nuovo governo

Reddito di cittadinanza, abolirlo è un grave errore: ecco perché

Abolire il reddito di cittadinanza significherebbe, in sostanza, fare la guerra ai poveri: le intenzioni mostrate nei giorni scorsi da Fratelli d’Italia contrastano con la Commissione europea, che ribadisce invece la necessità di rafforzare la misura per spingere l’occupazione e combattere la povertà

30 Set 2022
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

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Fra le prime misure su cui si concentrerà il nuovo governo guidato da Giorgia Meloni, sembra esserci anche l’abolizione del reddito di cittadinanza. Lo ha annunciato nei giorni scorsi, in un’intervista al Messaggero, Francesco Lollobrigida, Capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia: “Senza dubbio si andrà verso la sua abolizione”, Lollobrigida aggiungendo che l’intenzione è quella di introdurre al suo posto “sostegni adeguati a chi non può lavorare”, frase molto generica che nasconde tutto e il contrario di tutto.

Alcune indiscrezioni odierne di stampa parlano almeno dell’intenzione di dimezzare il Reddito di cittadinanza – da 9 a 4,5miliardi di euro -, lasciandolo solo agli inabili al lavoro e togliendolo dopo il primo rifiuto.

Questo mentre la Commissione europea ribadisce che  il reddito di cittadinanza deve essere invece rafforzato, perché “è necessario un sostegno più efficace per combattere la povertà e per promuovere l’occupazione“, soprattutto quando la recessione sembra imminente – e la Germania avrà una decrescita stimata del Pil a meno 0,4% nel 2023, con una inflazione già arrivata alle due cifre, 10%, in Italia le bollette elettriche cresceranno a ottobre mediamente del 59%, con le famiglie in drammatico affanno, la guerra è sempre più dentro l’Europa (ma ce dimentichiamo); la crisi climatica è sempre più grave (ma ce ne dimentichiamo), e le imprese non saranno certo propense ad assumere e ad aumentare i salari, semmai il contrario.

Truffe reddito di cittadinanza, ecco come le hanno smascherate

Sostegno ai redditi che invece, ancora la Commissione, svolgono “un ruolo chiave durante le recessioni economiche, quando possono mitigare l’impatto sui redditi delle famiglie, prevenire un aumento della povertà e dell’esclusione sociale, promuovendo al contempo una ripresa sostenibile e inclusiva. Reti di sicurezza sociale robuste sono anche essenziali per realizzare il pieno potenziale delle transizioni verde e digitale, attraverso l’attivazione e l’aiuto alle persone ad apprendere nuove competenze in modo da trovare lavoro più facilmente”. E dunque, abolire o piuttosto rafforzare il reddito di cittadinanza e tutte le forme di sostegno al reddito, a prescindere dalla occupabilità delle persone?

Welfare e workfare in Italia e UE

La Commissione europea sembra voler cercare – se le parole hanno un senso – un compromesso tra welfare e workfare, per quanto anche il workfare (nato per condizionare gli aiuti sociali all’obbligo di lavorare per coloro che ne beneficiano) potrebbe rientrare in un sistema e in una politica di welfare, ma solo se perdesse la sua logica panottica e sanzionatoria e neoliberista. Scrive infatti la Commissione Ue: “Un reddito minimo adeguato è estremamente rilevante nell’attuale contesto di aumento dei prezzi dell’energia e dell’inflazione in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, poiché le misure di reddito possono essere mirate a favorire in modo specifico i gruppi vulnerabili“.

