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Dichiarazione sul futuro di Internet: a cosa serve, perché ora e con quali effetti?

La “Dichiarazione per il futuro di Internet”, approvata dagli Usa insieme ad altri 60 Paesi e partner, recepisce concetti già formulati in numerosi documenti già adottati. Ecco perché, non se ne comprende il valore aggiunto e potrebbe, anzi, essere vista come un segno di debolezza, dato l’attuale contesto geopolitico

02 Mag 2022
Angelo Alù

PhD, Consigliere Internet Society Italia, saggista e divulgatore digitale

È stata di recente resa nota l’avvenuta pubblicazione della “Declaration for the Future of the Internet”: si tratta di un documento ufficialmente approvato dagli Stati Uniti d’America, insieme ad altri 60 Paesi e partner (tra cui figurano la Commissione europea in rappresentanza dell’UE e l’Italia) nella prospettiva di rafforzare la cornice di cooperazione internazionale in materia di Internet governance delineata sotto l’egida delle Nazioni Unite, in collaborazione con le ulteriori organizzazioni operanti a livello globale (G7, G20, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ICANN, IGF, ecc.).

Ma a che pro è stata redatta? Qual è il reale significato di questo documento? Proviamo a capirlo.

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Internet: la natura rivoluzionaria e la valenza politica

Dopo aver sottolineato la natura “rivoluzionaria” di Internet, come infrastruttura dalle rilevanti implicazioni che – “senza precedenti” – consente alle persone di comunicare, intraprendere iniziative economiche e incrementare le proprie relazioni sociali, se ne riconosce la valenza “politica”, da cui discendono, oltre agli indubbi benefici connessi alle sue potenzialità divulgative, una serie di insidiosi rischi configurabili nell’ambito di un sempre più dilagante “lato oscuro” della Rete.

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In tale prospettiva, prende forma il cosiddetto “autoritarismo digitale” suscettibile di pregiudicare i diritti fondamentali degli individui a causa di sofisticate campagne di disinformazione che, unitamente alle interferenze “ibride” prodotte da ulteriori strumenti di manipolazione – in assenza di adeguati standard di sicurezza informatica a presidio delle infrastrutture critiche di ogni nazione – sono in grado di alterare il funzionamento delle istituzioni democratiche, inquinare il processo elettorale e destabilizzare l’opinione pubblica con il risultato di minare la fiducia della collettività verso le istituzionali.

Da ciò discende la necessità di intensificare, a livello globale, la cooperazione multilaterale tra gli attori interessati a mantenere l’esistenza di un ambiente digitale inclusivo, aperto e sicuro, in contrapposizione alla tendenza registrata in alcuni Stati, ove si espande l’attività di censura nei confronti delle informazioni veicolate online per finalità politiche di controllo e supervisione dei contenuti ostili agli apparati di potere, portatori di una visione centralizzata della Rete destinata a realizzare, in un’ottica di progressiva frammentazione virtuale, l’avvento di “Splinternet”.

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Gli obiettivi della Dichiarazione

In altri termini, la “Dichiarazione” propone di formalizzare un “impegno politico” tra i firmatari, per affermare una “visione positiva” comune, espressione di un’organica condivisione valoriale, sul futuro di Internet e delle tecnologie digitali, mantenendo i tratti attuali dell’ecosistema digitale basato, secondo un approccio partecipativo “multistakeholder”, sull’interoperabilità di un’Internet globale per garantire lo sviluppo sostenibile della Rete all’insegna di una proficua evoluzione tecnologica configurabile di pari passo alla protezione delle libertà fondamentali degli utenti.

A tal fine, tra i principi solenni enunciati dalla Dichiarazione, particolare attenzione viene dedicata alla tutela dei diritti umani, come condizione imprescindibile per assicurare la circolazione del “libero flusso delle informazioni” nell’ambito di un sistema aperto diretto a favorire la connettività inclusiva tra le persone in grado di fruire di tutti i benefici offerti dall’economia digitale, senza rinunciare alla protezione della privacy esposta a possibili compressioni operate da sistemi di sorveglianza illegale, con l’impegno di combattere la violenza online, al pari di qualsivoglia ulteriore discriminazione configurabile su Internet, nel rispetto dei principi della Net Neutrality. Al contempo, la Dichiarazione si prefigge di ridurre, in chiave proattiva, il divario digitale per favorire lo sviluppo di competenze tecnologiche adeguate con l’avvento della nuova era ICT.

Qual è il valore aggiunto della dichiarazione?

Rispetto al solido quadro regolatorio attualmente vigente in materia di ecosistema digitale – sia pure talvolta con effetti differenziati esistenti a causa del disallineamento normativo dovuto alla mancanza di una sinergica armonizzazione sistematica tra la visione europea e la visione statunitense – non si comprende appieno il valore aggiunto di una nuova “Dichiarazione per il futuro di Internet” che, con un approccio “soft” meramente simbolico e privo di risvolti giuridicamente vincolanti, nulla aggiunge di nuovo in termini di principi già da tempo (formalmente) recepiti nel tradizionale patrimonio identitario sotteso allo sviluppo evolutivo di Internet.

