Fake news

Quintarelli, “Perché sto con Trump contro Twitter”

In un mondo ideale Twitter non dovrebbe intervenire in alcun modo su presunte fake news, se le leggi bastassero a sanzionare tempestivamente ed efficacemente quei messaggi che determinano effetti socialmente indesiderabili. Servono nuove norme, legate non al mezzo ma all’account, che regolino scala e velocità di diffusione

Pubblicato il 29 Mag 2020

Stefano Quintarelli

membro del gruppo di esperti sull'AI della Commissione Ue, Partner Fondo Rialto

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Questa volta sto con Trump. Twitter ci ha ricordato che siamo tutti ospiti sulla sua piattaforma e seguiamo le sue regole. Ha deciso che la misura è colma e a partire da adesso potrà mettere degli avvisi, accanto ai tweet che ritiene, per informarci che contengono falsità (fake news). Ha anche deciso che nonostante il presidente americano Donald Trump abbia ripetutamente violato le condizioni di servizio, può continuare a farlo perché lui è lui, e non una generica Signora Anna che può tranquillamente sparire dal social network nel silenzio.

Il fallimento delle norme

Questo non è un fallimento di Twitter, bensì delle leggi. La legge consente ad una persona di mentire e di ingiuriare e poco rileva se lo fa al bar davanti a cinque avventori o su un social network davanti a 80 milioni di follower. Se poi da tale falsità o ingiuria dovessero emergere dei danni, questi verranno accertati ed eventualmente sanzionati, nei tempi di rito, in sede civile o penale.  La libertà di espressione finisce per confinare con la libertà di mentire.

Per la legge, le piattaforme godono di una esenzione di responsabilità se si limitano a trasportare l’informazione e renderla disponibile, senza alterarla. Se la alterano, ne assumono la responsabilità (con sfumature diverse in Europa ed in USA). Ciò deriva come principio dalle stesse regole per cui un operatore telefonico o postale non è responsabile dei contenuti trasportati.

In effetti Twitter non ha alterato il messaggio di Trump, ha modificato il modo con cui esso viene presentato. Da dove trae la propria autorità Twitter per decidere chi sottoporre a un simile trattamento e chi no? Per decidere cosa è vero e cosa no? In un mondo ideale Twitter non dovrebbe intervenire in alcun modo, se le leggi bastassero a sanzionare tempestivamente ed efficacemente quei messaggi che determinano effetti socialmente indesiderabili.

Un problema è che le nostre istituzioni sono analogiche, vivono in una dimensione materiale che è lenta e mal si presta ai tempi sincopati dei social network. La diversa velocità è un problema.

Quando, in “understanding media”, McLuhann ci insegnava che il mezzo è esso stesso un messaggio, tra i mezzi c’erano ampi gap di audience. Chiacchiere da bar ed editoria erano (e sono) evidentemente in categorie diverse. E, pur assicurando la libertà di espressione, avevano regole diverse. Non è richiesto all’avventore del bar dichiarare la propria identità mentre è richiesto all’editore. In un caso non è obbligatorio il diritto di rettifica mentre lo è nell’altro. Al barista non è richiesta la vigilanza che è richiesta all’editore, eccetera.

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Servono nuove regole

Ma oggi questa separazione netta non c’è più nei Social network; adesso c’è un continuum. Una persona può avere una audience da bar o da editore ma le regole sono le stesse, e questo non va bene. Serve una gradualità di regole, con diritti ed doveri bilanciati, non legate al mezzo ma legate al singolo account (o gruppo di account).

La libertà di espressione (e con essa il diritto di mentire, ovvero di non avere riscontri oggettivi verificabili) va tutelata, ma la scala impone regole diverse, da prevedere in modo graduale (“regulatory ladder”).

Regolare scala e velocità

La scala e la velocità sono alla radice della nostra inefficacia nel regolamentare i social network.

Inseguiamo modelli tradizionali di responsabilità, come ha fatto Trump in risposta a Twitter volendo imporre una responsabilità editoriale per decreto, e non capiamo che dobbiamo regolamentare scala e velocità.

Per regolamentare la velocità va introdotta una gradualità di frizioni: non mina la libertà di espressione se un messaggio può essere redistribuito, oltre una certa scala, in ore anziché in tempo reale. Eventualmente limitando la diffusione massiva in tempo reale a quei soggetti che rientrano in una determinata categoria, derivandone diritti e doveri diversi rispetto ad un generico “avventore” del social network.

Regolamentare scala e velocità consente di introdurre pesi e contrappesi appropriati e consente altresì di introdurre frizioni per rendere l’enforcement praticabile.

Oggi le istituzioni, che non tengono il passo dell’esplosione dei social media, delegano alle piattaforme le funzioni di controllo che viene attuato grazie all’Intelligenza artificiale (una metodica informatica che strutturalmente produce errori). Le piattafome, con le proprie regole, diventano un nuovo potere accanto e sopra allo Stato, senza possibilità di appello, come sta scoprendo a sue spese Trump.

Di Trump abbiamo saputo, data la sua notorietà. Non sapremo mai, invece, quante volte una Sig.ra Anna sia censurata per effetto di questi sistemi o quante Signore Anna siano state bloccate.

Regolamentare scala e velocità, prevedendo strutturalmente dei meccanismi di rimedio (“redress by design”) può contribuire a riportare la sovranità del giudizio nelle sedi istituzionali, assicurando le necessarie tutele delle parti.

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