l'analisi

Amazon prospera nella crisi: ecco perché servono nuove politiche antitrust

Le ripercussioni della pandemia sull’economia mondiale non scalfiscono la posizione di Amazon che, anzi, sembra crescere indisturbato. Occorrerebbe cavalcare questa crisi per predisporre nuove politiche antitrust, più attente all’analisi della struttura di un’azienda e al ruolo strutturale che essa svolge nei mercati

07 Mag 2020
Barbara Calderini

Legal Specialist - Data Protection Officier

Fonte Immagine: https://athenaforall.org/#s3

L’emergenza globale in corso ha contribuito a rendere ancor più evidente quanto Amazon sia l’infrastruttura principe del mercato, indispensabile sia per i consumatori sia per gli stessi concorrenti.

Questo, nonostante il colosso di Seattle pratichi normalmente quella pratica anticompetitiva nota come predatory pricing (una strategia tariffaria in cui i prezzi di beni o servizi vengono inizialmente fissati ad un prezzo molto basso con l’intento di limitare la concorrenza e creare barriere all’ingresso per poi procedere al successivo rialzo in fase di monopolio) ben nota e osteggiata dalle autorità antitrust di tutto il mondo. Anzi, complice anche la diffusa concezione nella dottrina mainstream per la quale disponibilità di dati ed economie di network non costituiscano barriere all’entrata, Amazon ne trae indisturbati notevoli vantaggi.

Alla luce della posizione delle big companies come Amazon che hanno, ad oggi, l’assoluta gestione dell’accesso alle informazioni, allora forse sarebbe opportuno iniziare a pensare ad un progetto diverso, comune, solidale e coordinato di cui certamente la politica e le istituzioni dovrebbero farsi urgentemente carico assumendosene la chiara responsabilità.

La revisione dell’attuale quadro in materia di antitrust, in USA come in Europa ne è parte integrante.

Vediamo perché, iniziando però dalle crepe, emerse con ancora più evidenza nelle ultime settimane, nei rapporti tra Amazon e i suoi dipendenti e dalla reazione del colosso.

Le criticità del rapporto tra Amazon e i suoi dipendenti

Secondo Stacy Mitchell[1] sebbene l’obiettivo di Jeff Bezos sia da sempre “non tanto che Amazon possa dominare il mercato; quanto che diventi esso stesso il mercato” (ponendosi allo stesso tempo come concorrente ed infrastruttura), allo stesso tempo, proprio la pandemia causata dal virus Covid 19 potrebbe aver contribuito efficacemente a rendere note al grande pubblico le molteplici criticità, evidenziando i punti deboli della compagnia, specie sul fronte del trattamento dei propri dipendenti.

Questi ultimi, a quanto pare, oltre che non sindacalizzati e precari, mai come ora sono stati adibiti a svolgere mansioni estenuanti e sottopagate e, addirittura, non sarebbero stati adeguatamente equipaggiati dei necessari presidi di sicurezza fisici ed ambientali a tutela della propria salute ed incolumità o costretti, qualora infettati, a congedi e quarantene non retribuiti.

Decine di migliaia di operatori di magazzino nei centri di distribuzione di Amazon, in sinergia con alcuni droni, eseguono i passi “di una coreografia tanto perfetta quanto infida” in grado di esporli al rischio di infezione dovuto in gran parte all’incontrollata catena di approvvigionamento nelle aree di lavoro. Tutto per assicurare la garanzia del soddisfacimento delle immani richieste provenienti da un mondo improvvisamente confinato in casa.

Un’opportunità irrinunciabile di percettibilità e popolarità, che secondo Mitchell potrebbe, se adeguatamente gestita e valorizzata dalla stampa come dalle organizzazioni sindacali, sulla scorta delle numerose manifestazioni di protesta dei lavoratori, rivelarsi estremamente utile a lacerare quel pesante mantello di invisibilità di cui gode la compagnia statunitense. Un mantello ben delineato nel suo rapporto Amazon’s Stranglehold, la cui lettura non potrà che rivelarsi interessante specie se in abbinamento con il documentario di Frontline, rilasciato il 18 febbraio 2020 ed ora disponibile in streaming online, al quale la stessa Tracy Mitchell ha collaborato attivamente. Consigliati entrambi.

“Amazon has never been more powerful, but the consequences of its power have never been more visible,” “It’s laid bare.” dichiara Mitchell al New York Times.

