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Diritti cognitivi: perché servono contro il potere degli algoritmi


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Dalla sospensione di un account al rifiuto di un mutuo, le decisioni automatizzate possono incidere sui diritti senza offrire spiegazioni o ricorsi efficaci. La sovranità cognitiva chiede criteri conoscibili, controllo umano reale e garanzie collettive per evitare che i cittadini diventino sudditi digitali

Pubblicato il 28 ott 2026

Stefano Epifani

Professore di Sostenibilità Digitale Università di Pavia; Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale

Mauro Minenna

Direttore Generale di ACI Informatica e Vice Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale



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Algoritmi e piattaforme decidono quali informazioni ci raggiungono, come veniamo valutati per un mutuo o un lavoro, se possiamo continuare a usare un servizio da cui dipende la nostra attività. I diritti che conosciamo restano validi, ma per esercitarli bisogna poter capire e contestare queste decisioni. Per questo proponiamo di riconoscere nuovi diritti: i diritti cognitivi.

Nel 1679 il Parlamento inglese approvò l’Habeas Corpus Act. Il principio era antico, ma la legge lo rese esigibile: chi deteneva una persona doveva portarla davanti a un giudice e dichiarare perché la stava privando della libertà. Habeas corpus, «che tu abbia il corpo». Il re e i suoi funzionari potevano ancora arrestare, ma dovevano rendere conto della detenzione davanti a qualcuno che poteva farla cessare.

Perché servono nuovi diritti cognitivi

Oggi molte delle decisioni che pesano sulla vita delle persone non riguardano la libertà fisica, e chi le prende non è tenuto a giustificarle allo stesso modo. Immaginiamo il collaboratore di un parlamentare che una mattina accende il computer e scopre che il suo account è stato sospeso da un sistema automatico. Con l’account sono spariti la posta, i documenti e sei anni di lavoro. Per contestare la sospensione c’è un modulo online, con una risposta promessa «entro quindici giorni lavorativi»; nessuno gli spiega di che cosa sia accusato.

È la storia di Leandro, uno dei personaggi di Sudditi digitali. Dialoghi sulla sovranità cognitiva, il libro che abbiamo appena pubblicato con Digital Transformation Institute. Nel libro affrontiamo il rapporto tra cittadini, tecnologie e potere attraverso undici dialoghi, affidati a personaggi presi dal mito e dalla storia classica: Dedalo il tecnico, Solone il giurista, Ipazia la filosofa, Filemone e Bauci i cittadini, Creonte il politico, Alcibiade l’utente consapevole ma sedotto dalle piattaforme, Trasimaco la voce delle piattaforme stesse. Leandro è il collaboratore di Creonte, e chi lavora con il digitale conosce vicende simili alla sua.

Le decisioni che oggi incidono di più sulla vita delle persone riguardano che cosa vediamo, come veniamo valutati, se possiamo continuare a usare un servizio da cui dipende il nostro lavoro. Sempre più spesso le prendono sistemi progettati e gestiti da soggetti privati, per lo più extraeuropei, che nessuno ha eletto e che non sono tenuti a spiegare i propri criteri. È questo a renderle così difficili da contestare.

I diritti cognitivi come condizione delle libertà esistenti

I diritti, sulla carta, ci sono tutti: difendersi da una decisione, informarsi liberamente, essere trattati in modo uguale, partecipare alla vita pubblica. Ognuno, però, presuppone condizioni che le costituzioni non hanno mai dovuto scrivere. Per difendersi bisogna conoscere le ragioni di una decisione. Per formarsi un’opinione bisogna sapere da dove arrivano le informazioni e chi le ha selezionate. Per partecipare bisogna poter accedere ai luoghi e agli strumenti in cui la partecipazione avviene.

Queste condizioni stanno cambiando. Una parte crescente di ciò che leggiamo viene ordinata da sistemi di cui conosciamo poco i criteri. Un mutuo, un lavoro, un contributo pubblico possono dipendere da valutazioni algoritmiche che nessuno, nemmeno chi le usa, sa ricostruire fino in fondo. Le piattaforme sono diventate i luoghi in cui lavoriamo e discutiamo, ma le loro regole le scrive qualcuno di cui siamo utenti, non cittadini.

Il rischio è conservare intatti i diritti sulla carta mentre si svuotano le condizioni che permettono di esercitarli, restando cittadini nella forma e tornando sudditi nella sostanza. La proposta che avanziamo nel libro è riconoscere nuovi diritti, i diritti cognitivi, per garantire l’esercizio di tutti gli altri.

Sovranità cognitiva e controllo delle decisioni algoritmiche

Il tema è la sovranità, da non confondere con il sovranismo. Il sovranismo è una posizione politica: sostiene che determinate quote di potere debbano essere ricondotte allo Stato nazionale, sottraendole o limitandone la cessione a centri decisionali esterni, come le istituzioni europee o internazionali. La sovranità è una categoria più ampia e viene prima: indica la capacità di prendere decisioni ultime in un determinato ambito e di renderle effettive. Il sovranismo risponde alla domanda su dove debba stare il potere; la sovranità chiede dove stia davvero, chi lo eserciti, con quali strumenti ed entro quali limiti.

