sensazionalismo vs credibilità

Coronavirus: il ruolo dei media nella diffusione del panico

I media possono informare e generare reazioni di buon senso, lucide e razionali, ma, è evidente in questi giorni di emergenza da Covid-19, serve uno sforzo nuovo perché ai cittadini arrivino le informazioni di cui effettivamente hanno bisogno per agire in modo consapevole senza cavalcare l’onda dell’emotività

12 Mar 2020
Stefano Nicoletti

Business consultant and trainer

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Il ruolo dei mezzi di comunicazione nel contesto dell’emergenza causata dal coronavirus è sempre più al centro delle critiche: i media sono infatti impegnati a pieno regime nella divulgazione di informazioni sul Covid-19, ma il risultato è disordinato, incoerente e soprattutto sono sottovalutati gli inevitabili effetti sulle persone, cioè la responsabilità sociale che deriva da questa attività.

Non si tratta solo di capire quali contenuti siano veicolati alle persone legittimamente preoccupate: si tratta piuttosto di capire che una mole di informazioni non adeguatamente filtrate, concentrate e semplificate può solo sortire un effetto: il rifiuto, la non accettazione, il tentativo da struzzi di nascondere la testa in un buco lasciando fuori, vulnerabile, tutto il resto.

La comunicazione digitale

Prima di entrare nel merito della riflessione, partiamo da una premessa legata alle conseguenze della digitalizzazione di ogni mezzo di comunicazione di massa. Internet ha infatti inglobato tutte le altre forme di comunicazione che permettono l’accesso alle informazioni. Non sono infatti solo la radio, la televisione o la nostra voce a viaggiare sulle reti digitali globali, ma anche i giornali cartacei, che hanno una versione online e che sono continuamente riprodotti, rielaborati, approfonditi e diffusi sul web sotto forma di immagine.

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Ridurre tutte le informazioni che circolano a un semplice codice binario, cioè a quelle serie di 0 e 1 che si compongono alla velocità della luce in tutti i nostri computer, telefoni e smart tv, ha però enormi conseguenze sulla natura stessa delle informazioni e sulle persone che si trovano a interagire con quelle informazioni sotto forma di dati.

L’aver perso la caratteristica di oggetto fisico (la lettera, il giornale, il fax…) e aver acquisito la capacità di essere solo un’altra sfumatura della trasmissione di elettricità, rende l’informazione disponibile e accessibile ovunque, con semplicità, in tempo reale in quantità sostanzialmente infinita. Il flusso di dati è continuo, non si ferma né ai confini né a una certa ora del giorno ed è sempre espandibile senza alcuno sforzo in caso si voglia scavare di qualche livello.

Un vero sforzo, in verità, è richiesto dalla necessità di filtrare, valutare e rendere fruibili tutte quelle sequenze di dati agli utenti, alle persone, che hanno invece una capacità limitata di attenzione, assorbimento ed elaborazione degli stimoli sensoriali.

Oggi questa opera immane di pre-digestione delle informazioni da parte dei media è sempre più faticosa, ma allo stesso tempo più vitale e necessaria perché la nostra società globale possa crescere libera e si sviluppi così in modo sostenibile.

Media e Coronavirus 2019: gli effetti a catena

In particolare, il paradossale e inconsapevole rifiuto delle notizie allarmanti, quelle che generano una normale, sana, funzionale reazione di paura, porta al panico. La razionalità viene messa in secondo piano e si risponde al pericolo in modo istintivo, in questo caso non combattendo (il pericolo è intangibile, invisibile e non può essere aggredito fisicamente), ma fuggendo: dalla socialità, dal buon senso, dalle soluzioni collaborative. Le immagini degli scaffali vuoti di alcuni supermercati si spiegano così e gli effetti si vedono anche in quella che è diventata la cartina tornasole della nostra società: i social network.

Le reti sociali sono il luogo in cui molte persone sentono di potere confidare le proprie impressioni senza subire conseguenze reali. Se nella fase iniziale i social sono stati interpretati come una grande possibilità di fare informazione partendo dal basso, dal punto più vicino all’informazione stessa, con un’attività di disintermediazione dei media tradizionali, oggi i social si configurano sempre di più come un palcoscenico in cui ognuno di noi presenta, o cerca di imporre, i propri punti di vista e la propria immagine.

Quando usiamo quel tipo di palcoscenico per scaricarci dalla tensione che ci provoca un certo tipo di notizie mal digerite, allora non facciamo altro che creare un effetto a catena su altre persone che a loro volta non hanno avuto tempo e modo di elaborare razionalmente gli stimoli ricevuti.

Informazione vs azione

I media non possono sottrarsi a queste riflessioni e devono conciliare il diritto di cronaca con la responsabilità sociale, diretta e indiretta: è nella loro stessa natura di estensioni tecnologiche della nostra umana capacità di comunicare.

Come possono operare questa integrazione i media digitali? Rifacendosi a un concetto coniato dal sociologo canadese Neil Postman, quello del “rapporto tra informazione e azione” (“Information-action ratio”, comparso per la prima volta nel suo saggio “Amusing ourselves to death” del 1985). Postman mostrò che una persona è capace di prendere decisioni efficienti quando le informazioni che riceve sono funzionali, sia nella quantità che nella qualità, alle azioni che deve intraprendere. Ogni volta che siamo sottoposti a un flusso consistente di dati che non hanno a che fare con le azioni che dobbiamo intraprendere nella realtà della nostra vita quotidiana, ne risulteremo quindi confusi e incapaci di decidere per il nostro bene.

Se della quantità ne ho già scritto sopra (è umanamente impossibile considerare, filtrare e valutare in tempo reale una quantità infinita di informazioni), sulla caratteristica formale di quelle informazioni è necessario un approfondimento.

La parola e l’immagine

Come sottolineato da McLuhan già alla fine degli anni 50 del secolo scorso, le informazioni scritte hanno una linearità di fruizione che obbliga le persone a un’elaborazione razionale delle stesse (anche adesso, gentile lettore, stai leggendo questo articolo una parola per volta, con il significato che si forma nella tua mente in modo lineare, a seguito di una riflessione più o meno veloce, ma obbligata). Le immagini o i video non hanno questa linearità di fruizione: vengono percepite in modo istintivo e spingono allora le persone a reazioni immediate, più emotive. Ecco perché raccontare l’emergenza necessita soprattutto della parola scritta, piuttosto che dell’immagine: perché le ragioni di prudenza sanitaria necessitano di azioni complesse e non di semplici reazioni, di scelte ponderate e non di emozioni che prendono il sopravvento.

I media oggi possono allora senza dubbio informare e rendere i cittadini capaci di reazioni di buon senso, lucide e razionali. Non è un’utopia, ma serve uno sforzo nuovo perché ai cittadini arrivino le informazioni di cui effettivamente hanno bisogno per agire in modo consapevole nel modo più adatto a quel bisogno, cioè con la parola scritta. Se i media sapranno intraprendere e soprattutto raccontare il loro sforzo in questa direzione, allora i cittadini sapranno apprezzarlo e ripagarlo con la dovuta riconoscenza, sia come persone, sia come clienti. Se i media invece continueranno a cavalcare, più o meno consapevolmente, l’onda dell’emotività, potranno allora solo proseguire nella dissipazione del loro bene più prezioso: la credibilità.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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