Come Amazon sta gestendo la crisi reputazionale

Debolezze di una certa rilevanza che, tuttavia, Bezos dimostra di saper gestire con il minimo sforzo e senza che gli investitori della compagnia possano risentire di alcuna “forma di preoccupazione o nervosismo”.

Dave Clark, vice presidente senior delle operazioni mondiali di Amazon non tarda, infatti, a smentire le voci di protesta alimentate dalle negligenze aziendali rese note dai dipendenti in sciopero e a comunicare, per tutta risposta, la decisione relativa alle 100.000 nuove assunzioni tra tempo pieno e part-time, unitamente alla ferma rassicurazione che “salute e sicurezza” rappresentino da sempre una priorità per la sua società. Dichiarazioni, peraltro, avvalorate dalla determinazione sull’investimento di quasi 700 milioni di dollari a livello globale finalizzato ad aumentare la retribuzione oraria dei lavoratori, negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito e in molti paesi dell’UE per quei dipendenti e partner impiegati in vari modi nelle rispettive attività.

Health and safety are a top priority with all of our roles and sites. We continue to consult with medical and health experts, and take all recommended precautions in our buildings and stores to keep people healthy. We’ve taken measures to promote social distancing in the workplace and taken on enhanced and frequent cleaning, to name just a few”, sottoliena Dave Clarck, riferendosi alle numerose modifiche nel frattempo apportate ai processi aziendali nei centri operativi di tutto il mondo: dalla possibilità di ferie retribuite di massimo due settimane o assenza illimitata dal lavoro non retribuita per i dipendenti contagiosi ovvero esposti a maggior rischio, alla dotazione di mascherine protettive ai dipendenti rimasti operativi, oltre al rispetto del distanziamento fisico, al controllo della temperatura corporea a scopo precauzionale, fino alla costante sanificazione degli ambienti tramite tecniche di disinfezione all’avanguardia.

Tutte informazioni che vanno comunque lette alla luce di quelle, di diversa indole, di David Zapolsky, consigliere generale di Amazon, trapelate da un incontro interno della leadership di Amazon e reso noto sulle pagine di VICE News. Il riferimento è al caso Christian Smalls, un dipendente Amazon particolarmente polemico e con un certo seguito, licenziato dopo le sue vive proteste, che rivelano le discutibili linee guida di un disegno per mettere “in cattiva luce” il dipendente e salvare l’immagine aziendale. E ugualmente per le dichiarazioni rilasciate da alcuni lavoratori alla stampa secondo le quali i vantaggi legati alle misure di congedo ed indennità sarebbero più apparenti che reali stante l’eccessiva complessità delle procedure sottese per ottenerle.

Ad ogni modo, lo stesso Jeff Bezos, nella lettera annuale degli azionisti di Amazon di metà aprile, ribadisce le dichiarazioni di Clarck e tiene a rimarcare la portata della risposta della sua società alla crisi epidemiologica, evidenziando in particolare anche l’intenzione di procedere verso la costituzione di propri laboratori interni di test COVID-19 a beneficio degli impiegati: “We’ve begun the work of building incremental testing capacity,” scrive il CEO. “A team of Amazonians—from research scientists and program managers to procurement specialists and software engineers—moved from their normal day jobs onto a dedicated team to work on this initiative. We have begun assembling the equipment we need to build our first lab and hope to start testing small numbers of our frontline employees soon. We are not sure how far we will get in the relevant timeframe, but we think it’s worth trying, and we stand ready to share anything we learn.

I mille volti di Amazon

Una cosa intanto è certa: ritenere che Amazon sia un mero rivenditore equivale certamente a sottovalutarne le potenzialità e a vedere solo uno dei suoi tanti tentacoli, travisandone per ciò stesso la natura.

È infatti allo stesso tempo una multinazionale innovativa di servizi, una potenza dell’e-commerce che rappresenta l’avanguardia nel mondo del campo del retail, del packaging e della logistica; un primario attore nel settore del cloud, peraltro rivelatosi estremamente redditizio, attraverso la sua unità Amazon Web Services e, uno dei principali protagonisti impegnati nel promettente ambiente dei video in streaming, dove Amazon Prime Video è infatti secondo solo a Netflix.

Non ultimo, è un contribuente privilegiato, stanti i vantaggi derivanti dai benefici e sgravi fiscali di cui da tempo la società si fregia.

