Dopo lo sciopero

Amazon, Cisl: “Le misure che servono ora per tutelare i lavoratori”

Il 22 marzo il primo sciopero della storia di Amazon. Un passo inevitabile per far conoscere il disagio dei dipendenti della multinazionale e le condizioni di lavoro cui sono sottoposti. Il Governo deve intervenire e i consumatori devono capire che un servizio pagato pochi euro è solo un vantaggio apparente per chi compra

Pubblicato il 25 Mar 2021

Salvatore Pellecchia

Segretario Generale della Fit-Cisl

amazon antitrust

Dalla A alla Z. L’ambizione di Amazon di includere tutto e tutti, di controllare tutto e tutti si riconosce già dal celebre logo: una freccia piegata a formare un sorriso che collega la lettera iniziale del nome con la zeta al suo interno.

Dietro la sua splendente vetrina online, però, Amazon cela una realtà di diritti non riconosciuti: a oggi l’azienda non ha alcun dialogo con il sindacato e non rispetta le regole sindacali italiane pur operando sul suolo italiano.

Lo sciopero dello scorso 22 marzo, quindi, il primo della storia di Amazon, è stato inevitabile per far capire alla multinazionale lo stato di disagio delle sue maestranze e indurla a cambiare posizione ma anche per rendere consapevole l’opinione pubblica delle gravi condizioni a cui sono sottoposti lavoratrici e lavoratori che spesso appaiono invisibili.

Amazon, un’ascesa inarrestabile

D’altronde l’ascesa di Amazon appare inarrestabile: nel 2020 ha dichiarato 386 miliardi di dollari di fatturato, contro i 280 miliardi dell’anno precedente. Se si considera che nel 2018 ne ha dichiarati 233 miliardi si tocca con mano il boom dovuto alla pandemia, che ha costretto gli italiani (e non solo) a stare in casa e li ha quindi spinti a fare acquisti online. I lavoratori a livello mondiale sono cresciuti proporzionalmente?

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Stando a quanto dichiarato dall’azienda da 647.500 che erano nel 2018, sono diventati 798.000 nel 2019 per poi balzare a 1.298.000. Sono quindi sicuramente aumentati ma non abbiamo contezza della loro adeguatezza numerica rispetto al significativo incremento delle attività.

In Italia oggi i centri logistici sono circa 40 e se ne stanno aprendo di nuovi, l’ultimo dei quali è quello di Pioltello (MI), mentre i lavoratori diretti sono circa 9.500 che, da stime, diventano circa 40.000 se si considerano anche quelli di tutta la filiera.

Come viene gestito il lavoro ad Amazon

Sappiamo dell’esistenza di un algoritmo, i cui segreti sono gelosamente custoditi, che governa il lavoro di queste migliaia di persone e non tiene conto né dell’aspetto contrattuale né di quello umano della produzione, che poi è quello che fa la differenza in termini qualitativi.

Il risultato di questo modo di gestire le risorse umane è duplice: i ritmi di lavoro insostenibili e indisponibilità a definire un normale contratto di lavoro di secondo livello nel rispetto della legislazione italiana. Nel primo caso alle lavoratrici e ai lavoratori non è consentito un adeguato riposo psicofisico. E questo, a lungo andare, può determinare l’insorgenza di incidenti e infortuni. Nel secondo caso non è possibile regolare opportunamente, come previsto dai rimandi del contratto di primo livello, le fattispecie aziendali. Una situazione che è tanto più inaccettabile se confrontata con il fatturato miliardario che menzionavamo prima.

A proposito dello sciopero, osserviamo come sia assolutamente riuscito: adesione media del 75% e grande attenzione nazionale e internazionale su un tema estremamente sentito.

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Le richieste dei sindacati ad Amazon

Quello che chiediamo ad Amazon, scendendo nel dettaglio, è:

  • la verifica dei turni, dei carichi e dei ritmi di lavoro imposti,
  • la riduzione dell’orario di lavoro dei driver,
  • la clausola sociale e la continuità occupazionale per tutti in caso di cambio appalto o cambio fornitore,
  • la stabilizzazione dei lavoratori con contratti di lavoro a tempo determinato e di quelli interinali,
  • il rispetto delle normative sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro.

La risposta di Amazon

Ricordando che anche il furgone utilizzato per le consegne è, di fatto, un luogo di lavoro. Rispondere, come fa Amazon, che lo sciopero è stato un flop con un’adesione del 10% non sposta di una virgola i problemi, non cancella il disagio delle lavoratrici e dei lavoratori. Così come non può essere una scusante quello che afferma la multinazionale, e cioè che la maggior parte delle consegne è fatta da aziende appaltatrici dei cui comportamenti Amazon non può essere ritenuta responsabile: è esattamente l’opposto, perché il ricorso all’appalto non può essere una scorciatoia per scaricare ad altri i problemi che non si vogliono affrontare. Il committente risponde solidalmente dei trattamenti normativi, retributivi e contributivi spettanti ai lavoratori degli appaltatori e di eventuali subappaltatori.

