l'analisi

Criptovalute, strumento di riscatto o pericolo per le economie più fragili? Ecco rischi e vantaggi

La diffusione delle criptovalute nei paesi in via di sviluppo è un fenomeno variegato, che presenta rischi e opportunità, e offre una molteplicità di soluzioni. La posta in gioco è la possibilità di usare la blockchain per promuovere lo sviluppo sostenibile, ma le questioni da affrontare sono molte

07 Ott 2022
Luca Fantacci

Università degli Studi di Milano e MINTS, Carefin Bocconi

cryptovalute

Le criptovalute sono più diffuse nei paesi in via di sviluppo che nei paesi industrializzati. Nonostante siano basate su una tecnologia estremamente sofisticata, le monete digitali sembrano godere di particolare favore proprio nei paesi più arretrati. Secondo un recente rapporto dell’UNCTAD, la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, fra i 20 paesi dove il possesso delle criptovalute si è maggiormente affermato, ben 15 sono paesi emergenti o in via di sviluppo (in rosso nella Figura 1). Altri sondaggi hanno prodotto classifiche diverse, evidenziando vantaggi ancor più netti a favore dei paesi in via di sviluppo (Statista, Finder).

Figura 1. Diffusione delle criptovalute (percentuale della popolazione in possesso di criptovalute)

Fonte: UNCTAD.

Il paradosso delle criptovalute

Come accade che una delle forme potenzialmente più avanzate di finanza prenda piede nelle economie meno avanzate? Si tratta semplicemente di un paradosso? O è invece un caso emblematico di “leapfrogging”, ossia di un salto tecnologico tipico dei paesi ritardatari che consente loro di bruciare le tappe e di adottare direttamente tecnologie di frontiera, non avendo da ammortizzare precedenti investimenti ormai obsoleti? Oppure l’apparente anomalia è dovuta a particolari condizioni geografiche, demografiche e culturali, come quelle che hanno favorito la diffusione dei pagamenti mobili in alcune zone dell’Africa? Che cosa rende i paesi in via di sviluppo particolarmente “ospitali” nei confronti delle monete digitali? Sono i punti di forza o invece le fragilità di quei paesi a renderli così ricettivi? Quali sono i vantaggi, reali o apparenti, che le criptovalute offrono in via preferenziale ai paesi in via di sviluppo? A quali rischi li espongono? Che cosa suggeriscono i casi concreti di cui si è maggiormente parlato, come El Salvador o il Venezuela? E quali indicazioni si possono trarre, invece, da esperimenti meno conosciuti, come quelli in corso in Kenya? Quali opportunità può offrire, più in generale, l’applicazione della DLT al sistema monetario e dei pagamenti, nei paesi del Sud del mondo? Quali scenari si possono delineare in futuro?

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In effetti, se si pensa alle origini delle criptovalute, potrebbe non apparire poi così sorprendente che si siano diffuse principalmente “fra gli ultimi”. La prima di esse, bitcoin, fu concepita nel 2008 con il proposito dichiarato di offrire “un sistema di pagamento elettronico fra pari”, come recita il titolo del famoso white paper del 2008. Nel primo blocco della blockchain sono scolpite le parole che campeggiavano sulla prima pagina del quotidiano The Times il giorno in cui bitcoin fu varato, il 2 gennaio 2009: “Le banche sono sull’orlo di un secondo salvataggio da parte del Tesoro”. Era un’accusa neanche troppo velata all’intero sistema bancario, colpevole di ricorrere ai soldi dei contribuenti per coprire perdite private realizzate nell’esercizio di una funzione pubblica. L’intenzione di bitcoin era di porre fine a questo sistema, sottraendo alle banche la capacità di emettere e trasferire denaro, per consegnarla al popolo. L’anonimo inventore di bitcoin, Satoshi Nakamoto, si presentava dunque come una specie di Robin Hood, che toglie ai ricchi per dare ai poveri, non una quantità definita di denaro, bensì il potere stesso di crearlo.

