criptovalute

Il Kazakistan e l’impatto del bitcoin: i rischi di un tragico esperimento sociale

I recenti disordini legati alla crisi energetica in Kazakistan, legati all’economia bitcoin, dimostrano che le dinamiche sociali e computazionali della società digitale stanno delineando un mondo fuori controllo in cui le crisi sono rapidissime da innescare ma difficilissime da risolvere. Ecco i rischi

28 Gen 2022
Davide Bennato

professore di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania

bitcoin

Nelle prime settimane di gennaio 2022, all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale si sono imposti i disordini scoppiati in Kazakistan a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia che ha provocato un aumento dei beni di consumo e un aumento generalizzato dell’inflazione.

Ma perché è accaduto tutto questo?

Il motivo principale di questo aumento dei costi energetici è da attribuire alle politiche permissive attuate dal governo kazako verso i miner di criptovalute internazionali.

In pratica alla base delle rivolte in Kazakistan c’è una crisi energetica causata dai bitcoin.

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L’abbraccio mortale tra l’economia bitcoin globale e il Kazakistan

La Repubblica del Kazakistan è un regime autoritario governato in maniera molto rigida dal presidente Kassym-Jomart Tokayev, ed ha un ruolo internazionale piuttosto importante, anche se misconosciuto, per quanto riguarda il mercato dell’energia. Infatti ne è uno dei più grossi produttori mondiali (si colloca al 35° posto nelle classifiche globali) ed uno dei principali esportatori (33° al mondo), oltre al fatto che possiede alcuni dei maggiori giacimenti mondiali di petrolio, gas naturale e carbone. Proprio sul petrolio è basata la sua ricchezza, essendo il 12° paese al mondo per produzione e il 9° per esportazione. Nonostante queste enormi risorse, il Kazakistan negli ultimi tempi ha dovuto acquistare energia dalla Russia, per via dell’enorme crisi energetica dovuta all’aumento improvviso del fabbisogno interno, che è stato attribuito al “successo” delle politiche kazake nell’accoglienza dei grandi gruppi di estrattori di bitcoin, i cosiddetti miner (tra gli altri: BIT Mining, Canaan, Xive).

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L’abbraccio mortale tra l’economia bitcoin globale e il Kazakistan è frutto del progetto speculativo di Askar Zhumagaliyev, ex-Ministro dello sviluppo digitale. Zhumagaliyev nel giugno 2020 ha presentato un progetto per facilitare l’ingresso alle compagnie globali di mining, che sarebbero state attirate da una infrastruttura internet affidabile, dalla disponibilità di tecnologie informatiche dedicate e – soprattutto – da un bassissimo costo dell’energia elettrica, vera materia prima delle fintech del mining.

L’idea era quella di invogliare le compagnie di bitcoin russe, attirando così investimenti per 300 miliardi di tenge (pari a 600 milioni di euro) in tre anni e godere di consistenti entrate fiscali sulla ricchezza generata, oltre ad un numero imprecisato di posti di lavoro.

Il Kazakistan, già terzo paese al mondo per estrazione di bitcoin dopo gli Stati Uniti, ha visto aumentare enormemente la presenza di miner internazionali sul proprio territorio, fino a raggiungere il punto di collasso per il cambiamento repentino nella geopolitica di bitcoin. Infatti, dopo le prime restrizioni di maggio, la Cina a settembre del 2021 ha dichiarato fuorilegge l’estrazione di bitcoin, provocando la cosiddetta Great Mining Migration (già iniziata a luglio), la fuga delle fintech bitcoin che si sono trasferite in massa un po’ in tutto il mondo: dagli USA, alla Russia e anche nel Kazakistan. Si calcola che circa 88.000 società di mining abbiano deciso di stabilirsi in territorio kazako, anche grazie alla vicinanza con la Cina e la Russia.

Il collasso del sistema economico kazako

Il sistema economico e politico del Kazakistan non ha retto a tale impatto soprattutto perché veniva da mesi di problemi economici dovuti all’aumento del costo della vita (9,2% dei prodotti alimentari, 7,8% prodotti non alimentari) e ad una forte inflazione (aumento del 7,5% dal 2020) che ha deprezzato il valore del tenge. Tutto ciò ha provocato un’impennata nei prezzi del GPL che nel giro di pochi mesi ha visto raddoppiare i costi, e questa è stata la miccia che ha portato alle manifestazioni contro il regime di Tokayev, che poi si sono trasformare in vere e proprie rivolte che hanno riguardato prima la città di Almaty – la più grande città kazaka – e poi si sono estese in tutto il territorio fino alla capitale Nur-Sultan. Il nuovo Ministro dello sviluppo digitale Bagdat Musin ha ammesso che il progetto di attrazione delle compagnie di bitcoin non ha avuto conseguenze positive: poche entrate fiscali, l’impatto sul mercato del lavoro pari a zero a fronte di un consumo enorme di energia elettrica, tanto che non solo per la prima volta è stato necessario acquistare energia dalla Russia, ma in suo discorso pubblico Tokayev ha ipotizzato il ritorno del paese al nucleare, nonostante i ricchissimi giacimenti di petrolio, carbone e centrali idroelettriche.