Solo nel 2019, dopo due anni di esoneri contributivi (grazie principalmente ai crediti d’imposta per spese in ricerca e sviluppo e agli investimenti in immobili, impianti e macchinari), Amazon ha dovuto versare un’aliquota di appena l’1,2% (contro il 14% degli americani medi) al sistema fiscale federale: parliamo di un modesto esborso di 162 milioni di dollari a fronte di un reddito di oltre 13 miliardi di profitti. Magra consolazione per le casse federali.

Lina Khanacademic fellow presso la Columbia Law School, nonché consulente di maggioranza presso la sottocommissione per il diritto antitrust, commerciale e amministrativo del comitato giudiziario statunitense – ci offre[2] un visione esauriente e chiara sia di quella che già nel 2017 appariva come la complessa natura di quello che lei stessa definisce “il titano del commercio del ventunesimo secolo”, sia dell’evidente inadeguatezza delle logiche sottese alle normative antitrust vigenti, ancora fortemente legate alla teoria dei prezzi e del “benessere dei consumatori” misurabile negli effetti a breve termine, del tutto disallineate rispetto alle architetture del potere di mercato dell’economia moderna. Un monito a valutare con maggiore attenzione i rischi insiti nelle pratiche di predatory pricing, troppo spesso fraintese dalle autorità di controllo.

“Con il suo zelo missionario per i consumatori, Amazon ha marciato verso il monopolio cantando la melodia dell’antitrust contemporaneo” scrive.

E’, intanto, recente la notizia per cui la Competition & Market Authority (Cma), ovvero l’Antitrust inglese, ha dato il suo provvisorio benestare, malgrado le preoccupazioni iniziali, all’acquisizione da parte di Amazon di una quota di minoranza della piattaforma Deliveroo.

Una notevole accelerata alle pre-esistenti mire espansionistiche del colosso di Seattle sul fronte del food delivery, da tempo tra le sue ambizioni, seppur sopite in attesa di tempi migliori. Tempi che ora sembrerebbero essere giunti a maturazione: Amazon potrebbe di fatto assumere un ruolo di primo piano nel risollevare le sorti claudicanti della società inglese Deliveroo, grazie all’ aumento di capitale ad essa riservato da oltre 500 milioni di dollari, pari al 16% delle quote della piattaforma di food delivery.

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Se questo porterà anche al rischio concreto di “un sostanziale calo della concorrenza all’interno di uno o più mercati nel Regno Unito” (tra le originarie preoccupazioni dell’autorità antitrust inglese) sarà presto più chiaro dopo la relazione finale della Cma prevista entro l’11 giugno 2020.

I numeri della crisi economica globale a fronte dell’ascesa di Amazon

L’economista capo del Fondo monetario internazionale, FMI, Gita Gopinath ritiene che a causa della pandemia COVID-19 il PIL globale subirà verosimilmente una contrazione nel 2020 non inferiore al 3%, al quale corrisponderà nel 2021 una crescita del 5,8%. La recessione generata dalla pandemia viene ritenuta come la peggiore dalla Grande Depressione del 1929.

“I Governi dovranno fornire un sostegno senza precedenti per rilanciare l’economia”. Sottolinea Gita Gopinath, alludendo alle rilevanti misure fiscali, monetarie e finanziarie necessarie a mantenere i legami economici tra lavoratori e imprese e istituti di credito e mutuatari e contemporaneamente a mantenere intatte le infrastrutture economiche e finanziarie della società globale.

“As a result of the pandemic, the global economy is projected to contract sharply by –3 percent in 2020, much worse than during the 2008–09 financial crisis. In a baseline scenario, which assumes that the pandemic fades in the second half of 2020 and containment efforts can be gradually unwound, the global economy is projected to grow by 5.8 per- cent in 2021 as economic activity normalizes, helped by policy support. There is extreme uncertainty around the global growth forecast.”

Tali previsioni, corrispondenti alle stime calcolate daI FMI, sono state rese note in occasione del World Economic Outlook di aprile 2020 ed evidenziano chiaramente l’enorme complessità della crisi planetaria intensificata dall’incertezza circa le dinamiche future dell’evoluzione, al momento non facilmente ponderabile, dell’emergenza epidemiologica come degli sviluppi medici e scientifici volti a fronteggiarne le conseguenze.

Nello scacchiere mondiale del “Grande blocco”, Amazon, si rivela immune al lock down.