Con queste premesse, non c’è da meravigliarsi che bitcoin abbia attratto proprio i paesi più poveri e che sia stato trasformato perfino in un vessillo di riscatto dall’imperialismo occidentale da parte di leader populisti come Hugo Chavez in Venezuela o Nayib Bukele nel Salvador. Una moneta creata e controllata dagli utenti appare come una promessa di democratizzazione e di inclusione finanziaria per popoli esclusi, se non addirittura oppressi, dal sistema finanziario internazionale, fondato sull’egemonia del dollaro e sull’oligopolio delle grandi banche d’affari.

Il progetto (naufragato) della stablecoin di Facebook

L’idea che le criptovalute possano costituire un veicolo di emancipazione monetaria è talmente radicata che perfino Facebook, quando nel 2019 dichiarò l’intenzione di emettere la sua stablecoin, denominata Libra (poi Diem), la presentò come “un sistema di pagamento per tutti”, dedicato in particolare a quell’1,7 miliardi di persone che non hanno accesso a servizi bancari. Il progetto, come noto, è naufragato, anche a causa della legittima preoccupazione, da parte dei regolatori e dei potenziali utenti in tutto il mondo, restii ad affidare a un’organizzazione privata la fornitura di un bene pubblico come la moneta.

Le criptovalute strumento di emancipazione o speculazione?

In effetti, ad oggi, più che uno strumento di emancipazione, le criptovalute hanno mostrato di essere uno strumento di speculazione. Il loro uso come mezzo di pagamento è del tutto marginale, mentre resta preponderante l’acquisto come asset d’investimento, in vista di guadagni in conto capitale o di forme sempre più sofisticate di yield farming. Il risultato è che la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza è ancora più forte nel mondo delle criptovalute che nel sistema finanziario tradizionale (come mostra una recente ricerca).

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Le opportunità concrete delle criptovalute per i paesi in via di sviluppo

Perché, allora, le criptovalute sono così apprezzate dalle popolazioni dei paesi in via di sviluppo? Quali opportunità concrete possono offrire, al di là di ogni retorica?

Le rimesse ai migranti

Un primo vantaggio potenziale delle monete digitali riguarda le rimesse dei migranti. I pagamenti internazionali al dettaglio sono ancora estremamente inefficienti: i pagamenti transfrontalieri possono richiedere dai 3 ai 5 giorni mentre le commissioni degli intermediari si portano via mediamente il 7% dell’importo trasferito nel caso delle rimesse (Banca d’Italia). I costi sono lievitati ulteriormente durante la pandemia a causa delle interruzioni nella catena del valore (World Bank). L’utilizzo della blockchain potrebbe consentire di ridurre tempi e costi che gravano su quella che rimane un’importante fonte di finanziamento per i paesi in via di sviluppo. Non solo: l’inefficienza che in questi paesi spesso caratterizza anche i sistemi di pagamento nazionali può portare a una diffusione delle criptovalute anche per i pagamenti interni.

La volatilità delle cripto e quella delle valute dei paesi periferici: l’esempio della lira turca

Certo, contro l’uso delle criptovalute come mezzo di pagamento pesa ancora l’estrema volatilità del loro valore. Tuttavia, proprio questa caratteristica può contribuire a spiegare la loro maggiore diffusione nei paesi periferici, che spesso hanno valute instabili e che, perciò, hanno meno da perdere o addirittura qualcosa da guadagnare nell’utilizzo delle criptovalute. Da inizio 2022, la lira turca è più volatile di bitcoin (coindesk). Ciò ha indotto molti risparmiatori in Turchia a cercare nelle criptovalute un rifugio contro la svalutazione della moneta nazionale (FT). In generale, nei paesi con moneta debole e soggetta a forti deprezzamenti, le criptovalute, e soprattutto le stablecoins, possono rappresentare una riserva di valore più affidabile della moneta locale. Non è un caso che le conversioni di rubli in bitcoin e in tether si siano intensificate a marzo 2022, nel momento in cui la moneta russa si è svalutata con l’inasprimento delle sanzioni a seguito dell’invasione dell’Ucraina.

