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Guerra, ecco come la Russia ha perso la supremazia nella disinformazione

Nella guerra che sta sconvolgendo l’Ucraina e terrorizzando il globo, la celebre abilità della Russia di manipolazione della realtà non è riuscita a disinnescare la condanna quasi universale dell’invasione. Cosa è andato storto?

17 Mar 2022
Antonino Mallamaci

avvocato, Co.re.com. Calabria

fake news guerra

Una delle fotografie più celebri dell’epoca sovietica raffigura Lenin che, dal palco, arringa la folla. Ai piedi del podio, si vedono Trockij, e Kamenev, quest’ultimo altro stretto collaboratore di Lenin. La foto circolava ancora nella sua versione originale in occasione del decimo anniversario della Rivoluzione, nel 1927.

Negli anni Trenta, invece, in piena dittatura stalinista, essa venne ritoccata e Trockij e Kamenev scomparvero: entrambi, infatti, erano ormai caduti in disgrazia e Stalin li aveva privati di ogni carica all’interno del partito. Kamenev sarebbe stato condannato a morte (dopo un processo farsa) nel 1936, mentre Trockij sarebbe stato assassinato nel 1940 in Messico.

Questo celebre esempio di manipolazione della realtà dimostra che quella a fini politici ha in Russia una tradizione ben radicata. Col tempo, la disinformazione si è adeguata ai mezzi a disposizione, e lo Stato nato dalle ceneri dell’URSS si è guadagnato sul campo una certa fama in questo settore. Fama meritata? O amplificata dalla mancanza di un contrasto serio da parte del resto del mondo?

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L’isolamento internazionale della Russia

Nella guerra che in questo periodo sta sconvolgendo l’Ucraina e terrorizzando il globo terrestre e i suoi abitanti per le minacce esplicite, lanciate da Putin, di ricorso alle armi nucleari, questa invidiabile (o esecrabile, dipende dai punti di vista) abilità non è riuscita a disinnescare la condanna quasi universale dell’invasione. Anche le aziende tecnologiche hanno voltato le spalle alla Russia, mentre moltissimi militanti digitali hanno agito contro obiettivi russi. Tuttavia, gli sforzi Putin per controllare le informazioni all’interno del suo paese e impedire alla sua stessa popolazione di rivoltarglisi contro, potrebbero ancora avere successo. La disfatta della comunicazione russa, almeno all’estero, è plasticamente dimostrata dall’Assemblea generale dell’ONU, dove 141 paesi hanno votato per condannare l’attacco e un comitato ha approvato in modo schiacciante un’indagine su presunte violazioni dei diritti umani della Russia in Ucraina.

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I membri dell’Assemblea hanno votato 141 contro 5 per condannare la “operazione militare speciale” in Ucraina e affermare che nessun guadagno territoriale derivante dall’uso della forza sarà riconosciuto come legale. La risoluzione, dalla quale si sono astenuti 34 paesi tra cui Cina e India, ha anche espresso “grave preoccupazione” per gli attacchi alle strutture civili e per le vittime civili. Le risoluzioni dell’Assemblea generale possono inviare un messaggio sulla posizione dei leader mondiali, ma non hanno forza vincolante. Ciò a differenza delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza, composto da 15 membri, 5 dei quali permanenti con diritto di veto. Tra questi ultimi la Russia, che ha utilizzato quest’arma per bloccare una risoluzione che le avrebbe richiesto il ritiro dall’Ucraina. L’isolamento della Russia si è appalesato ancora nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, dove 32 dei 47 membri hanno votato l’avvio di un’indagine sulle violazioni commesse nella guerra in Ucraina e per individuarne i responsabili. Solo la stessa Russia e l’Eritrea hanno votato contro, mentre 13 paesi si sono astenuti (tra i quali i tradizionali sostenitori di Mosca: Cina, Venezuela e Cuba). Il Consiglio di Ginevra ha anche condannato “con la massima fermezza le violazioni dei diritti umani e gli abusi e le violazioni del diritto umanitario internazionale nell’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina”. La decisione del Consiglio comporta la creazione di una commissione d’inchiesta internazionale indipendente “per indagare su tutte le presunte violazioni e abusi… nel contesto dell’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina”.

