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l'analisi

Coronavirus, come la Cina lo ha fermato con la tecnologia e cosa può imparare l’Italia

Nella risposta cinese al coronavirus, un supporto essenziale è stato dato dalla tecnologia: il settore tech ha fornito strumenti utili al contenimento della crisi. Questi metodi sarebbero applicabili anche in Italia e, soprattutto, ora che l’emergenza sta rientrando, la Cina rinuncerà a questi strumenti di controllo?

12 Mar 2020
Riccardo Berti

avvocato Centro Studi Processo Telematico


Nella situazione distopica generata dalla diffusione del coronavirus, la Cina si è presto resa conto del ruolo essenziale che le tecnologie avrebbero potuto svolgere per contrastare la crisi sanitaria e normalizzare l’economia.

La pandemia in corso è stata, quindi, in Cina, un formidabile terreno di prova per numerose nuove tecnologie in campo medico, di sicurezza e di sorveglianza, strumenti di cui si farà tesoro nell’affrontare un’eventuale prossima emergenza sanitaria.

La situazione straordinaria ha inoltre consentito al governo di intessere strette relazioni con le più promettenti aziende del settore tech, unite nel comune obiettivo di perfezionare il sistema di sorveglianza cinese nel nome della tutela della salute (per adesso).

Vediamo quali sono le principali modalità con cui il settore tech si è reso utile nella lotta al coronavirus, in modi a tratti sorprendenti sia per l’originalità delle soluzioni, sia per l’incredibile macchina organizzativa e di controllo che ne ha reso possibile l’implementazione.

Ma poi, in conclusione, chiediamoci anche: il metodo di Pechino sarebbe applicabile all’Italia e, soprattutto, ora che l’emergenza pare rientrare, saprà (e vorrà) il governo cinese rinunciare ai formidabili strumenti di controllo che ha sperimentato con successo durante questo periodo di crisi?

La risposta cinese all’emergenza coronavirus (e un parallelo con l’Italia)

È sempre difficile fare un parallelo fra due realtà distanti come quella italiana e quella cinese. Immaginare per il nostro paese una soluzione all’attuale crisi sanitaria che ricalchi le misure adottate dal governo di Pechino è semplicemente inverosimile.

Quando in Cina si sono resi conto di avere a che fare con una gravissima epidemia (o, a seconda delle ricostruzioni, quando hanno ammesso di avere a che fare con una gravissima epidemia) hanno blindato un’area grande come l’Italia adottando restrizioni che fanno impallidire quelle a cui ha fatto ricorso il governo Conte.

Da un giorno all’altro gli abitanti di Wuhan e in seguito di una buona parte dello Hubei si sono ritrovati obbligati a rimanere in casa, senza possibilità di rientrare nelle proprie abitazioni o obbligati a rimanerci, con limitate possibilità di spostamento, con molte famiglie che si sono ritrovate divise nel momento del lock-down e con stringenti limiti per le uscite destinate all’approvvigionamento.

Misure non troppo dissimili sono state poi estese a tutta la Cina, dove attività basilari come il rientro in casa o l’ingresso al lavoro sono subordinate ad una scansione del proprio QR code personale ed alla compilazione di un modulo in cui vengono indicati la presenza di sintomi e i movimenti recenti.

Il controllo diffuso è stato garantito dalla presenza capillare di agenti e dal fatto che gli stessi enormi complessi condominiali cinesi e i datori di lavoro sono obbligati a mettere in pratica un sistema di controllo degli accessi.

Il ruolo delle tecnologie nel contenimento del contagio

Sul posto di lavoro i dipendenti possono inoltre essere sottoposti a ulteriori controlli ed a test sanitari in qualsiasi momento, oppure gli può essere richiesto di consegnare un “travel verification report” ovvero un registro degli spostamenti recenti da richiedere direttamente alla propria compagnia telefonica, che lo ricaverà dai dati GPS e WiFi e lo invierà al cliente per la presentazione in azienda.

In questa situazione surreale, le autorità cinesi si sono ben presto rese conto che la tecnologia avrebbe potuto giocare un ruolo chiave nel contenere il contagio, ed ha quindi avallato numerose sinergie con i colossi del settore tecnologico nazionale e con startup locali per sviluppare soluzioni creative per il contrasto dell’emergenza sanitaria.

Per comprendere la situazione cinese e per capire se e come simili soluzioni possano essere adottate anche in Italia vanno poi fatte alcune importanti premesse.

