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Open data, che fine ha fatto l’attivismo civico

La “spinta” dell’attivismo civico attorno agli Open Data si è ridotta un po’ ovunque, sia in Italia che altrove. Diversi i fattori che hanno provocato la frenata, tra i quali le difficoltà di interazione e la poca chiarezza a riguardo dei ruoli di ciascun attore coinvolto

Pubblicato il 13 Giu 2018

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Le diverse implicazioni etiche che troviamo nel movimento Open Data hanno sempre avuto un’importante componente legata all’attivismo digitale. Non è quindi un caso che in Italia le tematiche relative agli Open Data si siano diffuse e propagate grazie ai ‘civil servant’, agli attivisti e agli ‘evangelist’ prima ancora di entrare nell’agenda dei vari governi che si sono succeduti.

Possiamo dire che l’attenzione verso gli Open Data nasce quindi grazie ad una forte spinta ‘dal basso’, sulla scia di quanto stava accadendo un po’ ovunque nel mondo dopo il rilascio negli Stati Uniti del portale DataGov da parte dell’amministrazione Obama (2009) e a seguire di quello del Regno Unito. In Italia, grazie anche ai Barcamp di InnovatoriPA, alle “non conferenze” di ForumPA, alla visione della Regione Piemonte che anticipa tutti e rilascia il proprio portale di dati pubblici, gli Open Data trovano subito terreno fertile per arrivare rapidamente all’attenzione del governo centrale.

“Innovare senza permesso” è stata la parola d’ordine di quel periodo. E in tanti hanno/abbiamo fatto proprio così.

Dati pubblici, i tre attori che presidiano il terreno

Quello che si è sviluppato negli anni successivi ha visto sostanzialmente tre tipologie di attori presidiare il terreno dei dati pubblici e spesso interagire tra loro. Gli attivisti, spesso organizzati in community o nel ruolo di ‘civil servant’ all’interno della PA, Il governo centrale con le Pubbliche Amministrazioni e in qualche modo le imprese. Dico “in qualche modo”, perché in tanti si aspettavano che il mercato potesse sin da subito riusare, mettere a frutto e “monetizzare” i dati che man mano venivano resi pubblici.

Il mercato e la scarsa qualità dei dati

Cosa ovviamente non vera a causa di vari motivi riconducibili essenzialmente alla tipologia dei dati pubblicati, alle modalità utilizzate per produrli, ma soprattutto alla scarsa “qualità” dei dati disponibili. Tempestività, regolarità nella pubblicazione dati, granularità del dato, copertura territoriale, utilizzo di metadati standard sono solo alcuni elementi di qualità che però necessitano di una revisione, spesso profonda, dei processi interni di produzione dati, processi che nelle PA spesso erano completamente inesistenti.

Questa è una criticità ancora oggi non del tutto risolta, come ho avuto modo di raccontare quando abbiamo parlato del piano triennale per l’informatica nella PA. Non potendo quindi sfruttare le potenzialità legate al riuso dei dati pubblici, varie aziende hanno trovato una posizione decisamente più “comoda” fornendo servizi per supportare le PA essenzialmente nella fase di rilascio dei dati sui vari portali Open Data.

Open data, attivismo civico in frenata

Non c’è dubbio che la “spinta” dell’attivismo civico attorno agli Open Data si sia ridotta un po’ ovunque, sia in Italia che altrove. Un indicatore può essere sicuramente il numero e il tipo di iniziative che confluiscono all’interno dell’International Open Data Day (quest’anno si è celebrato in tutto il mondo nella giornata del 3 marzo). Vale la pena dire che all’estero questo tipo di evento è tipicamente molto poco istituzionale. Tanti workshop guidati da Civic Hackers appartenenti alle proprie community di riferimento e poche conferenze. In Italia le cose sono andate decisamente in modo diverso. Quest’anno gli eventi hanno cambiato contenitore, spostandosi all’interno della Settimana dell’Amministrazione Aperta, ma hanno anche e soprattutto cambiato pelle. Scuole, Camere di Commercio, Comuni che in passato ospitavano e magari patrocinavano gli eventi ora sono diventati a loro volta gli organizzatori.

È il segno che le tematiche legate agli Open Data sono state in qualche modo “assimilate” e che cominciano a diventare una cosa “normale” all’interno di varie attività della PA, almeno nella concezione più elementare.

L’attivismo civico e le comunità funzionano molto bene quando si tratta di portare all’attenzione e fare lobby su tematiche in genere nuove e dalla forte valenza innovativa ed etica. Con gli Open Data è andata esattamente così. Ma quando qualcosa comincia ad attecchire, l’attivismo civico comincia a guardare avanti, ai passi successivi, ad obiettivi più impegnativi che possano consolidare e magari far crescere quanto iniziato. Sono obiettivi che richiedono, però, una PA matura e consapevole del proprio ruolo, che dovrebbe essere quello di migliorare costantemente la governance di questi processi.

La difficile interazione tra i diversi attori

In questi anni sono stati rilasciati prima il CAD, poi il nuovo CAD, le linee guida per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico, il terzo Action Plan e tutte le attività legate ai vari tavoli del Forum nato in seno all’Open Government Partnership, il piano triennale per l’informatica nella PA. Hanno tutti uno o più pezzi che riguardano gli Open Data e va detto come i vari attori che hanno gestito le varie iniziative abbiano sempre tentato di coinvolgere in qualche modo gli stakeholder, tra cui le comunità di attivisti. Potersi sedere con la PA, interloquire e partecipare ai lavori dei tavoli (reali o virtuali) che via via sono stati attivati su Open Data è stato sicuramente un successo. Ma va anche detto che l’interazione non è stata, e non è tutt’ora, sempre semplice. I motivi possono essere tanti, ma forse quello più evidente è la poca chiarezza a riguardo dei ruoli di ciascuno.

Partecipazione e (mancato) compenso, i rischi

La partecipazione ha un costo, lo abbiamo sempre sottolineato. Partecipare richiede un grande sforzo che non è ovviamente retribuito. Il “compenso” dovrebbe essere costituito dalla possibilità reale di generare impatto attraverso la co-progettazione. La PA offre invece consultazione. Con l’effetto che quello che si sta verificando è la lenta e progressiva distruzione del capitale sociale. Che andrebbe invece salvaguardato.

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