Il fallimento della campagna disinformativa russa

Da ciò, dunque, si evince chiaramente come i messaggi di Mosca non si siano rivelati convincenti di fronte al flusso di immagini e video che mostrano la brutale guerra in Ucraina, come ha affermato David Kaye, ex relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione: “Le immagini che riceviamo dall’Ucraina, i social media, e lo sforzo di comunicazione che Zelenskyy ha intrapreso, sono determinanti nel rendere più facile per i diplomatici isolare la Russia .”

Il fallimento della campagna disinformativa è in netto contrasto con le passate campagne di guerra ibrida dove erano state abilmente utilizzate tattiche informative per evitare un efficace contrasto globale, ad esempio quando la Russia si è impadronita della Crimea o ha provocato il precipitare della situazione nel Donbass. Questa volta le dimensioni dell’operazione e i mesi di preparativi per l’invasione al confine ucraino hanno reso impossibile che si replicasse lo stesso copione. In effetti, non c’è modo di oscurare il combattimento nella zona grigia quando si sta lanciando un’invasione convenzionale che coinvolge 190.000 soldati.

La controffensiva Usa

Il fallimento è in gran parte dovuto agli sforzi degli Stati Uniti per evidenziare le operazioni sotto falsa bandiera prima che si verificassero, dando il tempo per costruire una risposta forte e unitaria. Per anni, i funzionari americani si sono lamentati del fatto che gli Stati Uniti combattevano con un braccio legato dietro la schiena quando si trattava di condurre una guerra dell’informazione. Gli avversari sono stati liberi di diffondere menzogne ​​e teorie del complotto, mentre il governo degli Stati Uniti generalmente si sentiva obbligato a rivelare la verità nelle sue dichiarazioni pubbliche (anche se spesso ha cercato di nascondere una cattiva condotta).

Per la Russia è stato facile trasmettere propaganda negli Stati Uniti, spesso tramite i social media, come è stato più difficile per le informazioni indipendenti penetrare in spazi mediatici più strettamente controllati in paesi come Cina, Corea del Nord e Russia. Con l’escalation della crisi in Ucraina, l’amministrazione americana sembra aver sviluppato una tecnica efficace per condurre la guerra dell’informazione. Piuttosto che consentire a Putin e compagnia di diffondere liberamente ridicole teorie del complotto anti-russo che coinvolgono l’Occidente e l’Ucraina, l’amministrazione ha scelto di reagire rilasciando rapporti di intelligence sui tentativi della Russia di creare una giustificazione per l’invasione. Già il 23 gennaio, il governo britannico e quello degli Stati Uniti hanno diffuso i dettagli di un presunto complotto russo per instaurare un regime filo-Mosca a Kiev, indicando un ex membro filorusso del parlamento ucraino come il burattino preferito da Putin. Il 3 febbraio, poi, l’amministrazione Biden ha rilasciato informazioni su un piano russo per filmare un falso attacco sul territorio russo o su persone di lingua russa nell’Ucraina orientale per motivare l’attacco.  Secondo il portavoce del Pentagono, John Kirby, sarebbe stato realizzato “un video di propaganda con cadaveri e attori abbigliati a lutto, immagini di luoghi distrutti, nonché attrezzature militari che sarebbero state fatte apparire come fornite dall’Occidente”.