Innanzitutto, stiamo parlando di un paese in cui il controllo massivo dei cittadini è già all’ordine del giorno (epidemia o meno), con numerose iniziative rivolte alla sicurezza ed al welfare che passano per una obbligatoria e completa trasparenza fra cittadino e autorità, senza che residui spazio per la riservatezza del singolo.

Un primo esempio in questo senso è il progetto del Social Credit System, che assegna un “punteggio” ad ogni cittadino per farlo poi alzare o abbassare a seconda dei suoi comportamenti nei confronti dell’autorità e dei suoi concittadini e che è attivo in numerose municipalità a livello sperimentale ed attende a breve l’estensione ufficiale all’intero territorio nazionale.

Un secondo importante (ed inquietante) esempio è quello del cosiddetto “Progetto Skynet”, il cui nome dimostra tutta la mancanza di senso dell’umorismo dei governanti cinesi e che identifica un sistema di videosorveglianza massiva e tecnologica. L’obiettivo del governo è quello di arrivare a 500 milioni di telecamere connesse entro il 2020, dotate di sistemi di riconoscimento facciale e, per i più timidi, vari altri strumenti di identificazione, tra i quali un algoritmo che rileva il “timbro” della camminata di ciascuno consentendo così di individuare anche coloro che indossano cappucci o mascherine.

Un terzo esempio è quello del progetto Smart City, che passa per l’identificazione dei cittadini via riconoscimento facciale o dell’impronta per accedere a vari servizi smart che saranno implementati nelle metropoli cinesi di domani.

Per i cittadini cinesi quindi, il controllo aggressivo posto in essere durante l’emergenza coronavirus, non è quindi che l’ultimo tassello in un sistema di controllo penetrante che limita la libertà delle persone, il che ha contribuito a “normalizzare” le misure eccezionali poste in essere dal governo cinese per contenere il contagio, misure che, ove applicate in un paese europeo, difficilmente potrebbero essere accettate dalla popolazione.

Inoltre, in queste situazioni il governo centrale è solito mettere in competizione i livelli di governo locali, per poi premiare i componenti del partito che meglio hanno saputo gestire la crisi. Questo genera un effetto di radicalizzazione delle politiche di contenimento del virus, nell’ottica di far emergere la propria regione come modello da seguire.

Se l’obiettivo del governo è quello di contenere l’epidemia, quindi, ogni mezzo è lecito e la privacy dei cittadini può ben essere sacrificata.

Va poi tenuto presente che è “tradizione” in Cina che il settore privato si prodighi per supportare l’autorità pubblica in tempi di crisi e le stesse società sanno bene i rischi che corrono, a livello di immagine commerciale, se non dimostrano massima disponibilità ad aiutare il paese in questo momento difficile (con campagne social denigratorie dietro l’angolo).

Droni e robot al servizio dei pazienti in quarantena

Altra “caratteristica” della gestione della crisi in un paese come la Cina è quella dei roboanti annunci (con scarso o limitato impatto reale), rilanciati con toni estatici dalle agenzie di stampa che sono spesso “incentivate” a concentrarsi su queste notizie positive, anche nel settore tecnologico.

Nel nostro caso, però, sembra davvero che nello Hubei la robotica abbia iniziato a trovare applicazioni pratiche ed utili in occasione della crisi sanitaria.

Ad esempio, nell’ospedale di Wuchang, a Wuhan, sono da poco entrati in funzione alcuni “dottori robot” che possono limitare le situazioni a rischio contagio per il personale sanitario, occupandosi di attività come prendere la temperatura ai pazienti, consentire il monitoraggio visivo del loro stato, consegnare i pasti etc.

Un esperimento simile è stato condotto al Wuhan Union Hospital, dove è in funzione un braccio robotico sviluppato dall’Università Tsinghua di Pechino che può effettuare tamponi o auscultare i pazienti.

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Anche la logistica ha potuto giovare delle avanguardie tecnologiche con molte consegne ai pazienti in quarantena curate da droni (così da evitare il contatto con i fattorini), nonché con più rapidi trasporti di campioni fra strutture ospedaliere grazie a vettori UAV (unmanned aerial vehicles) messi a disposizione con il contributo di varie startup e aziende specializzate nel settore, tra cui la società Antwork, controllata dalla giapponese TerraDrone.

In Cina hanno capito rapidamente che tra le attività più a rischio contagio ci sono proprio quelle di controllo sanitario e di sicurezza e hanno quindi cercato di sostituire il più possibile l’uomo in queste situazioni in favore di strumenti informatici.

