In due settimane è successo tutto quello che serve per capire a che punto siamo. Il 14 ottobre la presidente del Consiglio ha detto al Senato che l’ETS, il mercato europeo delle quote di CO2, va sospeso o modificato radicalmente. Il giorno dopo l’amministratore delegato di Eni ha chiesto di congelarlo «fino a che non si trovi una quadra» tra Ucraina e Golfo. Al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre l’Italia si è schierata con Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia; Finlandia, Svezia e Danimarca hanno risposto con una lettera in cui l’ETS è «il motore principale della transizione». Risultato: nessuna sospensione, ETS2 confermato al 2028, tutto rinviato alla Commissione.
Poi il Parlamento europeo ha fatto da solo. Il 22 ottobre, con 474 voti a favore e 82 contrari, ha approvato quasi 100 milioni di quote gratuite in più per l’industria da qui al 2030; il Consiglio ne aveva chieste 121. Il giorno prima Consiglio e Parlamento avevano trovato l’accordo su una modifica «mirata» della riserva stabilizzatrice: la soglia oltre la quale le quote in eccesso vengono cancellate sale da 400 a 700 milioni. Una correzione fuori dalla revisione generale, decisa in fretta, perché i capi di Stato l’avevano chiesta.
Fuori dal Parlamento, intanto, l’Europa protesta, e protesta sempre più duramente, contro il caro vita: in Italia i tir fermi dalla Calabria alla Sicilia, le ambulanze in corteo a Pisa, i tassisti davanti al ministero. Il motore del caro vita è il costo dell’energia, elettrica e termica, e quel costo dipende da molti fattori congiunturali, le guerre in Ucraina e in Medio Oriente prima di tutto, ma anche, e non poco, dalle politiche ambientali europee. La quota di CO2 viaggia tra 85 e 88 euro, e c’è chi scommette che quest’inverno supererà i 100, perché il gas caro riporta il carbone nelle centrali. E proprio oggi, 3 novembre, a Taranto si apre la fase degli interrogatori nell’inchiesta sull’ex Ilva, dove tra le ipotesi della Procura compare anche una presunta frode legata alle quote di CO2. Siamo alle indagini e vale la presunzione di innocenza; ma basta la cifra ipotizzata, oltre 300 milioni di euro, per capire quanto valgono quelle quote di cui tutti parlano.
Chi è di destra guarda questi fatti e conclude che l’ETS è una follia da abolire. Chi è di sinistra conclude che l’ETS è sotto attacco e va difeso com’è. Hanno torto entrambi, per ragioni opposte, e questo è il punto da cui parte questa rubrica.
Indice degli argomenti
Primo dogma: l’ETS non c’entra con le bollette
C’entra eccome. Chi lo nega fa un favore a chi vuole abolirlo. A 86 euro la tonnellata, una centrale a gas, che emette circa 0,37 tonnellate per megawattora, incorpora nel prezzo dell’elettricità tra 25 e 30 euro al megawattora di CO2. Con un prezzo all’ingrosso che a ottobre ha oscillato tra 210 e 230 euro, la CO2 pesa il 12-15% del prezzo dell’energia. In bolletta il peso dipende da quanto il prezzo dell’energia conta sul totale: per una famiglia, dove metà della bolletta è fatta di oneri, trasporto e imposte, la CO2 vale il 6-7%; per un’industria energivora, che paga l’energia meno ma quasi senza oneri, la stessa CO2 pesa oltre il 10% del costo. Sono soldi veri, e la gente che protesta non si sbaglia.
Si sbaglia sul colpevole. Il costo della CO2 in bolletta non è il mercato: è la tassa. Dal 2013 il settore elettrico compra all’asta il 100% delle quote che gli servono, e il ricavato va al bilancio dello Stato: nel 2024 le aste hanno fruttato 38,8 miliardi in Europa, 2,6 dei quali incassati dall’Italia. Nel disegno originario le quote venivano assegnate gratuitamente, in misura decrescente, e l’incentivo restava intatto: chi emetteva meno vendeva il surplus, chi emetteva di più lo comprava, i soldi passavano da un’impresa all’altra e restavano nel sistema a premiare chi riduceva. Con le aste i soldi escono dal sistema, e lo Stato li redistribuisce dove decide la politica. Il segnale di prezzo è rimasto; l’efficienza del mercato no. È quello che chiamo da anni cap-tax-and-trade: un mercato che si è trasformato in un tributo a prezzo variabile.

Proventi delle aste EU ETS e prezzo medio di clearing, 2013-2024. Fonte: Carbon Market Outlook 2025, Energy & Strategy Group, Politecnico di Milano, su dati EEX