Di fatto né le indagini antitrust in corso in Usa come in Europa, tra cui in Italia, né le restrizioni sulle tipologie di prodotti riforniti e spediti, unitamente alle menzionate proteste dei dipendenti, ne inficiano l’inesorabile percorso di crescita. E neppure la recente sconfitta giudiziaria subita in Francia che lo costringerà a mantenere i suoi centri di distribuzione francesi chiusi per indagini sulle irregolarità di sicurezza dei luoghi di lavoro o la richiesta del senatore Josh Hawley al Dipartimento Usa di Giustizia affinché apra un’indagine penale su Amazon per “pratiche dei dati predatorie e di esclusione per costruire e mantenere il monopolio” come anche il rischio della possibile rielezione di Trump, da sempre ostile al Direttore del Washington Post, sembrano essere per Bezos motivo di forte preoccupazione.

Altrettanto può dirsi per le pur tempestive strategie di marketing messe in campo dai vari rivenditori indipendenti tramite le offerte speciali, dalla spedizione a costo zero alla scontistica, riscontrabili nei vari siti web di shopping on line tra cui, per citarne alcuni: Apple, Dell, Samsung, Nintendo, ma anche Box.co.uk e Ethicalsupermarket.com per gli elettrodomestici e prodotti per la casa, Best Buy per l’elettronica, Wilko per la cura degli animali domestici, Sephora e Very.co.uk per la bellezza e la cosmesi in generale, fino a Big Green Bookshop e altri come lui impegnati nella vendita di libri.

Nulla che possa scalfire il colosso. Affatto.

Basti dire che Amazon è risultato anzi il misterioso donatore del fondo da oltre 250.000 sterline da lui stesso promosso a sostegno delle piccole librerie inglesi messe in ginocchio dal lockdown.

Non solo Bezos è titolare del brand che vale di più al mondo, ma il titolo della sua compagnia vola incontrastato in borsa: nella seduta dello scorso 14 aprile il prezzo ad azione aveva raggiunto la cifra record di 2.283 dollari (era 2.170,22 dollari il 19 febbraio).

Stando, inoltre, ai dati provenienti da Refinitiv, la stragrande maggioranza degli analisti interessati alle oscillazioni di borsa di Amazon si è detta certa dell’ulteriore prossimo rialzo delle azioni di borsa della compagnia. Ciò, sebbene sia abbastanza ricorrente quando si tratta di società a grande capitalizzazione, evidenzia comunque un livello di uniformità di vedute rivelatosi praticamente unanime tra gli investitori esperti che è invece piuttosto insolito quanto significativo.

Secondo quanto riporta Market Watch, Amazon è una delle poche aziende tecnologiche le cui stime finanziarie sono migliorate dall’inizio dell’anno e una delle sole 30 S&P 500 SPX a guadagnare nel primo trimestre del 2020, grazie ai vantaggi commerciali insisti nel suo complesso modello economico, effettivamente ancor più incidenti, in piena emergenza sanitaria.

Capitali e servizi Amazon a disposizione delle istituzioni

Se, dunque, da una parte, Stacy Mitchell, in particolar modo attraverso Athena una coalizione no profit aperta a tutti coloro che hanno rapporti diretti o indiretti con Amazon o semplice interesse alla causa, organizzazioni locali e nazionali che rappresentano lavoratori, piccoli imprenditori, persone di colore, immigrati, attivisti, sostenitori, esperti di politica e accademici – si prodiga fattivamente per tentare di fermare l’ascesa di Amazon e per rendere comprensibile oltre che palese e popolare come “le società miliardarie come Amazon rigettino le regole in modo che solo loro possano prosperare. Minaccino la nostra capacità di guadagnarci da vivere e vivere bene” e siano pertanto pericolose per le comunità, la democrazia e l’economia.

Dall’altra, il successo della società di Bezos prosegue inarrestabile, rivelandosi particolarmente atto a porsi in sinergia con le istanze emergenziali imposte dalla perdurante crisi sanitaria.

Amazon si fa interprete dell’emergenza offrendo i propri capitali e servizi a istituzioni, centri di ricerca medica e scientifica e operatori commerciali del settore della grande e media distribuzione.

Ne è un chiaro segnale la sua Diagnostic Development Initiative, annunciata a marzo da Amazon Web Service, per accelerare lo sviluppo della diagnostica, della ricerca e dei test per combattere COVID-19.

Venti milioni di dollari a messi a disposizione delle unità scientifiche della ricerca medica ed epidemiologica e che saranno fruibili dagli stessi attraverso una combinazione di crediti cloud e supporto tecnico per aiutare i team di ricerca.