I pericoli dell’economia del bitcoin

Alla luce di tutto ciò, possiamo considerare le vicende alla base della crisi in Kazakistan, un enorme esperimento sociale dell’impatto sociale del bitcoin. Infatti l’economia del bitcoin si è dimostrata pericolosa da diversi punti di vista.

In primo luogo il bitcoin è una valuta difficilmente regolamentata a livello globale. Tutti coloro che seguono le vicende delle criptovalute, sanno che una delle caratteristiche di bitcoin è la sua decentralizzazione, che la rende completamente indipendente dalle fluttuazioni economiche e finanziarie delle banche e degli stati, in pratica essa vive al di fuori dell’economia politica classica. Questa sua proprietà però ha delle conseguenze. Da un lato la rende difficilmente regolamentabile, tale da diventare un ottimo strumento di speculazione finanziaria che potrebbe portare alla destabilizzazione di sistemi economici (banche, ecosistemi produttivi, sistemi-paese). Dall’altro la sua riservatezza sostanziale la rende lo strumento privilegiato per le economie sommerse o – peggio – illegali: non è una novità che il bitcoin sia la valuta più in voga nelle attività meno lecite del dark web.

In secondo luogo bitcoin è un processo energivoro molto dispendioso che potrebbe avere conseguenze ambientali nefaste. Secondo il Cambridge Center for Alternative Finance, l’estrazione di bitcoin è pari a 121 terawatt l’anno, che è il consumo di energia di paesi come la Polonia o l’Argentina.

L’impennata del consumo energetico ha causato in Kazakistan frequenti blackout, sia per i picchi dovuti all’aumentata richiesta, sia per l’incapacità della rete elettrica di gestire tali picchi. In un mondo che va verso la ricerca di energie alternative maggiormente sostenibili, lo spreco di risorse di bitcoin non è tollerabile: si calcola che al momento le fonti rinnovabili usate per il mining a livello globale siano il 39%, può sembrare una percentuale energetica rispettabile, ma il problema è la divisione globale di questa percentuale, infatti mentre alcuni paesi insistono su energie rinnovabili (USA, Regno Unito), altri invece preferiscono combustibili fossili, per lo più carbone e petrolio (Cina, Kazakistan).

In terzo luogo bitcoin ha costi sociali insostenibili. All’intenso consumo energetico, si associa un impatto pressoché nullo sul mercato del lavoro – dato che il processo di mining è completamente automatizzato – con l’aggravante dell’aumento dell’inflazione nei paesi economicamente meno forti come conseguenza dell’aumento del costo dell’energia, senza la possibilità di tassazioni controllate, data la difficoltà di regolamentazione globale. Come si è dolorosamente reso conto il Kazakistan che pure contava su un flusso di capitali nell’economia del paese, che invece si è trasformata in una debacle socio-economica a vantaggio solo delle società di mining.

In pratica è il classico meccanismo del capitalismo finanziario: consumare risorse collettive (energia, ambiente) e privatizzare i profitti (bitcoin ottenuti).

Un ultimo pericolo è tale in prospettiva ma comunque inquietante: bitcoin come un’economia completamente disintermediata.

Essendo basata solo su una infrastruttura tecnologica – le reti blockchain alla base del mining – il bitcoin può creare un’economia completamente scollegata dai processi di regolamentazione degli stati e dei sistemi internazionali, una forma di neo-monetarismo basato su una risorsa computazionalmente scarsa (il limite computazionale di bitcoin è di 21 milioni) in cui però non possono intervenire le agenzie di regolamentazione come le Banche centrali poiché l’infrastruttura non dipende da sistemi sociali, ma da sistemi computazionali. Un universo economico basato su bitcoin non viene influenzato da sistemi bancari o regolamentazioni statali ma dal semplice meccanismo della domanda e dell’offerta che può portare a posizioni dominanti da parte di chi ha grandi quantità di criptovaluta. Questi universi economici non esistono ancora, ma potrebbero apparire a breve: sono i metaversi. Infatti Mark Zuckerberg nel presentare Meta ha esplicitamente fatto riferimento alle tecnologie come le criptovalute e gli NFT (una ulteriore applicazione delle blockchain).

Ma anche alcuni paesi stanno facendo esperimenti in questo senso, come El Salvador, che dal 7 settembre 2021 ha dichiarato il bitcoin valuta legale assieme al dollaro statunitense.

Conclusioni

Dalla vicenda del Kazakistan dobbiamo apprendere una lezione importante: le dinamiche sociali e computazionali della società digitale stanno delineando un mondo fuori controllo in cui le crisi sono rapidissime da innescare ma difficilissime da risolvere.

Il mondo del XXI secolo vive contemporaneamente in due stati della materia: la fisicità degli atomi e l’immaterialità dei bit, che interagiscono in forme che è necessario comprendere fino in fondo per evitare che generino disuguaglianze talmente nuove che la prossima crisi digitale potrebbe non essere gestibile.

17 novembre, milano
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