Big data per l’economia italiana, è ora che la politica si svegli

E’ urgente in Italia una corretta politica dei dati pubblici. Per decidere quale soggetto economico possa trarre valore e profitto dai nostri dati. E se favorire in questo pmi nostrane, multinazionali o europee

08 Gen 2018
Guido Vetere

Università degli Studi Guglielmo Marconi

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Un crescente numero di piattaforme che comprende, oltre ai motori di ricerca, reti sociali, commercio elettronico, distribuzione di contenuti e utilità di vario tipo, raccoglie dati che ci riguardano e ne fa un uso più o meno intelligente. A questi si vanno aggiungendo sistemi che gestiscono aspetti anche delicati delle nostre esistenze, ad esempio la nostra salute. D’altra parte, chi non vorrebbe migliori diagnosi, terapie o prevenzioni grazie al supporto che l’intelligenza artificiale può offrire ai medici? Forse il traguardo non è esattamente dietro l’angolo, ma l’applicazione generalizzata delle tecnologie intelligenti in settori come la medicina non è una questione di “se”: è una questione di “quando”, e soprattutto di “come”.

Ha fatto molto rumore, nel novembre dello scorso anno, la vicenda della supposta cessione di dati sanitari italiani per consentire di addestrare i propri sistemi di intelligenza artificiale. Vicenda senz’altro ingigantita dalle esigenze sensazionalistiche della stampa, ma rivelatrice di un problema alquanto serio: l’opacità della normativa sui dati pubblici uscita dalla legge “europea” n.167, approvata poco tempo prima, che avrebbe consentito quella cessione a condizioni ben lungi dall’essere chiare.

Sotto forma di dati, parti sempre più rilevanti della nostra vita fluiscono nei giacimenti delle piattaforme digitali. Grazie all’intelligenza artificiale di tipo statistico oggi molto sviluppata (deep learning), questi giacimenti costituiscono il vero valore dei servizi informatici da cui la nostra vita, anche letteralmente, dipenderà in misura sempre crescente. Infatti, mentre gli algoritmi di apprendimento automatico sono per lo più di pubblico dominio e disponibili in formato aperto (ad esempio quelli di Google), i dati che servono per addestrare i sistemi che su essi si basano, anche quelli più entusiasticamente profusi dagli utenti stessi, sono gelosamente privatizzati da chi riesce a ottenerli. È lì, infatti, che si trova il valore.

Il modo in cui i dati raccolti dalle pubbliche amministrazioni (ad esempio, appunto, quelli sanitari) sono conferiti a soggetti privati che li utilizzano per scopi commerciali non è dunque, evidentemente, solo un problema di protezione della privacy. Riguarda essenzialmente il modo in cui vogliamo gestire un bene comune strategico e vitale al pari dell’aria, dell’acqua, dell’etere. La nostra legge prevede che la decisione se conferire o meno un dataset pubblico ad un soggetto privato sia in capo al Garante della Privacy. Dovrebbe semmai essere in capo al Ministero per lo Sviluppo Economico.

L’equivoco nasce in Europa, dove alligna la convinzione che la tutela della privacy e la portabilità dei dati siano condizioni sufficienti per lo sviluppo di una sana economia delle piattaforme digitali, e tutta la materia è regolata dalla Direzione della Giustizia. I cittadini italiani, tedeschi, francesi, gli stessi che oggi sciorinano su Facebook i loro orientamenti politici più scabrosi o i loro gusti più bizzarri, dovrebbero preferire piattaforme di piccole e medie imprese europee perché adottano un codice di tutela della riservatezza stringente e uniforme. Per usare un’espressione garbata, questo sembra “wishful thinking”. A dirla tutta, ma sempre garbatamente, sembra una grave incomprensione dei fenomeni in atto.

Se c’è un’industria la cui materia prima sono i dati, la loro gestione dovrebbe essere una questione di politica economica. Per tornare ai nostri casi, il punto non è quello di decidere se una multinazionale sia in grado di anonimizzare i dati sanitari dei cittadini italiani e dia garanzie sufficienti di non farne uso illecito: questo possiamo darlo bonariamente per scontato. Il problema è decidere che sia quel soggetto a trarre valore e profitto dai nostri dati, e non, ad esempio, imprese innovative anche piccole, anche sociali, italiane o europee. Alzare barriere non piace a nessuno, ma anche cadere sotto il colonialismo tecnologico che si profila con l’accoppiamento di big data e intelligenza artificiale nelle grandi piattaforme d’oltreoceano non sembra una buona idea.

Una corretta politica dei dati pubblici, che stabilisca condizioni di distribuzione e di accesso sicure ed eque facilitando l’ingresso di soggetti capitalizzati poco o niente come le nostre piccole e medie imprese, è un requisito fondamentale per evitare di divenire una colonia, cioè un luogo in cui i nuovi imperi estraggono le materie prime e rivendono i loro prodotti. In più, serviranno politiche attive di supporto alla ricerca, nella consapevolezza che il dato non è materia amorfa, ma deve rendere trasparente e intelligibile il proprio contenuto informativo. Materie queste non facili, né dal punto di vista tecnico-scientifico né da quello legislativo, ma che la prossima legislatura dovrà iniziare ad affrontare.

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