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Miglioriamo la PA con intelligenza artificiale e big data: ecco le cose importanti che non stiamo facendo

La digitalizzazione della PA italiana continua a essere rincorsa e mai raggiunta. Le strategie ci sono, ma mancano competenze e piani di attuazione adeguati. Eppure esistono nuovi strumenti e servizi che, se ben usati potrebbero accelerare il processo e ribaltare gli attuali paradigmi in vari ambiti. Vediamo qualche esempio

Pubblicato il 12 Lug 2018

Andrea Nicolini

Project Manager per TrentinoSalute4.0

intelligenza artificiale e pa

L’enorme potenziale dell’intelligenza artificiale e degli strumenti e servizi di analisi dei big data abilita oggi nuovi paradigmi digitali che potrebbero rendere possibile non tanto e non solo una forte accelerazione nei processi di digitalizzazione, ma l’avvio di una vera rivoluzione dei modelli di business e di pubblica amministrazione.

L’Italia ne avrebbe estremo bisogno, dato che da alcuni anni ricopre una delle posizioni di coda in tutte le rilevazioni sulla digitalizzazione dei paesi europei, nonostante da metà degli anni ottanta il concetto di digitalizzazione faccia parte costantemente, anche se non fra le priorità paese, dei programmi di governo. Interessanti gli scenari che si andrebbero ad aprire in diversi ambiti. Vediamone qualcuno, cominciando ad analizzare quanto fatto finora e da dove ha origine il ritardo italiano.

Come detto, il tema della digitalizzazione non è ignorato, tuttavia è evidente a chiunque come il divario fra il potenziale offerto dal digitale ed il relativo utilizzo nella vita reale, sia purtroppo in continua crescita. Il mercato mondiale, principalmente americano e asiatico (soprattutto cinese e coreano), produce continue innovazioni digitali in termini di prodotti (telefonini, tablet, ecc.) e di servizi (social in primis, ma non solo), mentre le imprese italiane e la PA solo con molto ritardo ed in minima parte sfruttano questo potenziale traducendolo in innovazione rivolta a cittadini ed imprese. Eppure da alcuni anni abbiamo diversi piani o strategie, ad esempio la strategia crescita digitale (ma non solo; industria 4.0, scuola 2.0, ecc.) o la strategia banda ultra larga, che dovrebbero accelerare ed aumentare la messa a terra del potenziale disponibile, ma gli effetti finali continuano ad essere molto limitati.

I due fenomeni alla base del gap digitale italiano

La maggior parte delle analisi di questo fenomeno sono concordi nell’attribuire la causa principale di questa situazione a due aspetti principali:

  • un limite evidentissimo di disponibilità di adeguate competenze nell’intero paese (siamo fra i paesi con le percentuali più basse di laureati STEM (Scienze, Tecnologie, Ingegneria e matematica)), secondo stime di Unioncamere nei prossimi anni il mercato non riuscirà a coprire circa 50 mila posizioni tecniche;
  • l’assenza di piani strutturati di accompagnamento all’attuazione delle strategie definite, che depotenzia i pur positivi piani fatti fino a renderli praticamente inutili. Così il paese è immerso in una affannosa rincorsa alla digitalizzazione e vede gli altri paesi allontanarsi sempre più nella graduatorie sul tema.

Nuovi scenari

Ma l’errore più grande che oggi l’Italia potrebbe commettere è quello di non prendere atto del ritardo accumulato sulla strada standard della digitalizzazione, dove per strada standard si intende il percorso seguito da quasi tutti i paesi europei e non solo di applicare il digitale ai modelli classici di business o di pubblica amministrazione, e quindi pensare di proseguire sulla stessa strada intensificando gli sforzi, mentre, pur dovendo mantenere attivo questo lungo percorso di digitalizzazione andrebbe avviata una seria ed approfondita riflessione per individuare strade più rapide di digitalizzazione che le evoluzioni di questi ultimi anni hanno abilitato. In particolare l’incredibile aumento delle capacità computazionali oggi disponibili permette ora di utilizzare e sfruttare servizi digitali impensabili solo pochi anni or sono. E’ sotto gli occhi di tutti l’evoluzione della cosiddetta intelligenza artificiale, che tecnicamente non è vera intelligenza, ma si tratta di semplici sistemi esperti derivati da reti neurali, che tuttavia hanno prestazioni tali da apparire come effettivamente intelligenti; si pensi a tutti i servizi di ausilio alla guida disponibili in tutte le nuove auto sul mercato (la gestione automatizzata ad esempio dei fanali o meglio dei dispositivi di illuminazione) oppure ai servizi di assistenza vocale degli smartphone o di strumenti sparsi in casa come Echo (Amazon) o Google Home (Google) che interpretano i comandi vocali, riconoscendo le singole persone, ed agendo di conseguenza anche con comandi operativi di elettrodomestici smart oppure ancora all’imminente immissione sul mercato di robot “umanoidi” in grado di interagire in diversi modi con le persone e con tutti gli oggetti o i dispositivi smart della casa.