Gli Stati Uniti hanno anche rilasciato numerosi dettagli sui movimenti delle truppe russe al confine con l’Ucraina, insieme a valutazioni secondo cui era probabile un’invasione russa. L’amministrazione ha inoltre condiviso informazioni sul dissenso all’interno dell’esercito russo. Un alto funzionario statunitense, coperto dall’anonimato, ha spiegato la strategia dell’amministrazione al Wall Street Journal: “Abbiamo visto molte volte nella storia recente [la Russia] condurre operazioni sotto falsa bandiera e usare la confusione per lanciare un’azione militare. Smascherare questi complotti rende molto più difficile per la Russia eseguirli”. Visti i precedenti, come la famosa Smoking gun tirata fuori per giustificare l’intervento in Iraq, I giornalisti sono scettici nei confronti dell’intelligence statunitense, ma sull’utilizzo da parte russa delle cosiddette operazioni sotto falsa bandiera per giustificare l’aggressione non si può certo dubitare.

Disinformazione russa: i precedenti illustri

Alcuni precedenti sono indicativi e aiutano a fugare i dubbi. Nel 1939, l’Unione Sovietica bombardò le sue truppe vicino al confine con la Finlandia per poterla invadere. Nel 1968, gli agenti del KGB in Cecoslovacchia inventarono di sana pianta una storia di minacce contro l’URSS e affermarono di aver trovato un deposito di armi “Made in USA”, tutto per stroncare la Primavera di Praga con i carrarmati. Sembra pure che nel 1999 agenti dell’intelligence russa abbiano bombardato condomini russi per giustificare l’invasione della Cecenia. In Georgia (2008) e Ucraina (2014), le operazioni compiute sono state accompagnate da una copiosa disinformazione, compreso l’uso di “omini verdi”, soldati in divisa verde privi di insegne dell’esercito, per mascherare il ruolo delle forze militari russe. Il Cremlino ha persino accusato la CIA per l’abbattimento dell’aereo di linea malese nei cieli di Ucraina nel 2014, compiuto invece dai separatisti sostenuti dalla Russia utilizzando un sistema di difesa aerea russa. In passato, gli Stati Uniti sono stati colti alla sprovvista dalle operazioni di disinformazione russe. Smascherare i complotti russi in tempo reale sembra essere una risposta efficace, anche se ciò solleva preoccupazioni sull’esporre le “fonti e i metodi” della comunità dell’intelligence statunitense, mentre i giornalisti si chiedono se ci si possa fidare delle affermazioni del governo degli Stati Uniti.

Nondimeno, i rapporti statunitensi gettano sabbia negli ingranaggi della macchina militare russa e costringono quel governo a chiedersi da dove le agenzie di intelligence occidentali stiano ottenendo le loro informazioni, ipotizzando magari la presenza di traditori. I rapporti neutralizzano anche la propaganda russa e consentono agli Stati Uniti di cercare di controllare la narrativa, piuttosto che cedere a Putin e ai suoi propagandisti: data la crescente importanza delle operazioni di informazione nella guerra moderna, non è un risultato da poco e ha già dato i suoi frutti con una notevole unità occidentale di fronte alle minacce russe. D’altra parte, Putin e i suoi hanno dato prova di goffaggine, contrariamente a quanto ci si aspettava, quando hanno tentato di persuadere il pubblico che le forze ucraine stavano commettendo atrocità nella parte occupata dai russi del Donbas.

Secondo Nika Aleksejeva, ricercatrice capo per i Paesi baltici presso il Digital Forensic Research Lab del Consiglio atlantico, “Era più come un teatro, come filmati davvero messi in scena o piuttosto mal montati”. Gli esempi includono “video che pretendevano di mostrare ucraini che bombardavano Donetsk (usando ovviamente esplosioni a tempo) e civili feriti (usando un attore amputato che non si era nemmeno preso la briga di rimuovere completamente la sua protesi)”.

La Russia sta ancora spingendo messaggi sui social media tramite reti di bot, ma sembra che non abbiano alcuna efficacia, mentre essa sta anche perdendo la capacità di influenzare il pubblico all’estero attraverso i suoi canali di propaganda Sputnik e Russia Today (che ha chiuso anche negli USA), entrambi vietati nell’Unione Europea.

