Una giornata nera quella di ieri per le Big Tech, per quanto accaduto sia nella giornata di Borsa – un “bagno di sangue” per Alphabet-Google come l’ha definito The Economist – sia nell’after-hours trading, dopo la presentazione che il mercato non ha particolarmente apprezzato delle trimestali di Amazon e Intel. Una giornata nera che potrebbe prolungarsi a oggi, ritiene WSJ: “Stock Market Today: Intel Stock Crashes Premarket (- 25%) as Tech Selloff Extends – Earnings from the chipmaker and Amazon further stoke fears around AI trade”.
Le incertezze sul futuro dell’AI – più specificamente su una crescita della domanda finale di servizi AI in grado (per dimensione e tempi) di garantire adeguati ritorni agli enormi investimenti in infrastrutture AI da parte, in primo luogo, degli hyperscalers – che avevano provocato una caduta dei valori delle “tech” a metà mese ma apparivano smorzate dopo l’iniezione di fiducia data dall’annuncio del prossimo IPO di Anthropic – sembrano essere in ripresa. Ed è interessante notare come le fluttuazioni dei valori tendano a essere sempre più estreme: con giganteschi “selloff” di titoli all’apparire di segnali interpretati come negativi, ma anche con giganteschi acquisti non appena appaia qualche segnale – anche piccolo – ritenuto rassicurante, con un impatto sempre maggiore di questi movimenti sull’economia e sulla finanza mondiale: chi vende i titoli tech spesso si rifugia, come si è visto recentemente, nei “treasuries” statunitensi e viceversa.
Con un impatto altrettanto importante del crescente ricorso al debito, che prima veniva finanziato dalle hyperscalers con i propri free cashflow (ora sempre meno sufficienti): un ricorso al debito, ovunque ci siano soldi disponibili (sempre più spesso anche in Europa), che va in gara con le esigenze degli altri settori dell’economia e con il (ri)finanziamento del debito pubblico.
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Il “bagno di sangue” di Alphabet-Google
Perdere mezzo trilione di dollari – ovvero 500 miliardi di dollari – di capitalizzazione in una sola giornata di Borsa era riuscito sinora solo a Nvidia: non per colpa di una trimestrale inferiore alle attese e/o fonte di paure per il futuro, ma per l’apparizione all’orizzonte nel gennaio 2025 di DeepSeek, che con le sue prime dichiarazioni aveva fatto apparire come assolutamente non indispensabili, per costruire un buon modello AI di frontiera, i costosissimi microprocessori di Nvidia.

Ieri 29 ottobre come detto è stata la volta di Alphabet-Google, che ha perso il 12,29% portandosi a un valore di 3,45 trilioni di dollari: una caduta secca, dopo una discesa più graduale iniziata dopo il 9 maggio di quest’anno, quando aveva raggiunto il suo massimo storico a quota 4,81 trilioni e sembrava avviata a superare i 5 (impresa riuscita solo finora a Nvidia e a Apple); un calo complessivo nel giro di poco meno di 6 mesi di ben 1,36 trilioni, ossia del 28,3%.
Perché questo “bagno di sangue”? I numeri che appaiono nella trimestrale
- 127,6 miliardi di dollari di ricavi (+ 25% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno),
- 40,6 miliardi di “operating income” (+ 30%),
- 26,2 miliardi di “net income” (dopo aver sottratto gli 8,7 miliardi di perdita di valore della quota detenuta in SpaceX),
farebbero probabilmente la gioia di qualunque altra impresa. Ma, oltre a essere alcuni di essi inferiori alle aspettative degli analisti, le inquietudini del mercato nascono da numeri più di dettaglio, quali:
- il rallentamento del tasso di crescita dei ricavi del “search advertising”, in calo per il secondo trimestre di fila, dovuto alla crescente popolarità delle ““AI mode searches” (come noto molto meno monetizzabili ma introdotte da Google per non lasciare spazio agli aspiranti concorrenti quali OpenAI),
- il passaggio da un free cash flow nel passato costantemente positivo, solitamente in parte dedicato al riacquisto di azioni proprie, a un free cash flow per il secondo trimestre di fila negativo: un fatto destinato presumibilmente a ripetersi e acuirsi in linea con l’aumento del capex (previsto pari a 202 miliardi a fine 2027 e superiore ai 300 nel 2027).