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Come procederà invece il prossimo governo – populista ma sempre neoliberista – guidato da Giorgia Meloni, da sempre più attento cioè a promuovere il workfare neoliberista e neodarwiniano che un vero welfare? Un governo comunque neoliberista, abbiamo detto: perché il neoliberismo è nel suo programma; perché, come hanno scritto Dardot e Laval nella Prefazione 2019 al loro “La nuova ragione del mondo” (DeriveApprodi), le varianti attuali del potere neoliberale (quello che ha prodotto la crisi sociale in Europa) “sposano la retorica del sovranismo e assumono uno stile populista per rafforzare e radicalizzare ulteriormente la presa sulla società da parte del capitale. In fondo, è come se il neoliberismo si servisse della crisi della democrazia liberale-sociale (quella che ha governato in Europa tra 1945 e fine degli anni Settanta e basata su welfare state e politiche di redistribuzione progressiva della ricchezza, del lavoro come diritto e sulla democrazia economica) che esso stesso ha indotto e che non smette di aggravare, per meglio imporre la logica del capitale e della concorrenza/competizione sulla società.

Il recupero della rabbia e del risentimento sociale [prodotti dal neoliberismo) esige oggi – perché il recupero sia funzionale (a consolidare ancora di più il sistema neoliberale, impedendone la reale messa in discussione), il carisma di un (in Italia, una) leader capace di incarnare la sintesi tra nazionalismo economico, liberalizzazione dei meccanismi economici e finanziari e una politica sistematicamente orientata a favorire il mercato” e non certo a favorire la società.

I doveri costituzionali di solidarietà

Guardando dunque alla campagna elettorale di Fratelli d’Italia e alla sua ideologia – che è appunto neoliberista, che è (forse) post-fascista ma che sicuramente è, per esplicita e rivendicata affinità elettiva, vicina alla franchista-fascista-omofoba Vox spagnola (mentre le radici di FdI sono “nei settanta anni di insidia della democrazia rappresentata dal Msi e dalle sue evoluzioni partitiche, in una litania di strategie della tensione, spesso interne agli apparati dello Stato e con legami internazionali, che ha disseminato di stragi la storia repubblicana” come ha ricordato Tommaso Di Francesco su il manifesto) e così generando e attivando quello che il New York Times ha definito “uno spostamento a destra dell’Europa intera” – quella che era una misura (pasticciata ma comunque efficace) volta a garantire cittadinanza anche a chi si trova senza un reddito capace di garantirgli una vita degna e dignitosa sembrerebbe comunque destinata ad essere superata da un governo che si dice di destra sociale quando in realtà è di destra asociale. Asociale perché non aiuta i più deboli, appunto volendo cancellare il reddito di cittadinanza e perché si scontra con l’articolo 2 della Costituzione che invece richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Doveri di solidarietà che sono inderogabili, costituendo non solo la base imprescindibile di una cittadinanza piena (il dovere di essere solidali, perché dove cresce la disuguaglianza non vi è cittadinanza, né libertà), ma soprattutto della esistenza stessa di una società coesa e non di un insieme neodarwiniano di individui egoisti/egotistici in competizione tra di loro come invece imposto appunto dall’ideologia e dalla rivoluzione antropologica prodotta dal neoliberalismo (“la società non esiste, esistono solo gli individui”, aveva infatti detto la neoliberista Margaret Thatcher in una intervista del 1987, riassumendo in uno slogan l’essenza dell’ideologia neoliberale e diventato il mantra di questi ultimi 30 anni per ingegnerizzare un uomo nuovo che fosse funzionale e adattato alla nuova fase, quella digitale, della rivoluzione industriale e delle esigenze delle imprese.

Reddito di cittadinanza, cosa dicono Istat e Inps

E che il reddito di cittadinanza sia uno dei mezzi per questo adempimento di un dovere di solidarietà sancito dalla Costituzione – che non è vecchia di 70 anni come è stato detto, ma è giovanissima di 6 anni, essendo stata riconfermata nel referendum costituzionale del 2016 dal 60% degli italiani – lo dimostrano i dati, recentissimi, dell’Istat e dell’Inps.

