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La logica multidimensionale e multidisciplinare necessaria per la rivoluzione industry 4.0

La digitalizzazione dei processi produttivi riguarda tutti gli ambiti dell’economia, dal commercio all’industria, dal turismo all’artigianato, fino alla pubblica amministrazione. Nessuno è (ne può essere) escluso. Abbiamo appena cominciato a concepirne gli impatti. E a prepararci al cambiamento

Pubblicato il 07 Feb 2017

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La logica multidimensionale e multidisciplinare necessaria per la rivoluzione industry 4.0

Il manifatturiero (ma non solo) sta vivendo una metamorfosi. Ma se guardassimo ai suoi processi di trasformazione solo attraverso una prospettiva economica, tecnologia o organizzativa non riusciremmo a coglierne appieno le valenze. Serve, invece, una logica multidimensionale e multidisciplinare, perché solo in questo modo saremo in grado di comprendere le direzioni del cambiamento. Sotto questo profilo, Industry 4.0, l’Internet degli oggetti (IoT), le stampanti 3D, piuttosto che il cloud manufacturing, costituiscono lo spunto per questa ridefinizione. Sono il paradigma di un nuovo sviluppo. E rappresentano una duplice discontinuità rispetto al recente passato. Da un lato, sono la nuova frontiera del manifatturiero e raccontano dei processi di metamorfosi dell’industria di fronte a nuovi scenari competitivi. Le cui ricadute si manifestano in diverse direzioni. Si pensi, ad esempio, alla gestione delle risorse umane e al capitale culturale e professionale; ai meccanismi di regolazione dello sviluppo locale e dei distretti industriali; alle relazioni del sistema produttivo col territorio. Dall’altro lato, chiedono di elaborare nuove categorie analitiche, criteri diversi per analizzare i fenomeni. Forse anche la necessità di inventarne di nuovi utilizzando parole diverse, come la fabbri-gitale: ovvero dove l’industria, il digitale e i servizi terziari si fondono generando un’altra organizzazione. Danno vita a un nuovo soggetto, a nuove forme di funzionamento e organizzazione, che richiedono chiavi di lettura diverse. Per essere comprese e rappresentate.

Il mese di settembre scorso l’allora Governo Renzi e il Ministro Calenda hanno presentato il Piano Nazionale “Industria 4.0”. Si tratta, com’è noto, di un progetto quadriennale (2017-2020) il cui obiettivo di fondo è ridisegnare le politiche industriali – ma non solo quelle – del nostro Paese, in virtù anche di un confronto con altri Paesi industrializzati dove la sfida della cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” è già stata assunta attraverso provvedimenti specifici da diversi anni.

Il Piano “Industria 4.0” ha avuto, fra i molti, almeno un duplice merito. Innanzitutto, costituisce una rivisitazione delle azioni di politica industriale del nostro paese, offrendo una prospettiva di medio periodo per lo sviluppo dell’intero sistema produttivo. In secondo luogo, ha sdoganato un tema finora perlopiù noto solo a una parte degli imprenditori e agli studiosi del settore, alimentando la consapevolezza delle sfide e delle opportunità che si stanno paventando. E non è cosa da poco, perché così facendo dà corpo e unitarietà a un processo che in realtà è già in atto da qualche tempo, ma che rischia di avvenire in modo sparso, senza una regia complessiva di esperti e imprenditori, già riportati anche dai quotidiani.

Qui vale la pena sottolineare alcuni aspetti, per così dire, di sottofondo, perché dopo l’annuncio, ora viene la fase di vera e propria progettazione. E poiché di piani industriali il nostro paese ne ha prodotti molti, ma con risultati decisamente non lusinghieri, è opportuno meditare adeguatamente sulle prossime tappe e sui tasti da toccare. Perché il cambiamento che stiamo vivendo è rapido e incerto. Soprattutto è altamente selettivo. Qui è opportuno brevemente evidenziare almeno due dimensioni.

Il primo non è solo di natura terminologica: “Industria 4.0”. Non deve trarre nell’inganno che ciò riguardi esclusivamente le imprese manifatturiere. La digitalizzazione dei processi produttivi riguarda tutti gli ambiti dell’economia, dal commercio all’industria, dal turismo all’artigianato, fino alla pubblica amministrazione. Nessuno è (ne può essere) escluso. Sarebbe più opportuno definirlo come “Impresa 4.0”. Di più coinvolge gli stessi consumatori in un movimento circolare: con le loro preferenze e le scelte ridefiniscono i mercati, interagiscono con chi realizza prodotti e servizi, che a sua volta si adatta alle richieste. A ben vedere, tutto ciò va a influenzare una molteplicità di piani con conseguenze sull’economia e la società. Perché chi sarà escluso da tali processi rischierà di essere collocato ai margini. Ciò significa che la progettazione degli interventi deve essere sempre più complessa e multidimensionale, in termini di eco-sistema. Sarebbe esiziale ragionare ancora “a canne d’organo”: politiche industriali, del turismo, della cultura e così via, dovrebbero essere sostituite da “politiche di filiera e di processi”, di natura intersettoriale. Non si tratta solo di una mutazione nominalistica, ma di una vera e propria metamorfosi nella visione dello sviluppo.

Il secondo aspetto da considerare è provare a immaginare, uscendo dall’enfasi e assumendo uno sguardo pragmatico, le conseguenze che l’impatto di queste innovazioni avrà sui territori e sul sistema produttivo. Le tecnologie annoverabili all’interno di “Industria 4.0” sono molte e diverse, quindi meno dominabili: difficilmente è possibile prefigurarne gli impatti. Come sempre ci si divide fra chi ne intravede solo le “magnifiche sorti e progressive” e chi, per contro, prevede esclusivamente esiti infausti (disoccupazione). Detto che nessuno è in grado di dimostrare con certezza cosa avverrà nel medio periodo (sul lungo è meglio tacere), un punto fermo però c’è: l’educazione e la conoscenza delle persone. Il filosofo Hans Jonas sosteneva che nella nostra epoca la formazione assume una valenza etica. Nel Novecento il paradigma dello sviluppo è stato il lavoro. Attorno a esso abbiamo costruito l’economia, la società e i sistemi di welfare. Il Duemila e la società dell’Impresa 4.0, oltre al lavoro, avrà bisogno di fare dell’educazione e della formazione – anche oltre l’occupazione – delle persone il nuovo pilastro su cui edificare la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile.

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