Zone a Economia Speciale

ZES digitali leva per il Sud Italia: le competenze al centro di nuove politiche di sviluppo

Una Zona a Economia Speciale digitale dovrebbe basarsi su un modello economico circolare orientato a favorire, attraverso incentivi, agevolazioni e semplificazioni amministrative alle imprese ICT, il rapido sviluppo di competenze da utilizzare nelle stesse imprese. Il PNRR è una chance irrinunciabile

01 Giu 2022
Giuseppe Pirlo

Delegato dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro per la Terza Missione e i Rapporti Territoriali Direttore del laboratorio nazionale del CINI su Competenze Digitali, Formazione, Certificazioni

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In una recente dichiarazione rilasciata in occasione della sua visita ad Expo Dubai 2020, la ministra per il Sud e la coesione territoriale, Mara Carfagna, ha puntualizzato il ruolo chiave delle ZES – Zone ad Economia Speciale – per il futuro dell’Italia meridionale. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere, attraverso anche gli investimenti del PNRR, il Sud Italia “il luogo più conveniente dove far sbarcare merci e materie prime da lavorare, pronte per essere esportate dovunque in Europa e nel mondo”. Infatti, le ZES, in quanto aree geografiche dotate di una legislazione economica differente da quella dalla nazione di appartenenza, possono assicurare speciali condizioni per gli investimenti e lo sviluppo.

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Un progetto ambizioso e lungimirante, che va a disegnare un vero e proprio sistema integrato e altamente efficiente di collegamenti ferroviari, portuali, aeroportuali e stradali, indispensabile per rendere il meridione d’Italia la piattaforma logistica di riferimento per tutta l’Area del Mediterraneo allargato.

In questo scenario non può non assumere particolare rilevanza un’altra misura del PNRR, legata agli investimenti per la transizione digitale. Occorre, dunque, affiancare alle ZES tradizionali anche quelle connesse all’economia digitale, mettendo al centro le competenze. 

Un tema centrale quest’ultimo che, dati alla mano, non può non essere al centro delle nuove politiche digitali in Italia.

Le competenze al centro di nuove politiche di sviluppo del digitale in Italia

In tal senso è importante però sottolineare come le caratteristiche specifiche del dominio del digitale, connesse all’estremo dinamismo dei progressi tecnologici e all’esigenza di integrazione sempre più stretta con gli avanzamenti in altri campi quali quelli dell’elettronica e delle telecomunicazioni, impongono un urgente quanto importante ripensamento delle politiche di sviluppo del digitale in Italia, che mettano al centro il tema delle competenze.

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Nessuna tecnologia digitale e soluzione tecnologica, per quanto avveniristica, è infatti in grado di garantire da sola la transizione digitale. La rapida obsolescenza delle tecnologie legate a questo dominio non consente infatti di prevedere, neanche per pochi anni, le soluzioni che sapranno imporsi sul mercato né quelle che occuperanno nuovi spazi commerciali. L’unica vera transizione digitale può essere sostenuta solo attraverso lo sviluppo di processi continui per la formazione di esperti di altissimo livello nei settori critici per le imprese e il sistema Paese, che rappresenteranno proprio quei professionisti che saranno impiegati nella rete di porti, aeroporti, ferrovie e strade in via di realizzazione e di potenziamento.

Il prezzo della mancanza di esperti nel dominio del digitale

L’Italia sta già pagando un prezzo altissimo per la mancanza di esperti nel dominio del digitale, ed in particolare sia per quanto riguarda l’area SMAC (Social, Mobile, Analytics, Cloud) che per Intelligenza Artificiale e Machine Learning, IoT e Robotica, Cybersecurity. Tale carenza, infatti, sta già limitando la possibilità di crescita delle imprese e lo sviluppo dell’economia. Recenti indagini evidenziano ad esempio come l’Italia è ultima in Europa per numero di imprese che assumono specialisti ICT (fonte Eurostat), mentre stime dell’Agenzia Italiana per la Cybersecurity (ANC), evidenziano che nel solo dominio della sicurezza cyber, sono richiesti centomila esperti, come ad esempio ICT Security Manager e Chief Information Security Officer (CISO), senza i quali la sicurezza di infrastrutture, imprese e PA è a rischio.

Nondimeno la rapidissima evoluzione degli skillset che saranno richiesti nei prossimi anni rischia di portare ad un maggiore disallineamento fra le competenze possedute dai professionisti e quelle richieste dalle imprese, a un gap sempre più grande tra domanda e offerta. Il dominio del digitale richiede infatti esperti in possesso di sempre maggiori competenze e con una crescente capacità di relazionarle tra loro.

In questo contesto i percorsi tradizionali per la formazione degli specialisti ICT legati alle università e agli enti di istruzione superiore, non potranno essere sufficienti a garantire la crescente richiesta di risorse umane con le competenze necessarie, soprattutto in questo momento in cui l’implementazione del PNRR impone una capacità di sviluppo progettuale senza precedenti.

ZES digitali: competenze al centro

È quindi necessario realizzare con rapidità modelli innovativi per lo sviluppo del settore digitale in Italia, partendo dalle competenze. Una possibilità è legata alla istituzione di Zone ad Economia Speciale (ZES) anche connesse all’economia digitale, che si affianchino a quelle tradizionali. Considerate le specifiche esigenze del settore del digitale, una ZES digitale dovrebbe basarsi su un modello economico circolare orientato a favorire, attraverso incentivi, agevolazioni e semplificazioni amministrative alle imprese ICT, proprio il rapido sviluppo di competenze da utilizzare nelle stesse imprese. Si tratta di realizzare un modello di sviluppo circolare dove le imprese ICT della ZES digitale, attraverso ad esempio le imposte, sostengono l’acquisizione rapida di competenze digitali finanziando percorsi di formazione di professionisti da assumere da parte delle stesse imprese. Questo modello consentirà non solo di formare le figure professionali più tradizionali, quali ad esempio quelle di account manager, systems administrator e network specialist, ma anche di sostenere lo sviluppo di figure professionali per ruoli più innovativi, come ad esempio quello di data specialist, solution designer, data scientist e information security manager, indispensabili per poter procedere efficacemente nella realizzazione dei progetti fortemente innovativi non solo per la transizione digitale, ma anche per gli altri domini applicativi, come quelli ad esempio della logistica, della sanità, del turismo, della mobilità sostenibile.

La definizione di un modello innovativo per sostenere la maggiore disponibilità di risorse umane specializzate nel settore del digitale è condizione fondamentale per raggiungere gli obiettivi del PNRR e per porre le basi per uno sviluppo duraturo in un dominio strategico per l’Italia meridionale che ambisce ad essere, come specificato dalla ministra Carfagna: “Non più una periferia d’Europa, ma la punta avanzata del Continente nel Mediterraneo allargato. Non più una terra da risarcire per la sua arretratezza con il resto del Paese, ma un giacimento di competenze e opportunità”.

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