L’aggiramento di sanzioni da potenze straniere o di controlli da governi locali: i casi di Russia e Venezuela

L’esempio della Russia evidenzia anche un altro possibile utilizzo delle criptovalute che risulta particolarmente significativo per i paesi periferici: l’aggiramento di sanzioni imposte da potenze straniere o di controlli sui movimenti di capitali imposti dai governi locali. È il caso anche del Venezuela, l’unico paese che ha già creato una criptovaluta di Stato chiamata Petro (almeno secondo le fonti governative citate dal FT). Come ho raccontato più diffusamente altrove, Petro è stata lanciata per aggirare le sanzioni economiche americane e cercare di uscire dalla trappola dell’inflazione che il Paese sta ancora affrontando. La moneta, infatti, è una criptovaluta sostenuta dalle riserve di petrolio. Il governo venezuelano dichiara di aver emesso 100.000.000 di Petros del valore di 60 dollari ciascuno (corrispondente al prezzo di un barile di petrolio al momento dell’emissione). I proventi dell’emissione delle monete sono stati utilizzati per finanziare le spese correnti del governo. La mancanza di dati e informazioni sulla circolazione del Petro, all’interno e all’esterno del Venezuela, rende impossibile valutarne l’efficacia. L’unica cosa certa è che le perduranti difficoltà economiche del paese, accompagnate dalla debolezza della moneta nazionale, continuano a incoraggiare l’utilizzo delle criptovalute all’interno del paese come mezzo di scambio e riserva di valore (Reuters).

Incentivare l’afflusso di capitali: i casi del Salvador e dell’Ucraina

Un’ulteriore funzione a cui le criptovalute possono essere destinate nei paesi periferici consiste nell’incentivare l’afflusso di capitali. È forse il principale intento con cui il presidente del Salvador, Nayib Bukele, ha deciso di adottare bitcoin come moneta ufficiale, nella speranza di intercettare una parte della massa enorme di liquidità internazionale costituita dalle criptovalute e ancora alla ricerca di un impiego produttivo. Gli esiti dell’operazione non paiono all’altezza delle aspettative, come ha evidenziato Alessandro Bonetti in un recente contributo per Valori. Le criptovalute sono state usate anche dall’Ucraina per raccogliere finanziamenti a sostegno dello sforzo bellico (come mostra la Figura 1, il paese in cui le monete digitali sono più diffuse è proprio l’Ucraina, seguita a ruota dalla Russia): secondo quanto annunciato via twitter dal Ministro per la transizione digitale, Mykhailo Fedorov, la campagna AidForUkraine ha raccolto 54 milioni di dollari in criptovalute – una goccia nel mare, considerato che la guerra costa all’Ucraina circa 10 miliardi di dollari al mese (stando alle stime del Ministero delle Finanze riferite dalla ong Geneva Solutions).

I pericoli del ricorso alle criptovalute

A fronte di vantaggi potenzialmente importanti, ma ancora esigui, il ricorso alle criptovalute non è senza pericoli.