Un altro esempio è quello relativo all’impiego di droni con altoparlanti e videocamere ad alta definizione, che hanno consentito agli agenti di monitorare con una prospettiva più ampia e sicura le aree a loro assegnate e di intervenire dando indicazioni (e rimproverando) chi non rispettava i pesanti vincoli imposti dal governo cinese, arrivando anche ad “accompagnare” a casa i cittadini usciti senza le prescritte mascherine per il viso.

Altri droni sono in grado di rilevare la temperatura della persona a distanza e avvisare le autorità in caso di febbre.

Mentre in Italia ci affidiamo agli ordinari strumenti di controllo e ad autocertificazioni cartacee che devono passare di mano in mano, in Cina il contatto fra agenti e cittadini è ridotto al minimo, con le forze dell’ordine che ricorrono al “contatto umano” solo in situazioni di emergenza e che si affidano, per gli altri casi, al lavoro dei droni che può portare i loro occhi e la loro voce dove serve.

Le app che identificano i malati

In Cina, poi, nessuna “autocertificazione” viene consegnata, in moltissime città cinesi tutto viene affidato ad un’applicazione, che tramite un QR-code o un semplice codice colore permette di individuare la persona o di definire il grado di rischio contagio.

La gestione tramite app ha un enorme vantaggio quando si tratta di mettere a sistema i dati degli spostamenti dei cittadini, ad esempio in oltre 200 città cinesi è stata adottata ufficialmente l’app “Health Code” di Aplipay, che assegna un colore ai vari soggetti che la scaricano e poi “modifica” quel colore sfruttando i big data.

Al codice colore assegnato (rosso, giallo o verde) corrispondono misure di quarantena o limitazioni più o meno stringenti della libertà di movimento, limitazioni cui è difficile non attenersi in quanto il loro rispetto è “mappato” sullo smartphone.

Il codice colore varia se il soggetto è stato a contatto con persone che portano un codice di pericolo, permettendo così alle autorità di fermare sul nascere i movimenti dei potenziali veicoli di contagio.

WeChat, dal canto suo, ha sviluppato con il supporto del China’s National Development and Reform Council (CNDRC) un’app con simili funzionalità che è stata adottata nella regione di Canton ed è basata su QR-Code per permettere una rapida identificazione dei soggetti nonché una “classificazione” del rischio contagio per ognuno.

Il governo ha invece lanciato, all’inizio di febbraio, un add-on per Alipay e WeChat chiamato “close contact detector”, che notifica all’utente se è stato in contatto con un portatore del virus.

L’aiuto di AI e Big Data

Come accennato, l’utilizzo di queste applicazioni ha un essenziale riflesso sulla mole di dati a disposizione delle autorità per contenere il virus e verificarne l’evoluzione.

Questa mole di dati ha consentito ad esempio lo sviluppo di una heat map da parte di WeChat, che segue in tempo reale le diagnosi in tutto il paese.

Baidu invece ha iniziato a fornire in tempo reale la concentrazione di soggetti in un luogo, permettendo così ai suoi utenti di evitare gli assembramenti.

La municipalità di Pechino ha preso importanti decisioni in termini di viabilità basandosi sull’esame dei dati aggregati a sua disposizione (ad esempio all’inizio di febbraio è stata sospesa la circolazione dei treni interprovinciali ma non il trasporto aereo né il trasporto ferroviario ad alta velocità, perché i dati mostravano che solo la particolare tipologia di treni fermata costituiva un pericoloso veicolo di contagio).

La China Electronics Technology Group Corporation ha messo online un programma che richiede ai viaggiatori di inserire i dati del proprio viaggio (in treno o aereo o altri mezzi pubblici) unitamente ai propri dati personale (nome, cognome e numero di documento d’identità) e consente (dopo una scansione di QR-code con lo smartphone) di sapere se si è viaggiato con casi confermati o sospetti di coronavirus.

Il programma (che inizialmente si basava su dati disponibili pubblicamente) ha ricevuto il supporto di numerosi soggetti pubblici quali la National Health Commission, il Ministero dei Trasporti e la China Railway and Civil Aviation Administration of China.

Il sito è subito diventato virale, ricevendo oltre 150 milioni di visite nei 10 giorni successivi all’apertura (8 febbraio).

Viste le comprensibili preoccupazioni a livello privacy, data la mole di informazioni gestita sia dalle amministrazioni che dai vari utenti, il rappresentante dell’azienda che ha realizzato il programma ha rilasciato una laconica dichiarazione a XinhuaNet, affermando che: “La sicurezza dei dati e la privacy sono protette sulla piattaforma”. In Cina, tanto basta.