Il ruolo delle organizzazioni hacker

Al fallimento dell’operazione di influenza esterna hanno contribuito certamente le azioni degli hacker contro le agenzie e le organizzazioni russe. Tra questi, gruppi ucraini che attuano sabotaggi digitali contro ferrovie e rete elettrica. Gli stessi gruppi hanno distrutto o danneggiato molti siti web governativi e bancari russi, a volte sostituendo i contenuti con immagini violente della guerra. Una “milizia informatica”, organizzata, pare, da uomini della Difesa ucraina, ha messo insieme più di 1.000 volontari ucraini e stranieri. Quando si è diffusa la notizia, i “Cyber ​​Partisans” bielorussi si sono offerti volontari per attaccare le ferrovie bielorusse, ree di aver trasportato soldati russi. I “Cyber ​​Partisans” hanno disabilitato i sistemi di traffico della ferrovia e bloccato il suo sito web di biglietteria, determinando gravissimi disagi limitando la vendita ai soli biglietti cartacei. Secondo la portavoce dei “Cyber ​​Partisans”, gli ucraini “stanno combattendo non solo per la loro libertà, ma anche per la nostra. Senza un’Ucraina indipendente, la Bielorussia non ha alcuna possibilità”. Il gruppo formato dalla Difesa ucraina sta inoltre aiutando l’esercito a catturare le unità russe sotto copertura, che invadono città e paesi, utilizzando la tecnologia di localizzazione dei cellulari. In azione anche il collettivo Anonymous. I suoi tantissimi militanti hanno preso di mira la televisione russa e altri siti governativi.

Le proteste in tutta la Russia contro la guerra e la risposta di Mosca

Nel frattempo, si segnalano proteste in tutta la Russia, ma gli sforzi del governo per ridurre il flusso di informazioni all’interno e all’esterno del paese potrebbero privare i dissidenti del carburante vitale.

Il governo ha rallentato l’accesso a Twitter, bloccato Facebook e intensificato i propri sforzi di propaganda, soprattutto in televisione. È stata anche varata una legge che prevede una pena di 15 anni per chi diffonde notizie false, che sarebbero quelle diverse dalla narrazione ufficiale che chiama la guerra Operazione militare speciale. Ancora, l’autorità per le comunicazioni russa ha limitato l’accesso al canale televisivo Dozhd TV e alla stazione radiofonica Ekho Moskvy, accusati di aver diffuso “informazioni deliberatamente false” sull’assalto della Russia all’Ucraina. Nel contempo, i tempi di trasmissione per i talk show di propaganda dei canali TV di proprietà del Cremlino sono aumentati, come afferma Nika Aleksejeva. Che aggiunge: “è stato diffuso nella tv statale un video falso, che mostrerebbe le atrocità ucraine, probabilmente rivolto al pubblico nazionale, ciò al fine   di generare titoli per i media di proprietà del Cremlino, per creare attenzione nel ciclo delle notizie e convincere il pubblico interno. Ciò potrebbe peggiorare il divario generazionale nella percezione russa della guerra, perché è più probabile che le persone anziane ottengano le loro informazioni dalla televisione”. Nika Aleksejeva teme anche che la chiusura delle aziende occidentali possa ridurre, per i dissidenti, capacità di raccogliere informazioni e di reclutamento. Inoltre, la chiusura di Facebook e di altri siti rende più difficile ottenere informazioni dall’estero, spingendo le persone a guardare la televisione di Stato che diffonde disinformazione.

Conclusioni

Per concludere, è vero che nella vicenda ucraina la disinformazione di stato russa, senz’altro discendente diretta di quella dell’URSS, ha dimostrato che, se adeguatamente contrastata, non è in grado di ripetere i fasti della Brexit o della campagna presidenziale terminata con l’elezione dell’amico Trump. È anche vero, tuttavia, che in uno Stato sempre più orientato verso la dittatura senza infingimenti, la propaganda e il distorcimento della verità hanno ancora parecchie frecce al proprio arco.

Leggi il nostro Speciale sulla guerra in Ucraina

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