Il rischio per la sovranità monetaria

Primo fra tutti è il rischio per la sovranità monetaria: quanto più si diffonde l’uso delle criptovalute per i pagamenti interni e internazionali, tanto meno l’autorità monetaria del paese mantiene il controllo sulla circolazione monetaria. Un paese che arrivi addirittura ad adottare una criptovaluta come moneta ufficiale finisce per rinunciare interamente all’autonomia monetaria, facendo dipendere la quantità di moneta dalla bilancia dei pagamenti, ossia all’afflusso netto di denaro dall’estero. È il caso del Salvador che, avendo adottato il dollaro come moneta nazionale nel 2001, dopo vent’anni di “dollarizzazione”, nel tentativo di allentare il giogo americano, a settembre 2021 ha varato un decreto che riconosce lo status di valuta legale anche a bitcoin, una moneta che non solo sfugge ugualmente al controllo del governo nazionale, ma che, in più, è caratterizzata da un’estrema volatilità, quanto al valore, e da un’estrema incertezza, quanto ai flussi. Nonostante le perplessità che ha suscitato, non tanto nel sottoscritto quanto nel Fondo Monetario Internazionale, la scelta ha comunque fatto scuola: ad aprile 2022, anche la Repubblica Centro Africana ha seguito l’esempio. È interessante osservare che si tratta di un altro paese già privo di autonomia monetaria, poiché membro della Comunità Finanziaria Africana, in cui circola il franco CFA, una moneta tutt’ora soggetta al controllo della Banca di Francia. L’affiancamento di bitcoin sembra rispondere, anche in questo caso, a un’istanza di emancipazione, anche se non offre elementi concreti per l’esercizio dell’autonomia monetaria (BBC).

Una minaccia per la stabilità finanziaria

Al contrario, la diffusione delle criptovalute, in particolare nei paesi in via di sviluppo, può rappresentare una minaccia per la stabilità finanziaria, come ha messo in evidenza anche l’ultimo Global Financial Stability Report del Fondo Monetario Internazionale: l’uso crescente delle monete digitali come mezzo di scambio può indebolire il sistema bancario, mentre le loro forti oscillazioni di prezzo possono esporre chiunque le detiene a perdite difficili da prevedere e da arginare. Laddove a investire in criptovalute sia anche il governo, il rischio si estende alle finanze pubbliche, come stanno imparando a loro spese i salvadoregni, che hanno visto perdere il 50% del valore ai bitcoin che il temerario premier ha continuato ad acquistare quando già era iniziato il tracollo (cryptonomist).

Le necessarie contromisure

A fronte dei numerosi rischi, il Rapporto dell’UNCTAD raccomanda ai paesi in via di sviluppo di adottare adeguate contromisure, non soltanto attraverso la regolamentazione delle attività in criptovalute, ma anche e soprattutto con la costruzione di un sistema dei pagamenti più efficiente e più inclusivo. Il riferimento è, in particolare, all’emissione di CBDC (central bank digital currencies), monete digitali di banca centrale, che potrebbero coniugare i vantaggi delle criptovalute, in termini di programmabilità e di efficienza, con quelli delle monete nazionali, in termini di stabilità e di universalità di accesso.

Le Community Inclusion Currencies

Tuttavia, i paesi in via di sviluppo offrono anche esempi interessanti di criptovalute non centralizzate, ma emesse in maniera decentrata dalle comunità locali. Le Community Inclusion Currencies (CICs) nascono in Kenya con il nome di Sarafu e con l’obiettivo di offrire uno strumento di erogazione degli aiuti internazionali alternativo alla distribuzione di beni (che spiazza i produttori locali) e alle erogazioni monetarie (che spesso si perdono per strada nei rivoli della burocrazia e della corruzione). Le CICs, come una specie di voucher, venivano assegnati ai beneficiari per l’acquisto di beni e servizi da produttori locali, ma potevano essere rispesi da questi ultimi, circolando sul territorio e generando ulteriori scambi con un effetto moltiplicativo. Inizialmente in forma cartacea, oggi le CICs sono token emessi su blockchain, assicurando l’ulteriore vantaggio della trasparenza e della tracciabilità e attraendo l’attenzione anche della Croce Rossa Internazionale e del World Food Programme (WFP).

Conclusioni

La diffusione delle criptovalute nei paesi in via di sviluppo è un fenomeno variegato, che presenta rischi e opportunità, e offre una molteplicità di soluzioni. La posta in gioco è la possibilità di usare la blockchain per promuovere lo sviluppo sostenibile attraverso la creazione di sistemi di pagamento non solo sicuri ed efficienti, ma capaci di svolgere una funzione pubblica: inclusivi nelle regole di accesso e di funzionamento, partecipativi nella struttura di governance.

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