopolitico alla governance digitale: il nuovo ruolo delle imprese
La priorità, però, è anche organizzativa. La sovranità digitale è diventata una questione di governance aziendale. Se in passato la scelta dell’infrastruttura cloud era spesso considerata una responsabilità quasi esclusivamente tecnologica, oggi coinvolge direttamente la direzione generale, i responsabili della compliance, i risk manager e i consigli di amministrazione: “Dalla nostra esperienza emerge che la sovranità digitale è sull’agenda di tutti i CIO, c’è chi lo declina in modo più semplice, cercando di essere certo che misure di sicurezza e residenza del dato siano garantiti, chi invece osserva la questione da una prospettiva più ampia, anche geopolitica. Ma il tema della sovranità digitale ora si è spostato verso il board – spiega Zani -. Il CIO riceve indicazioni sulla direzione da intraprendere e sugli elementi da rispettare in tema di sovranità, sulle azioni da compiere per concretizzare la sovranità digitale”.
La gestione del dato diventa così parte della strategia di rischio. I vertici aziendali devono definire quali informazioni siano essenziali, quali dipendenze siano accettabili e quali garanzie debbano essere richieste ai fornitori. Il CIO mantiene un ruolo centrale nell’implementazione, ma opera all’interno di direttive definite a livello di board.
La stessa logica vale a livello nazionale. La disponibilità di reti, data center e competenze locali consente di rafforzare l’autonomia tecnologica e di preservare la capacità di erogare servizi essenziali anche in presenza di tensioni internazionali.
I consigli di Retelit
Il punto di partenza per costruire una strategia di cloud sovrano, consiglia Zani, è la conoscenza del patrimonio informativo aziendale. Non tutti i dati hanno infatti lo stesso valore e non tutte le applicazioni richiedono il medesimo livello di protezione. Classificare dati e applicazioni consente di adottare un modello proporzionato, evitando sia di non proteggere in modo adeguato le risorse strategiche sia di applicare vincoli eccessivi ai sistemi meno critici. La scelta del partner deve inoltre considerare l’intera infrastruttura, comprendendo rete, data center, servizi cloud, sicurezza e gestione operativa: “La prima azione necessaria è la classificazione del dato. Il cliente deve capire quali applicazioni sono critiche e strategiche per poi decidere dove posizionarle. Importante rivolgersi a partner nazionali, ma che non offrano solo una soluzione cloud ma un’infrastruttura sovrana completa, un servizio end-to-end, per fare una scelta totalmente basata sull’ecosistema sovrano”.
Retelit propone questo approccio, “un’infrastruttura del tutto sovrana. Inoltre, grazie ad accordi di partnership strategici siamo in grado di offrire anche soluzioni di cloud ibrido che uniscono i nostri servizi Cloud a quelli degli hyperscaler”, precisa Zani. Il cloud sovrano non rappresenta quindi un’alternativa isolata rispetto agli ambienti pubblici, ma un componente di un ecosistema più ampio. La capacità di integrare infrastrutture nazionali e piattaforme hyperscale permette alle imprese di conservare il controllo sugli asset strategici senza rinunciare all’innovazione, alla scalabilità e alle funzionalità avanzate del cloud globale.
Articolo realizzato in partnership con Retelit
































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