“La AWS Diagnostic Development Initiative (DDI) fornisce supporto all’innovazione nei test rapidi e accurati sui pazienti per il nuovo coronavirus 2019 (COVID-19) del 2019 e altre soluzioni diagnostiche per mitigare i futuri focolai. Sebbene la ricerca sullo sviluppo di vaccini e trattamenti sia generalmente finanziata da fondazioni private e agenzie governative, le tecniche diagnostiche veloci e affidabili sono lente da sviluppare. Test accurati e diagnosi presso i punti di cura o le sedi regionali per i pazienti con COVID-19 sono fondamentali per un intervento e un trattamento precoci. AWS offre supporto tecnico e fornisce crediti promozionali AWS per supportare l’uso dei servizi AWS per far avanzare la ricerca diagnostica per le istituzioni e le aziende selezionate.” si legge nella pagina ufficiale di presentazione.

Inutile dire che il programma è riservato a tutti quegli istituti di ricerca accreditati e soggetti privati che utilizzano AWS o inizieranno, in virtù di tanto, a farne uso. Questi saranno inoltre supportati da un gruppo di consulenza tecnica esterno composto da scienziati di spicco, esperti di politica sanitaria globale e leader nel campo della diagnostica delle malattie infettive. Non è stata ancora divulgata la specifica compagine del team ma si apprende dal sito web che Steve Davis, membro del Digital Health Technical Advisory Group dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ne fa già parte.

“Il mondo ha bisogno di sempre più innovazione nel settore privato per combattere questa pandemia. Gli impegni e la partecipazione di Amazon sono molto apprezzati, soprattutto perché la mancanza di significativi strumenti diagnostici di prossima generazione rimane un grosso divario nella maggior parte dei sistemi sanitari. Una piattaforma per collegare ricerca, capacità digitali e nuovi prodotti ai clienti a livello globale è un’avventura entusiasmante”, tiene a precisare Davis.

Di fatto, dunque, tutte le informazioni e le immagini rilevate dagli strumenti diagnostici in uso verranno archiviate e conservate nel cloud di Amazon Web Service, noto come S3, per poi essere impiegate in tecniche di machine learning per alimentare gli algoritmi di AI (che si dice sarà open source) a supporto della scienza medica.

Va da sé che il contributo allo sviluppo della diagnostica su Covid-19 per Amazon sarà solo l’inizio di quella si presenta (nel bene o nel male) una collaborazione di sicuro interesse nel campo della raccolta dei dati sanitari, genetici e biometrici per finalità di ricerca scientifica.

Ad aprile, il governo canadese ha inoltre annunciato la collaborazione con Amazon nella fornitura dei dispositivi di protezione individuale agli operatori sanitari in prima linea e anche in Italia, la compagnia di Bezos è tra i gruppi attivi a sostegno della Protezione Civile italiana attraverso cospicue donazioni dirette e l’introduzione di una skill su Alexa per agevolare le operazioni di coloro che si rivelassero intenzionati a dare il proprio contributo. Ma non solo, perché, la divisione cloud di Amazon ha anche aderito all’iniziativa di solidarietà digitale del Ministero dell’Innovazione italiano rendendo disponibili vari webinar di formazione gratuiti dedicati alle materie STEM (Scienze, Tecnologia, Elettronica e Matematica) e di informatica creativa per i docenti scuole di elementari e medie.

Anche le attività di vendita “fisiche” sono state oggetto di attenzione da parte di Amazon che, infatti, ha esteso la propria tecnologia Just Walk Outche consente agli acquirenti di entrare semplicemente in un negozio, prendere ciò che vogliono e semplicemente uscire pagando senza necessità di casse e cassieri – anche a rivenditori non aderenti al programma Amazon Go. Una sorta di carrello virtuale guidato da tecniche di computer vision, sensor fusion e deep learning che mai come ora potrebbe rivelarsi utile e necessario. L’acquirente, che potrebbe anche non disporre di un proprio account Amazon, dovrà tuttavia registrare la propria carta di credito per poter fruire del servizio e garantire il pagamento al venditore.

La disponibilità di ulteriori moli di dati per Amazon è garantita.

Conclusioni

Stacy Mitchell e Olivia LaVecchia nel 2016 scrivevano che “ogni due dollari che gli americani spendono online, Amazon ne guadagna uno”.

Questo, prima della crisi sanitaria mondiale.

Oggi, come sappiamo, grazie anche alla spinta ricevuta dalle necessità rese urgenti dalla crisi epidemiologica, il dominio della compagnia di Bezos è ancora più forte e la sua ascesa nel mercato mondiale in costante sviluppo.