Il dibattito sulla sovranità digitale fatica anche perché con un solo termine si indicano fenomeni diversi e complementari, che vanno distinti per poter essere governati insieme.

Infrastrutture, dati e modelli decisionali

La sovranità tecnologica riguarda le infrastrutture: semiconduttori, cloud, data center, piattaforme. È il problema di un continente che usa tecnologie che in larga parte non produce e infrastrutture che spesso non controlla. Il problema è strategico, perché non si può essere pienamente sovrani se si dipende da altri per gli strumenti con cui la sovranità viene esercitata.

La sovranità dei dati riguarda chi può raccoglierli, dove vengono conservati, secondo quali regole circolano, chi può accedervi e per quali finalità. È il terreno su cui l’Europa ha costruito gran parte della propria risposta alla trasformazione digitale: non potendo controllare tutte le infrastrutture, ha scelto di controllare almeno le condizioni alle quali i dati possono essere usati.

La sovranità cognitiva è la capacità di comprendere, governare e, quando serve, contestare le logiche con cui i sistemi trasformano i dati in rappresentazioni, raccomandazioni e decisioni. Nell’economia dell’intelligenza artificiale non conta più soltanto chi controlla i dati, ma chi controlla ciò che dai dati viene ricavato.

Quando un sistema seleziona un curriculum, assegna una priorità in un percorso diagnostico o ordina le notizie sugli schermi di milioni di persone, la domanda riguarda il criterio con cui ha trasformato quei dati in un risultato. Quel criterio è incorporato in modelli progettati altrove, secondo obiettivi e metriche che nessun cittadino europeo ha scelto.

Il primato della sovranità cognitiva

Il terzo livello orienta gli altri due. Un data center in Europa può far girare un modello di cui in Europa nessuno conosce i criteri, e una disciplina rigorosa dei dati non garantisce che le valutazioni ricavate da quei dati siano comprensibili o contestabili. Investire nelle infrastrutture e proteggere i dati serve, in ultima analisi, a poter governare i processi che incidono sulla vita delle persone.

Le tutele europee alla prova delle decisioni automatizzate

Su questi temi l’Unione europea ha legiferato molto. Il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR), il Regolamento (UE) 2022/2065 sui servizi digitali e il Regolamento (UE) 2024/1689 sull’intelligenza artificiale hanno introdotto motivazioni obbligatorie, reclami, sorveglianza umana, diritti alla spiegazione, etichette per i contenuti sintetici. Molte di queste garanzie consentono di conoscere o contestare una decisione, ma non danno necessariamente la possibilità di intervenire sui criteri che la producono.

Il mutuo negato a Filemone e Bauci

Nel libro usiamo la storia di Filemone e Bauci per raccontare come questa distanza pesi su una vita concreta. Due stipendi, trentadue anni di lavoro, rate sempre pagate, un anticipo pronto: la loro richiesta di mutuo viene respinta per «altri fattori rilevanti secondo i modelli adottati dall’istituto». L’articolo 22 del GDPR disciplina le decisioni basate unicamente su trattamenti automatizzati; la Corte di giustizia dell’Unione europea, interpretando l’articolo 15, paragrafo 1, lettera h), ha chiarito che la spiegazione deve consentire di comprendere e contestare la valutazione (sentenza C-203/22, Dun & Bradstreet Austria, 27 febbraio 2025).

Eppure la «revisione umana» che ricevono si riduce a un funzionario che guarda lo schermo e conferma. La tutela esiste, ma nella loro vicenda nessuno è in grado di renderla concreta.

La sospensione dell’account di Leandro

Lo stesso vale per Leandro. Il Digital Services Act prevede obblighi di motivazione per determinate restrizioni disposte dai servizi di hosting (articolo 17) e sistemi interni di reclamo per le piattaforme online (articolo 20). Queste regole non coprono necessariamente tutte le funzioni dell’account di Leandro e, anche dove si applicano, il blocco può essere immediato e il rimedio arrivare quando il danno è fatto. Per la piattaforma, del resto, sospendere per errore costa meno che non sospendere, e il costo dell’errore ricade su chi resta fuori.

Comprendere, contestare, partecipare: la carta dei diritti cognitivi

I diritti cognitivi nascono per colmare questa distanza. Sono le condizioni che permettono agli altri diritti di funzionare quando sono i sistemi digitali a selezionare ciò che conosciamo e a decidere di noi. Nella carta che proponiamo sono dieci, raggruppabili attorno ai tre verbi con cui nel libro definiamo la sovranità cognitiva.

I diritti per capire come decidono i sistemi

Comprendere. Conoscere i criteri con cui un sistema seleziona, amplifica o nasconde le informazioni. Sapere se un contenuto è stato generato o alterato artificialmente, anche dopo che è stato condiviso mille volte. Sapere se dall’altra parte c’è una persona o una macchina, e per conto di chi lavora. Ricevere una spiegazione comprensibile di ogni decisione automatizzata che incide sulla propria vita.