Nel frattempo, a Chongqing (città metropoli che nell’area urbana comprende 35 milioni di persone secondo alcune stime) è disponibile una mappa che oltre ad individuare i casi confermati di coronavirus, traccia a ritroso attività e spostamenti dei contagiati, così da permettere agli abitanti della città di valutare meglio il proprio rischio contagio e comunque esercitare maggiore cautela nelle zone interessate dal passaggio del caso poi confermato di contagio (ad es. nel toccare le superfici).

Sul fronte intelligenza artificiale, invece, Alibaba ha sviluppato un sistema di diagnosi basato sull’intelligenza artificiale che permette di individuare, in pazienti con sintomi di polmonite e tramite una TAC, la presenza di coronavirus con un grado di efficacia del 96% in soli 20 secondi, riducendo così drasticamente i tempi di diagnosi. Alibaba ha dichiarato che sono già oltre 100 gli ospedali nelle province di Hubei, Guangdong ed Anhui, che stanno adottando questo sistema.

Altro settore in cui l’intelligenza artificiale ha dato un grande aiuto alle attività di controllo è quello della videosorveglianza smart e del controllo dei sintomi a distanza.

La videosorveglianza e il controllo dei sintomi a distanza ai tempi del coronavirus

Le aziende tech cinesi hanno moltiplicato gli sforzi per sviluppare programmi in grado di determinare attraverso gli strumenti di videosorveglianza i possibili sintomi di contagio, bloccando poi i soggetti sospetti.

Sono stati sviluppati anche algoritmi di intelligenza artificiale che possono individuare i soggetti senza mascherine, con Baidu che ha anzi reso open-source il codice sorgente della propria intelligenza artificiale creata a questo scopo (e che riconosce i soggetti senza mascherina con una precisione del 96,5%) per consentirne la massima diffusione.

Molte aziende hanno poi cercato di sviluppare sistemi per rilevare la temperatura a distanza. I dispositivi di SenseTime, una società che si occupa di intelligenza artificiale, consentono di individuare la temperatura corporea e sono stati installati dalle autorità a Pechino, a Shanghai e Shenzhen nelle stazioni della metropolitana, nelle scuole e nei luoghi di aggregazione.

A Chengdu invece, alcuni agenti hanno ricevuto in dotazione degli elmetti smart per controllare i passanti rilevando automaticamente la temperatura di chiunque entri nel raggio di cinque metri dall’elmetto.

Al contempo le aziende cinesi si sono preoccupate di supportare il governo nel controllo della popolazione in questo periodo di crisi sanitaria, ad esempio la stessa SenseTime afferma di aver sviluppato un software in grado di riconoscere, con un grado “relativamente elevato” di certezza, i volti anche di chi indossa una maschera. Questa iniziativa ci ricorda che il monitoraggio costante messo in piedi dal governo cinese ha un duplice scopo, da un lato contenere l’emergenza sanitaria, dall’altro controllare la popolazione.

Specie in questo momento di crisi, è importante per il governo di Pechino mantenere il controllo politico e sociale, impedendo lo scoppio di proteste e in generale la perdita di consensi (l’epidemia in atto è una minaccia all’accordo silente fra il governo cinese e i cinesi, che prevede da parte di questi ultimi una strenua sopportazione di fronte a controlli e limitazioni delle proprie libertà, e da parte del governo una garanzia di crescita economica costante) ma, in questo settore, il governo cinese ha un altro asso nella manica.

La censura sulle fake news (e il carcere)

I giganti del tech cinese hanno già manifestato a chiare lettere il loro impegno nel combattere chi diffonde voci infondate sul virus.

Mentre in Italia questa notizia ha il sapore positivo di lotta alle fake news, in Cina assume il sapore sinistro dell’intenzione di soffocare sul nascere voci critiche contro il regime.

Del resto, il governo ha minacciato in più occasioni pene fino a 15 anni di reclusione per la diffusione di voci infondate sul virus, pene che secondo molti servono ad assicurare che non circolino notizie negative sull’operato del governo in questa fase delicata anche sul piano internazionale.

A conferma di questa tesi la rapida scomparsa di molti post sui social che lamentavano la carenza di approvvigionamenti a Wuhan, o la riferita “spinta” da parte di rappresentanti del governo alle agenzie di stampa a “concentrarsi su notizie positive”.

Con una nota del 5 febbraio scorso La China Cybersecurity Administration ha inoltre precisato che i giganti del web cinese (Sina Weibo, Tencent, Byte Dance ed altri) rimarranno sotto “supervisione speciale” fino a quando non finirà la crisi.