Ciò è dovuto alla coesistenza di diversi elementi, tra cui sicuramente:

  • una certa deferenza da parte dei governi e delle istituzioni;
  • la strategia aziendale intuita dallo stesso Bezos, sin dai primi anni 2000, basata sulla volontà di sostenere le perdite e di investire in modo aggressivo a spese degli utili oltre all’integrazione su più linee di business;
  • la fidelizzazione dei clienti e dei rivenditori, rivelatisi anche una formidabile fonte di opposizione alle normative che minacciano queste piattaforme nonché fattori determinati per lo sviluppo del prezioso “effetto di rete”;
  • la conseguente enorme disponibilità di dati e lo sfruttamento degli stessi per microtargeting pubblicitario e profilazioni varie;
  • non ultimo, l’inadeguatezza dei quadri regolatori vigenti in materia di antitrust e promozione della concorrenza, rispetto alle dinamiche attuali dei mercati, in particolare alla luce del ruolo assunto dalla disponibilità dei dati. Concentrare l’antitrust esclusivamente sul benessere dei consumatori si sta rivelando ora più che mai un errore gravoso.

E certo, la grave emergenza in atto se da una parte può aver contribuito a far emergere le criticità ben rilevate da Stacy Mitchell, dall’altra ha sicuramente ampliato e abilitato ulteriori leve a supporto della grande azienda tecnologica di Seattle e del suo fondatore, peraltro in buona compagnia nel panorama degli attuali vincitori al tempo del coronavirus.

Basta riferirsi al Bloomberg Billionaires Index per apprendere che oltre a Jeff, altri nomi noti appaiono tra le prime file e sono in gran parte legati al mondo della tecnologia.

Fonte immagine: https://www.bloomberg.com/billionaires/

Senza dimenticare il settore delle videoconferenze dei video streaming e della grande distribuzione. Altra storia per le piccole medie imprese e certo per il settore petrolifero e del turismo gravemente compromessi dalle limitazioni agli spostamenti.

Alla base di tanto, un curioso paradosso.

Un’antinomia che si unisce agli elementi alla base del successo elencati precedentemente:

  • la natura umana che con la sua fragilità promuove una maggiore necessità del digitale visto come approdo sicuro immune a “quel particolare virus” estremamente pericoloso per la società degli individui.
  • Le grandi aziende tecnologiche e digitali come Amazon non possono che intuirne i vantaggi e trarne beneficio. Il prezzo delle piccole ombre che si accompagna alla maggiore esposizione mediatica della potente piattaforma digitale è assolutamente sostenibile e forse altrettanto non valorizzato dalle istituzioni e dalla autorità preposte.

Il processo di digitalizzazione ed automazione della società non consente ripensamenti per il futuro: indietro non si torna. E certo è inutile arroccarsi in improbabili fortini analogici.

Mi chiedo però verso dove vogliamo indirizzare questo processo.

La definitiva trasformazione della società umana in un ambiente data driven in cui lo spazio non è fisico bensì logico rende palese come “chi controlla le domande sia in grado di dare forma alle risposte e chi controlla le risposte di dare forma alla realtà” come ci suggerisce efficacemente il professor Luciano Floridi.

In particolare, nell’ambito dell’attuale quadro in materia di antitrust è chiamato in causa l’approccio dello stesso basato ancora oggi sulla logica dell’equivalenza tra concorrenza e “benessere dei consumatori” rivelatasi, invero, inidonea a comprendere e gestire le dinamiche dell’architettura del potere di mercato nell’economia del XXI secolo e cieca all’esigenza di propendere per una maggiore attenzione verso l’analisi della struttura di un’azienda e al ruolo strutturale che essa svolge nei mercati.

E forse i potenziali danni alla concorrenza posti dal dominio di Amazon e delle grandi piattaforme digitali, potrebbero divenire effettivamente riconoscibili e adeguatamente ponderabili senza possibilità di smentita.

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  1. Stacy Mitchell è autrice insieme a Olivia Lavecchia del noto rapporto “Amazon’s Stranglehold: How the Company’s Tightening Grip on the Economy Is Stifling Competition, Eroding Jobs, and Threatening Communities” e con-direttore dell’Institute for Local Self-Reliance, oltre che “fellow” del Thurman Arnold Project di Yale e membro del consiglio del Maine Center for Economic Policy.
  2. Nel suo articolo “Amazon’s Antitrust Paradox“, insignito nel 2018 dall’ Antitrust Writing Award come “Best Academic Unilateral Conduct Article”
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