Il diritto a un ricorso effettivo

Contestare. Avere un essere umano in grado di riesaminare davvero una decisione rilevante e di risponderne. Non vedersi sospendere l’identità digitale senza un’accusa comprensibile e un ricorso effettivo in tempo utile, quello che chiamiamo habeas corpus digitale. Non essere ridotti al proprio profilo, perché il passato descrive chi siamo stati ma non può stabilire chi possiamo diventare.

Accesso, pluralismo e spazio mentale

Partecipare. Accedere alle infrastrutture con cui si esercitano i diritti, con la formazione e il supporto per usarle. Muoversi in uno spazio informativo plurale, non dominato da concentrazioni di potere pubblico o privato che non rispondono a nessuno. Avere uno spazio mentale privato, in cui cercare e riflettere senza essere tracciati e profilati in ogni momento.

Tutti discendono da un principio che riprende l’articolo 1 della Costituzione: la sovranità digitale appartiene al popolo. L’Habeas Corpus Act obbligava chi deteneva una persona a giustificarne la detenzione davanti a un giudice. I diritti cognitivi chiedono a chi progetta e usa i sistemi digitali di rendere conoscibili e contestabili i criteri con cui questi sistemi decidono.

Lo Stato alla prova della sovranità cognitiva

Il primo banco di prova è la pubblica amministrazione, perché qui chi decide non è una piattaforma privata ma lo Stato. Nel libro Bauci arriva all’anagrafe con il documento scaduto e trova lo sportello aperto, ma inaccessibile senza prenotazione online. Nessuno l’ha esclusa di proposito. Prenotazione online, identità digitale, controlli automatici: ogni passaggio ha una sua logica, ma nessuno ha valutato il percorso dal punto di vista di chi deve attraversarlo tutto. L’articolo 3, secondo comma, della Costituzione chiede alla Repubblica di rimuovere quegli ostacoli, e la rete dei servizi di facilitazione digitale finanziata dal PNRR (Missione 1, misura 1.7.2) è un inizio che deve diventare parte stabile del servizio.

Lo stesso principio vale quando l’amministrazione usa algoritmi per decidere. L’obbligo di motivazione dei provvedimenti (articolo 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241) non viene meno perché l’amministrazione si affida a una macchina, e la legge 23 settembre 2025, n. 132 ribadisce che nella PA l’intelligenza artificiale è un supporto e la responsabilità resta della persona. Ne deriva che la capacità di spiegare il singolo esito va chiesta nei capitolati e verificata prima di adottare un sistema, senza aspettare il primo ricorso per accorgersi che manca.

Dal Parlamento una verifica sui nuovi diritti cognitivi

Decidere che cosa una macchina possa decidere su una persona è una scelta su quale società vogliamo essere. Servono competenze tecniche e autorità indipendenti, ma anche la legittimazione che solo il Parlamento può dare. Nella postfazione del libro ne parlano l’onorevole Enzo Amich e il senatore Lorenzo Basso, che spiegano di voler portare la carta in una discussione condivisa all’interno dell’Intergruppo parlamentare per la Sostenibilità Digitale e la Sovranità Tecnologica. L’Intergruppo riunisce parlamentari di maggioranza e opposizione e il suo comitato scientifico è coordinato dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale.

L’obiettivo è mettere la carta alla prova sui casi concreti: capire dove le tutele esistono ma non funzionano, dove mancano, che cosa si può fare con una legge nazionale e che cosa richiede un intervento in sede europea.

Diritti cognitivi e cittadinanza nell’era digitale

Leandro ha perso in poche ore l’accesso al lavoro, ai documenti, alla possibilità di comunicare. Filemone e Bauci si sono visti respingere un mutuo con una decisione che nessuno ha saputo spiegare loro. In entrambi i casi i diritti esistevano. Mancava la possibilità di capire che cosa stesse accadendo e di contestarlo in tempo utile.

Più cresce il peso dei sistemi digitali nell’accesso all’informazione, al credito, al lavoro e ai servizi pubblici, meno queste situazioni possono essere affidate alla prudenza o all’abilità del singolo. Quando un’infrastruttura diventa la condizione per esercitare la cittadinanza, le garanzie devono diventare collettive. Nel Seicento si chiese a chi deteneva una persona di giustificare la privazione della libertà davanti a un giudice; oggi si tratta di chiedere a chi governa i sistemi digitali di rendere comprensibili e contestabili i criteri con cui decidono di noi.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Perché il principio valga anche negli spazi in cui oggi si formano i giudizi e si prendono le decisioni, servono i diritti cognitivi.

Mai sudditi.

Sudditi digitali

Stefano Epifani e Mauro Minenna, Sudditi digitali. Dialoghi sulla sovranità cognitiva, Digital Transformation Institute, collana Saggi, 2026. Postfazione dell’on. Enzo Amich e del sen. Lorenzo Basso.

Il libro è disponibile su libri.sostenibilitadigitale.it. Il dialogo continua su sudditidigitali.it, un sito interattivo dove svilupperemo iniziative di confronto con i lettori, a partire dalle loro esperienze, dalle obiezioni e dalle proposte sui diritti cognitivi.

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