In risposta a questi stimoli, i vari social cinesi hanno dimostrato il consueto zelante impegno, supportati dai censori governativi (che al pari dei medici sono impegnati in questo periodo in un superlavoro che secondo alcune fonti ha fatto anche una vittima, morta per le troppe ore passate davanti ad uno schermo senza pause, vittima rigorosamente inclusa dal governo nella lista degli eroi che sono morti combattendo il virus).

Conclusioni

Un paese già pesantemente orientato verso un controllo stringente di massa che ha realizzato vari inediti esperimenti di controllo sociale basato sulla tecnologia potrà “regredire” ad un livello di controllo inferiore o questa sarà solo l’occasione per stringere le maglie della macchina di sorveglianza orwelliana messa in piedi dal governo della Repubblica Popolare?

La risposta, pare scontata, è che il governo cinese, presumibilmente con la giustificazione di dover tenere alta l’attenzione per evitare il ripetersi di epidemie disastrose, manterrà ed anzi irrobustirà e perfezionerà gli strumenti di controllo applicate in questa fase emergenziale, per arrivare infine al tracciamento completo di ogni cittadino, con il risultato che questo, sapendo di essere sempre osservato ed individuabile, si comporterà di conseguenza.

Cosa rimane, quindi, dopo il virus? Un enorme problema di privacy per il popolo cinese, che ancor di più ha sacrificato sull’altare della sicurezza la sfera di riservatezza dei propri cittadini.

E cosa possiamo imparare, noi occidentali, dal rigido approccio cinese?

Difficilmente possiamo pensare all’implementazione in Italia di misure così drastiche come quelle adottate nella Repubblica Popolare, proprio perché impongono una messa a nudo completa della vita di un individuo di fronte all’autorità, al datore di lavoro ed anche ai condomini (dover giustificare al portiere dove si è stati nelle scorse due settimane per entrare in casa propria è un’idea che noi italiani di sicuro faticheremmo a sopportare), allo stesso modo un drone che sbircia nelle case per controllare se siamo usciti ha un sapore distopico.

Altre misure non possono essere implementate semplicemente perché non sarebbe materialmente possibile (né forse auspicabile). Utilizzare le telecamere di sorveglianza nei luoghi pubblici per diagnosticare il virus in massa in Italia è impensabile, per il semplice fatto che non disponiamo di sufficienti telecamere per una simile impresa e perché le stesse telecamere non sono, in massima parte, connesse tra loro così da far rete per “istruire” un’intelligenza artificiale incaricata di raccogliere i sintomi.

Del resto, anche ove un simile sistema venisse implementato, potrebbe essere in seguito utilizzato dall’Autorità anche per scopi meno “nobili”, rischiando di far cadere il governo italiano nella tentazione di controllo assoluto che sta conquistando Pechino.

Non dobbiamo dimenticare però che il valore della tecnologia è in sé neutrale e che numerosi altri paesi (ad esempio Taiwan) ne hanno fatto uso in un contesto democratico con successo.

Al netto degli eccessi cinesi, misure quali la dematerializzazione delle procedure di controllo, la robotizzazione dei compiti routinari affidati agli agenti sanitari e di sicurezza, l’impiego dei big data nelle decisioni e soprattutto il coinvolgimento aperto e trasparente delle eccellenze tecnologiche italiane nella sfida al virus sarebbero stati e sono ancora scelte auspicabili e opportune.

Allo stesso modo, una maggiore trasparenza sui percorsi dei primi casi di contagio confermati (con conseguente possibilità di loro ingegnerizzazione informatica) sarebbe stata forse auspicabile nella fase iniziale di contagio, per permettere di bloccare sul nascere la diffusione dell’epidemia.

Rimane il rammarico perché queste misure sarebbero state ben più efficaci se applicate estensivamente quando il virus era ancora un “fenomeno” esterno da non far entrare nel paese, quando il problema veniva dalla Cina o quando il problema era limitato a pochi comuni da isolare. Ora, infatti, le misure di contenimento tecnologico sono in parte inutili perché ormai il virus è un fenomeno e ci siamo dovuti arrendere all’isolamento per contrastarlo.

Alcuni ritrovati però meritano la nostra attenzione, è necessario uno sforzo tecnologico per proteggere i nostri medici e gli agenti di pubblica sicurezza, perché un contatto inutile fra le persone, forzato da una burocrazia bizantina, non possa essere occasione di contagio.

La telematizzazione delle procedure è quindi il primo (e più semplice) passo in questo senso, e l’autocertificazione cartacea diffusa dal Ministero è purtroppo l’ultimo segnale del fatto che non stiamo facendo tutti i passi nella giusta direzione.

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