Proventi delle aste per Stato membro, 2024 e 2025 previsionale (milioni di euro). Fonte: Carbon Market Outlook 2025, Energy & Strategy Group, Politecnico di Milano, su dati EEX
Secondo dogma: l’ETS non si tocca
È la risposta dei nordici, delle associazioni ambientaliste e di una parte della Commissione. Peccato che quello che difendono non esista più. Un sistema in cui ogni volta che il prezzo sale si aggiungono quote gratuite, si alza la soglia della riserva, si rinviano le scadenze e si rimborsano i costi indiretti alle imprese con i soldi delle aste, cioè si collettivizza il costo che il mercato doveva attribuire, non è un mercato: è una tassa con il rubinetto in mano al legislatore. Ottobre lo ha dimostrato: 100 milioni di quote in più, 300 milioni di soglia in più, tutto approvato in tre giorni e con maggioranze trasversali. Fratelli d’Italia e Partito Democratico hanno votato la stessa cosa e l’hanno rivendicata entrambi. E c’è un dettaglio che nessuno dice: i target non sono cambiati. Le quote in più che si distribuiscono oggi sono quote che mancheranno domani, perché il tetto complessivo al 2030 e al 2040 resta quello. Questi correttivi tamponano male il breve periodo e lasciano un cratere nel futuro.
E qui sta il paradosso. L’ETS è l’unico pezzo della decarbonizzazione europea che ha funzionato. In Italia le emissioni degli impianti ETS sono scese del 49% dal 2005, da 226 a 115 milioni di tonnellate, e il perimetro ETS è in traiettoria con il taglio del 55% rispetto al 2005 previsto per il 2030. Ha funzionato, si noti, anche negli anni in cui le quote erano gratuite e il prezzo era una frazione di quello attuale: il risultato lo ha portato il mercato, non la tassa. Il passato però non è una garanzia per il futuro, e il futuro, con queste regole, è quello descritto sopra. Fuori dall’ETS, il disastro. Lo Zero Carbon Policy Agenda 2025 dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, a cui CO2 Advisor contribuisce, lo dice con i numeri: l’Italia ha ridotto le emissioni complessive del 28,7% rispetto al 1990, deve arrivare al 55% in cinque anni, e per farlo dovrebbe tagliare 23 milioni di tonnellate l’anno contro le 11-12 attuali. Nel 2024 abbiamo speso tra 100 e 127 miliardi sui cosiddetti pilastri della decarbonizzazione (rinnovabili, efficienza energetica, riqualificazione degli edifici, mobilità elettrica) per ridurre circa 11 milioni di tonnellate: circa 10.000 euro per tonnellata evitata, contro gli 86 euro che costa una tonnellata nell’ETS. Per centrare il 2030 a questo costo servirebbero 1.400 miliardi, l’equivalente di venticinque anni dell’intera spesa pubblica italiana per investimenti. Impossibile, e non per colpa del clima.

Emissioni verificate degli impianti ETS in Italia, 2005-2024 (MtCO2e). Fonte: Carbon Market Outlook 2025, Energy & Strategy Group, Politecnico di Milano, su dati Union Registry, GSE, Eurostat
Ed è qui che il conto diventa politico. Ogni euro raccolto e speso male allontana la popolazione dagli obiettivi di tutela dell’ambiente e del clima. C’è un limite di sopportazione oltre il quale nessuna politica regge, e lo si supera più in fretta se viene meno la percezione che il resto del mondo stia facendo la propria parte. Non si può chiedere di soffrire oggi in nome di un futuro migliore e soltanto probabile. Non esiste una decrescita felice: la decrescita, lo vediamo proprio in questi giorni, è sofferenza, rabbia e instabilità.
Il bambino e l’acqua sporca
Ecco il bambino e l’acqua sporca. L’acqua sporca sono le aste, i rimborsi, i pilastri-silos, gli incentivi che finanziano consumi, il catechismo per cui ogni tecnologia va imposta per legge. Il bambino è lo strumento che riduce le emissioni al costo più basso: un mercato con un tetto, quote assegnate gratis come regola e non come eccezione, e la possibilità di comprare riduzioni dove costano meno, in Europa e fuori, come previsto anche dall’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Perché il problema dei gas climalteranti non è locale: una tonnellata di CO2 emessa in Italia produce esattamente gli stessi effetti di una emessa in Australia, e l’innalzamento delle temperature e gli eventi estremi che ne derivano colpiscono le stesse aree, che l’emissione sia nostra o di altri. Pagare mille volte il prezzo di mercato per evitarla in casa non è ambizione, è spreco. Gratis non vuol dire senza regole: l’ETS ha un sistema di monitoraggio, rendicontazione e verifica tra i più rigorosi che esistano, ed è proprio per questo che una quota gratuita non è un regalo ma un bene contabilizzato al centesimo.
Se non si riporta l’assegnazione gratuita a sistema di base e non si riduce drasticamente il peso delle aste, la sospensione arriverà comunque, per via politica, appena la pressione sociale diventerà incontenibile. E con la sospensione moriranno insieme la tassa e il mercato. Lo dicevamo già anni fa: senza una correzione tempestiva, a implodere non sarà solo l’ETS, ma il consenso attorno all’Unione europea, con conseguenze ben peggiori di una bolletta. Avremo buttato via tutto.
Perché questa rubrica
Il dibattito sul clima si è ridotto a due tifoserie: chi vuole mercificare il clima è un criminale, chi vuole tassare l’aria è un pazzo. In mezzo c’è un’enorme quantità di persone che vorrebbero capire quando una politica merita di essere sostenuta e quando va combattuta, e non trovano nessuno che glielo spieghi con i numeri. Perseverare su strade fallimentari è quello che voglio evitare, e io, l’eretico, userò questo spazio per quello: niente decrescita, niente negazionismo, ma la strada per correggere il tiro prima di buttare via il bambino con l’acqua sporca.
Il calendario aiuta. Questa settimana a Rimini apre Ecomondo, dove si vendono le tecnologie che dovrebbero farci arrivare al 2030; dal 9 novembre ad Antalya la COP31, dove l’Europa andrà a chiedere agli altri l’ambizione che ha appena limato in casa propria. Ne parleremo nelle prossime puntate.































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