Sosteneva infatti l’Istituto di statistica, nel suo Rapporto annuale pubblicato l’8 luglio scorso, che le misure di sostegno economico erogate nel 2020, in particolare proprio il reddito di cittadinanza e quello di emergenza, hanno evitato a 1 milione di individui (e a circa 500mila famiglie) di trovarsi in condizione di povertà assoluta. Misure che hanno avuto effetto anche sull’intensità della povertà che, senza sussidi, nel 2020 sarebbe stata ben 10 punti percentuali più elevata, raggiungendo il 28,8% (a fronte del 18,7% osservato).

Concetto ribadito più recentemente dall’Inps. Perché se Giorgia Meloni ha sostenuto di volere riconoscere il reddito di cittadinanza solo agli over 60 privi di reddito, agli invalidi, alle famiglie senza reddito che hanno figli minori a carico, mentre il reddito dovrebbe essere tolto a coloro che hanno tra i 18 e i 59 anni ma sono in grado di lavorare, in realtà, sostiene l’Inps, i “teoricamente occupabili” sono poco meno del 60%, quindi poco più della metà degli attuali 2,38 milioni persone – ovvero almeno un milione di persone – perderà il sussidio (pari a 580 euro medi). Persone che vivono in 1,06 milioni di famiglie che percepiscono il reddito di cittadinanza, mentre 119 mila sono invece quelle assegnatarie della pensione di cittadinanza, ovvero 134 mila persone. E il totale dei percettori del reddito di cittadinanza è comunque soggetto a notevoli variazioni. Così, ad agosto è diminuito rispetto ai primi tre mesi dell’anno e le revoche hanno riguardato più di 42mila nuclei; mentre le decadenze sono state 221mila, sempre secondo l’Inps.

La proposta: una revisione del Reddito di cittadinanza, non l’abolizione

E dunque, se questi sono i numeri della realtà sociale italiana, abolire il reddito di cittadinanza significa fare la guerra ai poveri. Certo, il reddito di cittadinanza italiano necessita di manutenzione (ma non certo di abolizione o di sua riduzione – proprio perché, va ricordato ancora, stiamo entrando in recessione e la crisi sociale si aggraverà ulteriormente) – semmai di una sua estensione e di suo incremento in valore; certo le politiche attive del lavoro e i Centri per l’impiego possono essere oggetto di critica (ma moltissimi CPI funzionano meglio di molti soggetti privati del mercato del lavoro), ma svolgono comunque un ruolo essenziale e sono la dimostrazione che il capitalismo da solo non sa gestire il mercato del lavoro.

Su tutto – e oltre la recessione/stagflazione sempre più vicina – in Italia (nella sua provincia produttiva profonda) – esiste un tessuto di imprese maggioritariamente debole, che non sa e che spesso non vuole fare innovazione del prodotto e del processo, piuttosto cercando ancora oggi una competizione sui costi, al ribasso, sempre e comunque e con ogni mezzo.

Perché servono nuove politiche industriali

Più che politiche di workfare e di tagli al reddito di cittadinanza l’Italia avrebbe quindi bisogno di politiche industriali – compreso un intervento diretto dello stato in economia secondo la migliore tradizione keynesiana e beveridgiana – e soprattutto di politiche di vera transizione ecologica. Ma c’è da dubitare fortemente che il nuovo governo – massima espressione politica di quel tessuto produttivo debole, alleato inconsapevole di corporazioni e grandi gruppi – le vorrà fare davvero.

E infatti i partiti della coalizione di destra – di fatto negazionisti della crisi climatica – considerano la transizione ecologica come un costo e non come un investimento sul futuro – sul futuro delle prossime generazioni e dello stesso sistema economico. Con il che perderemo populisticamente altri cinque anni nel non affrontare una crisi climatica e ambientale (strettamente connessa con la crisi sociale e con quella dei flussi migratori che non si risolve certo chiudendo i porti ai migranti – ma lasciandoli aperti alla vendita di armi). Crisi alla cui soluzione dobbiamo dedicare – come ha ricordato la Commissione Ue – il massimo dell’attenzione e dell’impegno. Con la massima prontezza ad agire.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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