Un nuovo piano di innovazione

Alla luce delle premesse e dei nuovi scenari l’Italia potrebbe avviare un nuovo piano di innovazione per i prossimi dieci anni che agisca in due diverse direzioni:

  • da un lato consolidi ed attui nel miglior modo possibile, accompagnandole con adeguati piani formativi ed acquisendo e formando nuove adeguate competenze, le strategie tradizionali di digitalizzazione, perché in tutti i casi sono percorsi necessari anche nei nuovi scenari, ad esempio ridurre o meglio eliminare la maggior quantità possibile di carta dagli uffici della pubblica amministrazione e delle imprese private è una necessità stringente;
  • dall’altro avvii un’azione organica e sistemica di innovazione abilitata dalle nuove potenzialità digitali. Di seguito si riportano alcuni esempi di processi completamente rivoluzionati dalle nuove potenzialità digitali che potrebbero essere parte dell’azione organica indicata.

Un nuovo paradigma per la sanità

La sanità è il settore che maggiormente potrebbe cambiare il proprio paradigma se venisse rivista nei suoi principi base alla luce dei nuovi potenziali oggi disponibili. Il modello attuale di sanità vede praticamente tutte le attività orientate alla cura e solo una minima parte delle attività orientate alla prevenzione. Ma la disponibilità in costante aumento di strumenti e dispositivi o sensori di rilevazione dei parametri principali dello stato di salute e dello stile di vita dei pazienti (si pensi a tutti i wearable (dispositivi da indossare, come braccialetti, orologi, fascie, gli stessi smartphone, ecc.) rendono possibile ed attuabile un monitoraggio sicuro e riservato ed “intelligente” di tutti i dati che potrebbero attraverso strumenti e servizi di analisi dei big data rivelare con largo anticipo praticamente qualunque segnale preventivo di malessere o possibile malattia, prima che la stessa si manifesti e raggiunga il livello patologico, o comunque evidenziare stili di vita che possano essere corretti per tempo riducendo drasticamente la spesa sanitaria e riservando le strutture sanitarie alla cura delle sole patologie acute e riducendo fortemente la spesa farmaceutica. Esistono diversi studi internazionali che negli ultimi anni concentrano l’attenzione sulla correlazione fra lo stato di salute e lo stile di vita, ma non esistono ad oggi veri piani di rivisitazione del sistema sanitario alla luce delle nuove potenzialità disponibili. Analoghe innovazioni sono possibili ad esempio nella continuità socio assistenziale, nella quale la disponibilità di robot umanoidi potrebbe rivoluzionare completamente il settore soprattutto se associata al costante aumento dell’età media e quindi ad una popolazione costantemente più anziana in media.

Un nuovo modello di PA

Analogamente per quanto riguarda gli altri ambiti della PA il modello operativo adottato che vede il modello organizzativo incentrato sulle attività autorizzatorie (con l’assenza quasi totale dei controlli e delle verifiche) è palesemente incoerente con le potenzialità digitali oggi disponibili. Ad esempio si pensi alla gestione del territorio ed alle relative autorizzazioni a costruire o ristrutturare o ad impiantare attività industriali o commerciali. In tutti questi ambiti ed aspetti il digitale è stato utilizzato solo per migliorare alcune piccole parti dei processi o nei casi migliori per digitalizzare l’intero processo così come era, ma in nessun caso si è elaborato un nuovo modello di PA che rende praticamente automatica o quasi automatica la parte autorizzatoria e si concentra sulla parte dei controlli e delle verifiche delle realizzazioni reali.

Non è impossibile oggi pensare che una nuova norma venga predisposta per essere interpretata da sistemi automatizzati (evitando quindi tutte le ambiguità e le incompletezze che oggi caratterizzano le norme principali che così richiedono le interpretazioni del burocrate e del professionista di turno), al pari di un piano urbanistico o di qualunque altro atto regolatorio, così che poi con gli strumenti di elaborazione oggi disponibili un professionista possa fare direttamente un progetto che rispetta la norma vigente e quindi possa essere sicuro che l’opera venga autorizzata in modo automatico o semiautomatico, sapendo che poi la PA svolgerà il proprio ruolo nella verifica che il bene pubblico (il territorio) venga utilizzato nel modo conforme a quanto autorizzato.

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