Lo sciopero come ultima spiaggia

Sottolineiamo un dato significativo: non è una casualità che il primo sciopero della storia in Amazon sia andato così bene e abbia avuto una visibilità così estesa. Quello dello sciopero, che per noi della Fit-Cisl rappresenta sempre l’ultima spiaggia, è un mezzo che più volte è stato tendenziosamente bollato come “vecchio” e “superato”, quando in realtà ancora oggi è la più idonea arma estrema per sensibilizzare anche l’opinione pubblica su realtà drammatiche e ingiustamente nascoste. Al tema dell’attualità del “vecchio” strumento dello sciopero è legata la questione della presunta “novità” delle modalità di lavoro in Amazon, che sarebbe data dalla (in)capacità dell’algoritmo a gestire tutto. Se non ci fermiamo all’apparenza e andiamo più in profondità, vediamo che, come diceva già il Qoelet più di tre secoli prima di Cristo, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Consegnare pacchi – oppure recapitare il pranzo o la cena a casa dei clienti, come fanno i rider – sono lavori che esistono da sempre. L’elemento nuovo è “solo” nella gestione del lavoro, appunto, tramite le cosiddette piattaforme.

La novità dello sciopero Amazon è che tanti clienti della multinazionale hanno mostrato di aver compreso le ragioni alla base della protesta e hanno pure dimostrato solidarietà concreta alle lavoratrici e ai lavoratori. Ma il dato più rilevante è che l’Unione europea, che da quando è nata ha sempre mostrato notevole attenzione per i diritti dei consumatori (chi si ricorda l’ordinanza 1677/1988 sulle dimensioni dei cetrioli destinati alla vendita al dettaglio?), ha capito che questi ultimi prima ancora di essere clienti Amazon sono, a loro volta, lavoratrici e lavoratori. In altre parole, ha compreso che un servizio pagato pochi euro è solo un vantaggio apparente per chi compra, se poi costui è a sua volta un lavoratore sottopagato proprio per offrire un servizio sottocosto. Questa presa di coscienza della Ue è frutto anche dell’intenso lavoro che come Fit-Cisl abbiamo svolto anche insieme alla Etf, la Federazione europea dei lavoratori dei trasporti a cui aderiamo, ed è un punto di svolta di cui cominciamo a vedere qualche frutto nella produzione normativa più recente, ma ancora non può essere sufficiente.

Le misure che servono

Amazon non può sottrarsi a questi principi, non può nascondere la testa sotto la sabbia. E anche il Governo deve intervenire in questo senso, così come ha già fatto, sempre su impulso del sindacato, per il trasporto aereo italiano: con il decreto Rilancio, infatti, abbiamo ottenuto che in quel settore così disastrato dal dumping contrattuale si applichino «trattamenti retributivi comunque non inferiori a quelli minimi stabiliti dal contratto collettivo nazionale di riferimento», cioè quello del trasporto aereo. Questa previsione legislativa rappresenta una svolta in quanto si stabilisce che la competizione nei “cieli d’Italia” sia fatta in base alla capacità delle aziende di offrire un servizio qualitativamente migliore, rispettando le regole del lavoro condivise tra associazioni datoriali e parti sociali e non a scapito dei lavoratori.

Per Amazon e, più in generale, per tutta la logistica italiana, chiediamo l’applicazione degli stessi principi.

Al tema della contrattazione di secondo livello è legato anche quello della formazione professionale e per la prevenzione degli infortuni. Le lavoratrici e i lavoratori vanno costantemente formati e aggiornati perché crescano e lavorino, in condizioni di salute e sicurezza ottimali, insieme alla loro azienda contribuendo attivamente al suo sviluppo. Questo tema è tanto più rilevante oggi, quando appunto la tecnologia ha accelerato la sua corsa, come vediamo dalla quarta rivoluzione industriale in atto, più nota come Industria 4.0.

Il modello che proponiamo, l’unico sostenibile, è esattamente l’opposto di quello ancora troppo diffuso in Italia, anche nella logistica, che vede il lavoratore come se fosse esso stesso un bene di consumo, da prendere, usare e gettare via, dopo averlo consumato e sottopagato. Questa visione, che ricorda dinamiche da prima rivoluzione industriale, è inaccettabile non solo moralmente ma anche costituzionalmente, come ci ricorda l’articolo 36 della nostra amata Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita sì dalla legge ma, in coerenza con le peculiarità del ciclo produttivo, anche dal contratto collettivo nazionale di lavoro.

Il lavoratore ha diritto giusti periodi di riposo giornaliero, riposo settimanale e a “ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.

Forse per qualche realtà questi elementi non sono sufficientemente noti o, addirittura, sono nuovi. In realtà sono previsti dalla nostra Carta costituzionale che è abbastanza “vecchia”, essendo stata promulgata ben 73 anni fa. Ed ecco che si ripresenta il tema dell’antico che in realtà è nuovo e della presunta novità che invece è già vecchia. Quanto ai diritti, quelli non invecchiano mai.

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