L’accoppiata fra la prospettiva di ridimensionamento del suo estremamente profittevole business storico e dell’impegno crescente – giudicato rischioso – nei data center e nel cloud in generale sono quelli che hanno fatto dire a WSJ, nel sottotitolo dell’articolo che annunciava la caduta, che lo scontento del mercato per i risultati trimestrali mette in risalto le tensioni per il passaggio di Google da “search colossus” a “AI hyperscaler”.
È una caduta che prelude a una perdita di peso definitiva fra le Big Tech quella di Alphabet-Google? Non faccio scommesse, ma sono d’accordo con chi ritiene che la strategia “full stack” da essa scelta, di presenza in tutte le fasi della filiera dell’AI, e il prestigio di cui tuttora gode presso il mondo finanziario (ben visibile dalla liquidità recentemente raccolta per bilanciare i free cashflow negativi che l’attendono nei prossimi anni) le diano una grande flessibilità per le scelte future. WSJ a tale proposito ha affiancato alla notizia dello “Stock’s Worst Day Ever” un articolo intitolato “Alphabet Still Has the Ingredients to Win in an AI Pullback – The tech giant is no longer loved by investors, despite its many advantages” e un qualcosa di simile ha fatto FT-Lex con l’articolo “Google is eating itself — but it could still eat everyone else too. Leadership in the AI race can be won, lost and won again at speed”, riaffermando il concetto che la gara per la leadership nell’AI è ancora aperta per Google.
Nonostante la crescita record del 39% del suo cloud AWS Amazon scontenta il mercato e contribuisce all’atmosfera di “tech selloff” che fa scendere il Nasdaq 100 del 2,6%

Non delude il mercato allo stesso livello di quella di Alphabet-Google, ma anche la trimestrale di Amazon rende poco felici gli investitori, che all’apertura di oggi 30 ottobre fanno cadere il titolo e la capitalizzazione del 5,5%. In un contesto di “tech selloff”, che vede il Nasdaq 100 perdere il 2,6% e vede i risultati particolarmente deludenti di Intel puniti con un – 29%, Questo nonostante la crescita record dei ricavi del suo cloud AWS (leader mondiale) del 39%, a 46 miliardi di dollari e un “net income” di 20 miliardi. Ma il free cashflow molto negativo, l’impegno ad accrescere ulteriormente il capex per salvaguardare la leadership mondiale nel cloud, le previsioni deludenti per le vendite natalizie del suo eCommerce, rendono negativo – come detto – il giudizio complessivo.
È Microsoft che scontenta meno il mercato
Microsoft è quello che scontenta meno il mercato, con la crescita del suo cloud Azure, con l’attenzione a mantenere sempre positivo il free cashflow, con la sua offerta di incentivazione all’uscita a 60mila dipendenti.
Perché “scontenta meno”? Perché dopo una salita del titolo sino al 4% subito a valle della presentazione il 28 ottobre, il titolo non ha avuto nessun premio, è anzi sceso di valore anche se di poco: – 0,16%.
I numeri più interessanti:
- 92,28 miliardi di dollari i ricavi del trimestre, + 19% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente e superiore alle aspettative di 90,62 miliardi
- il 48% di crescita dei ricavi del cloud Azure, che hanno contribuito a ridurre i timori degli investitori sui ritorni delle infrastrutture AI.
- un profitto ldi 36,63 miliardi, contro i 27,75 precedenti (la definizione di profitto di Microsoft differisce da quella di “net income”).
Anche il progetto di riduzione incentivata del personale è visto positivamente, perché libera risorse utilizzabili per le infrastrutture AI.
































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