Limitarsi – ancora una volta (come troppo spesso oggi forse accade) – soltanto ad affermare in astratto (perdipiù con interventi di moral suasion) – la necessità di rafforzare, anche grazie all’impatto “politico” di Internet, la tenuta dei sistemi democratici esistenti, auspicando il ricorso ad una maggiore partecipazione attiva dei cittadini come indispensabile sforzo per cercare di evitare il rischio di frammentazione della Rete potrebbe di fatto non più bastare se non si passa ad azioni concrete in grado di esprimere e realizzare i benefici della visione teorica sostenuta, a maggior ragione a fronte dei poteri regolatori di cui gli attori statali dispongono, per dare un senso effettivo (ancora per poco?) all’attuale ecosistema digitale, ben oltre la valenza simbolica di un semplice appello.

A tali criticità, strettamente connesse alla tenuta “debole” di principi non vincolanti (utilizzabili come parametri di riferimento “per i responsabili delle politiche pubbliche, nonché per i cittadini, le imprese e organizzazioni della società civile”), si aggiungono poi ulteriori profili contradditori che emergono all’interno del testo della Dichiarazione: dopo aver sottolineato l’opportunità di un lavoro sinergico comune funzionale a promuovere una visione condivisa a livello globale, si formalizza esplicitamente la necessità di rispettare, come limite applicativo dei principi enunciati, l’autonomia normativa e giurisdizionale delle autorità nazionali. Si tratta di una puntualizzazione specificativa che sembra essere incoerente con la premessa esigenza di rafforzare, sul piano transnazionale, la cooperazione unitaria tra gli attori statali. Come potrebbero così incidere una simile formulazione di principi?

L’assenza della società civile

Se fosse stata la società civile, articolata nelle svariate compagini di stakeholder rappresentative della comunità di Internet a farsi promotrice della Dichiarazione, sarebbe emerso un diverso (positivo) significato enucleabile come tangibile sforzo partecipativo di attori estranei al processo decisionale “istituzionale” che manifestano, anche mediante idee e suggerimenti, visioni innovative offerte ai “policy maker” per migliorare il sistema di regolamentazione vigente secondo un approccio bottom-up dialogico e interattivo dalle significative implicazioni co-decisionali in un’ottica di democrazia partecipativa. La genesi dell’iniziativa però non è questa, ma diversa.

Invero, la “Dichiarazione per il futuro di Internet” è stata proclamata dagli Stati, in primis dagli USA nella veste di artefici di tale testo che recepisce, in modo ripetitivo, concetti già formulati in numerosi documenti di vario tipo adottati ad ogni possibile livello politico e istituzionale.

Continuare ancora a parlare, rievocando risalenti e per certi versi “scontate” ricostruzioni definitorie, di “rete di reti” aperta da garantire in “unico sistema di comunicazione interconnesso per tutta l’umanità” nell’ottica di evitare la frammentazione di Internet non basta, in questa attuale fase, per affermare la propria presunta superiorità tecnologica (rectius culturale e politica?) rispetto ad altri governi autocratici ritenuti responsabili di predisporre modelli centralizzati restrittivi delle libertà virtuali, se si vuole effettivamente operare a presidio dei diritti umani configurabili online.

L’invito rivolto dagli USA (storicamente considerati leader tecnologici a livello globale) a tutti i partner fautori della medesima visione programmatica potrebbe rappresentare un segno di debolezza, alla ricerca di conferme e adesioni che potrebbero anche andare a vuoto in un momento storico in cui, se effettivamente esiste un “blocco” geopolitico consolidato (trainato dalla storica alleanza occidentale), si dovrebbe dimostrare con i fatti l’operatività applicativa di una governance digitale effettivamente alternativa alla prospettata configurazione di “Splinternet”.

Conclusioni

Ciò che risulta, quindi, prioritaria è la capacità concreta di saper affrontare le sfide sempre più complesse e problematiche che l’attuale governance digitale pone, per sperare di mantenere ancora predominante il modello decentralizzato di Internet aperto, globale e interoperabile sinora progettato e sviluppato, con standard distribuiti, come risorsa fruibile da tutta l’umanità, mediante l’adozione di efficaci politiche ed effettive azioni: aspetti che la Dichiarazione sembra troppo lasciare sullo sfondo.

Forse perché – seguendo una diversa lettura sulle possibili ragioni che hanno ispirato la stesura della Dichiarazione – la principale finalità dell’iniziativa sarebbe soprattutto quella di enfatizzare l’adesione di partner idealmente “vicini” come una sorta di “conta” per testare la forza numerica di una compagine alternativa all’alleanza Russo-cinese (non a caso tra i Paesi mancanti nell’elenco dei firmatari del testo) in vista di inediti riposizionamenti geopolitici generali?

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